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Pluralismo a rischio

Giornali da Riffeser a Del Vecchio, segno di una stampa in crisi

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Leonardo Maria Del Vecchio acquisisce la maggioranza di Editoriale Nazionale (Il Giorno, La Nazione, Il Resto del Carlino). Il settore – vedi anche il caso Gedi – è in crisi strutturale. E in più i giornali vengono piegati a logiche di potere, a scapito della verità.

Editoriali 26_01_2026
ImagoEconomica (IA)

Negli stessi giorni in cui si è celebrato san Francesco di Sales, patrono dei giornalisti, e mentre papa Leone nel suo messaggio ha richiamato con forza la necessità di distinguere i contenuti prodotti dall’intelligenza artificiale da quelli frutto del lavoro umano, invitando a una rinnovata ricerca della verità come fondamento dell’informazione, il mercato editoriale italiano vive una nuova fase di profonda trasformazione che solleva interrogativi tutt’altro che rassicuranti.

L’acquisizione della maggioranza di Editoriale Nazionale (Gruppo Riffeser) da parte di Leonardo Maria Del Vecchio, con il passaggio di mano di testate storiche come Il Giorno, La Nazione e Il Resto del Carlino, e la contemporanea messa sul mercato di quotidiani simbolo come La Stampa e La Repubblica (Gruppo Gedi), raccontano un settore in crisi strutturale, ma anche un sistema di potere che continua a considerare i giornali non come un servizio pubblico essenziale per la democrazia, bensì come strumenti di influenza da usare su altri tavoli, politici, finanziari e industriali.

Del Vecchio parla di un progetto industriale di lungo periodo che riconosce all’editoria un ruolo centrale per il Paese, promette capitale paziente, investimenti tecnologici e autonomia delle redazioni, mentre Andrea Riffeser Monti saluta l’accordo come un rafforzamento del futuro di un’informazione libera e responsabile; parole che i comitati di redazione accolgono con prudenza, rivendicando garanzie su occupazione, salari, radicamento territoriale e qualità del lavoro giornalistico dopo anni di tagli, ammortizzatori sociali e impoverimento delle redazioni, sostenute solo dall’impegno straordinario di oltre trecento giornalisti.

Ma al di là delle dichiarazioni ufficiali, la dinamica che si va delineando appare preoccupante: chi oggi investe nell’editoria lo fa pur sapendo che i conti difficilmente torneranno, accettando perdite economiche che vengono compensate da guadagni immateriali in termini di potere, relazioni e capacità di orientare il dibattito pubblico. È una logica antica, che attraversa la storia della stampa italiana, ma che oggi si combina con un processo di concentrazione sempre più marcato e con uno spostamento degli equilibri politici: dopo decenni in cui gran parte dei grandi giornali era riconducibile a un’area culturale progressista o di sinistra, si sta formando un assetto che appare più vicino al governo di centrodestra, una situazione diversa ma non meno pericolosa per il pluralismo dell’informazione. Si pensi anche al Gruppo Angelucci, che controlla i principali quotidiani di centrodestra come Il Giornale, Libero e Il Tempo, senza dimenticare affatto il Gruppo Caltagirone, con i tre quotidiani Il Messaggero, Il Gazzettino di Venezia e Il Mattino sempre più smaccatamente filogovernativi.

Il problema, infatti, non è il colore politico degli editori, ma la loro capacità di condizionare le redazioni e di ridurre gli spazi di autonomia dei giornalisti, limitando il diritto dei cittadini a ricevere un’informazione imparziale, equilibrata e verificata. La vicenda della Stampa è emblematica: tra offerte, manifestazioni di interesse e cordate, dallo sforzo del Gruppo Sae guidato da Alberto Leonardis, che promette un piano industriale e il coinvolgimento di fondazioni bancarie piemontesi, all’irruzione di Andrea Iervolino con una proposta da 22,5 milioni di euro, fino alla possibile mossa di Nem di Enrico Marchi, il quotidiano torinese diventa l’oggetto di una partita complessa in cui i giornalisti chiedono certezze su occupazione, assetti finanziari e autonomia editoriale, mentre le fondazioni Compagnia di San Paolo e CRT ribadiscono il valore della libertà di stampa chiamandosi fuori da cordate private.

Sullo sfondo resta anche la vendita di Repubblica, attesa entro l’estate, e la sensazione che la primavera del 2026 segnerà uno snodo decisivo per l’assetto dell’informazione italiana. In questo scenario, il richiamo di Leone XIV alla distinzione tra contenuti artificiali e contenuti umani e alla ricerca della verità assume un significato che va oltre il tema tecnologico: è un monito contro un’informazione sempre più asservita ad altri poteri, in cui il rischio non è solo la perdita di posti di lavoro o di testate storiche, ma l’indebolimento del ruolo civile del giornalismo.

Senza editori mossi davvero dal “sacro fuoco” di garantire il diritto all’informazione, e senza redazioni libere di lavorare senza pressioni, la democrazia si impoverisce, perché il potere editoriale, quando diventa ancella di quello politico o finanziario, smette di essere un contropotere e si trasforma in un semplice strumento di lotta, tradendo proprio quella missione di verità e responsabilità a cui san Francesco di Sales e, oggi, la Chiesa richiamano con forza.