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Il tradimento

Gender e aborto, all’Onu il governo Meloni va a sinistra

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Nel documento finale della Commissione dell’Onu sullo status delle donne passano «l’accesso universale» ai «diritti riproduttivi» e il genere sganciato dal sesso biologico. L’Italia, ignorando le proposte contrarie, vota con l’UE: a sinistra.

Editoriali 21_03_2026
Palazzo di Vetro, New York (ImagoEconomica)

Due giorni fa si è conclusa la settantesima sessione della Commissione delle Nazioni Unite sullo status delle donne (9-19 marzo 2026), con un esito che contribuirà a diffondere ulteriormente un’agenda politica pro Lgbt e aborto. E il governo italiano, che agiva attraverso la delegazione guidata dall’ambasciatore Giorgio Marrapodi (da gennaio di quest’anno rappresentante permanente dell’Italia presso l’Onu, a New York), non ha fatto nulla per impedire il suddetto esito: anzi, ha votato in suo favore.

Già il 9 marzo, all’inizio di questa sessione annuale, era chiaro come sarebbe andata a finire. Quel giorno si sono votate le “conclusioni concordate”, ossia il documento finale, composto di dieci pagine e che ha per oggetto quello di «garantire e rafforzare l’accesso alla giustizia per tutte le donne e le ragazze, anche promuovendo sistemi giuridici inclusivi ed equi, eliminando leggi, politiche e pratiche discriminatorie e affrontando gli ostacoli strutturali». Non si tratta di un testo formalmente vincolante ma non può essere sottovalutato, perché – come ogni documento approvato in sede Onu – contribuisce a creare consenso attorno a una data materia, orientare politiche e decisioni, destinare fondi, sia a livello internazionale che nazionale.

Ci sono almeno quattro punti che destano preoccupazione. Primo, il documento chiede di «garantire l’accesso universale alla salute sessuale e riproduttiva e ai diritti riproduttivi», facendo riferimento al programma di azione della Conferenza del Cairo su popolazione e sviluppo (1994) e alla piattaforma di azione della Conferenza di Pechino sulle donne (1995). Ora, è noto che al Cairo si riuscì ad evitare – grazie all’azione diplomatica di san Giovanni Paolo II e del cardinale Raffaele Martino (vedi qui) – che l’aborto venisse considerato tra i metodi di pianificazione familiare, disinnescando la pretesa di legittimarlo nell’ambito del diritto internazionale. Ma resta il fatto che da almeno trent’anni a questa parte le lobby abortiste usano espressioni quali «salute riproduttiva» e «diritti riproduttivi» per promuovere l’aborto, nonché la contraccezione.

Secondo punto: nelle conclusioni concordate si usa diverse volte il termine “genere”, senza però legarlo mai al sesso biologico. Terzo, più volte si fa riferimento a fornire «risorse» e «finanziamenti» alle organizzazioni impegnate in favore dell’emancipazione, dell’accesso alla giustizia per le donne, dell’uguaglianza di genere, della salute sessuale e riproduttiva: in sostanza, si esorta a finanziare le organizzazioni femministe e possibilmente anche Lgbt. Quarto, la Commissione sollecita i governi a «contrastare la disinformazione, la diffusione di notizie false e l’incitamento all’odio [hate speech]», tutti concetti in sé apparentemente buoni, ma che nei fatti in questi anni sono stati usati in diversi Paesi dell’Occidente per imporre, anche attraverso leggi e sanzioni, una visione unica e distorta su temi quali la vita umana, il matrimonio, la famiglia, la salute, eccetera. A proposito: nelle dieci pagine c’è solo un rapido accenno alla maternità, in relazione al garantire l’accesso delle donne al mondo del lavoro «eliminando la discriminazione, compresa quella basata sulla maternità», ma per il resto non si parla mai né di madri né di salute materna. Un fatto singolare per un testo che dovrebbe promuovere le donne.

Il documento finale è passato, il 9 marzo, con 37 voti favorevoli, tra cui quello dell’Italia, 1 contrario (gli Stati Uniti) e 6 astenuti. Gli USA avevano presentato otto emendamenti, compreso quello che chiedeva di legare la definizione di genere ai due sessi: maschile e femminile. Gli otto emendamenti sono stati respinti in blocco, con un voto unico, dopo la richiesta in tal senso della delegazione dei Paesi Bassi, che parlava a nome dell’intera Unione Europea, sostenendo la necessità di difendere ogni paragrafo del documento.

Ma la delegazione statunitense ha fatto un ultimo tentativo, presentando una risoluzione dal titolo Protezione di donne e ragazze attraverso una terminologia appropriata, con cui ha chiesto ancora una volta di interpretare il termine “genere” come sinonimo di sesso biologico. La proposta avrebbe dovuto essere esaminata nel giorno conclusivo della 70^ sessione, il 19 marzo, ma così non è stato, perché il Belgio ha presentato una mozione detta di no action (nessuna azione), volta a cassare una proposta prima ancora di discuterla nel merito: la linea belga è passata con 23 voti favorevoli, tra cui ancora l’Italia, 3 contrari (Cile, Pakistan, Stati Uniti) e 17 astenuti. Di conseguenza, il “genere” rimane interpretabile a piacimento, proprio come desiderano le organizzazioni Lgbt.

Pro Vita & Famiglia riferisce che già nelle settimane precedenti al voto aveva mandato una PEC al ministro degli Esteri, Antonio Tajaini, e all’ambasciatore Giorgio Marrapodi, chiedendo quale fosse la posizione del governo italiano sui quattro punti problematici che abbiamo richiamato. Ma l’associazione spiega di non aver ricevuto risposta né prima né dopo il voto. Senza risposta è rimasta anche la nostra PEC allo stesso Ministero degli Esteri a proposito della mostra all’Onu con libri pro gender e utero in affitto (20 febbraio-13 marzo 2026), che ha goduto del sostegno della stessa Farnesina. Se tre indizi fanno una prova, non siamo messi bene.

In definitiva, il governo Meloni prosegue nel suo atteggiamento ambiguo: da un lato, si propone come difensore della famiglia naturale, criticando la sinistra che la vuole distruggere; dall’altro, non di rado, promuove azioni e vota esattamente come la sinistra, anche a livello internazionale. Chiamasi tradimento.



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