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MEDIO ORIENTE

Gaza e Cisgiordania muoiono davanti a un mondo indifferente

L'appello del Patriarca Pizzaballa: a Gaza l'emergenza è permanente, «si muore per mancanza di assistenza medica, carenza di antibiotici e medicine essenziali». E in Cisgiordania la violenza dei coloni è strutturale, capillare, quotidiana. E impunita.

Esteri 23_03_2026

Non è più al centro delle notizie. È scivolata lentamente ai margini della cronaca, coperta dal frastuono della guerra tra Israele e l’America, da una parte, e l’Iran dall’altra. Eppure, mentre l’attenzione del mondo si sta spostando altrove, nella Striscia di Gaza la tragedia non si arresta. Non c’è stata una vera sospensione delle ostilità, né un effettivo cessate il fuoco, anche se ufficialmente dichiarato. Quello che si vive in quel lembo di terra è, in verità, un lento soffocamento. I valichi restano in gran parte chiusi, gli aiuti arrivano col contagocce, e tutto ciò che serve per sopravvivere - cibo, acqua e medicine – scarseggia.

Ed è proprio su questo punto che il patriarca di Gerusalemme, Pierbattista Pizzaballa, ha lanciato un nuovo allarme particolarmente preoccupante. Ha ricordato che anche quando i bombardamenti sembrano diminuire, la morte non si ferma: «Si muore per mancanza di assistenza medica, carenza di antibiotici e medicine essenziali». È una denuncia che pesa come un macigno, perché descrive una realtà meno percettibile, ma altrettanto devastante: quella di una popolazione che continua a morire lontano dalle esplosioni, nell’assenza di cure e soccorsi. Gaza è un malato terminale al quale Israele è pronto a staccare la spina. Nell’indifferenza più totale.

A Gaza, interi quartieri risultano completamente distrutti. Rasi al suolo. Dove sorgevano abitazioni, scuole e attività commerciali, oggi non vi sono che cumuli di macerie. Quasi tutte le famiglie hanno perso la casa e vivono in sistemazioni di fortuna, tra tende e rifugi improvvisati. La quotidianità è ridotta alla sopravvivenza: procurarsi il cibo, l’acqua potabile e un riparo per la notte rappresenta una sfida costante. A rendere il quadro ancora più grave sono le condizioni igienico-sanitarie. «La gente - denuncia il patriarca – vive letteralmente tra gli scarichi fognari a cielo aperto», una situazione che evidenzia il livello estremo dell’emergenza. E le epidemie sono una minaccia quotidiana.

In una situazione così disumana, crudele e spietata le malattie si propagano senza ostacoli. Nei campi sovraffollati, le infezioni intestinali, respiratorie e cutanee colpiscono soprattutto le persone più vulnerabili. Ma non è ancora una pandemia dichiarata. È una tragedia in atto, che resta ignorata. La disumanità trasforma le malattie in un’altra arma silenziosa. Gli ospedali sono allo stremo. Nei nosocomi mancano farmaci, attrezzature, carburante. I medici lavorano senza sosta, spesso in condizioni impossibili, in una situazione in cui l’emergenza è diventata sistema. Un sistema consolidato, che lentamente ma inesorabilmente, porterà a una crisi umanitaria senza precedenti. La gestione della crisi da parte della comunità internazionale mostra disparità marcate.

Alcune azioni in Palestina risultano essere tollerate, mentre situazioni analoghe in Ucraina sarebbero respinte. È un segnale forte, che alimenta rabbia e frustrazione sul campo. A Gaza cresce la percezione di essere cittadini in una posizione di netta inferiorità rispetto ad altri, a contesti diversi. Domina un senso di abbandono diffuso, che rende ancora più urgente un intervento reale e concreto. La distruzione di un popolo è in atto, lenta, ma costante.

Se a Gaza, la devastazione pressoché totale ha trasformato la situazione in un’emergenza permanente, in Cisgiordania continuare a vivere diventa sempre più incerto e difficile. La violenza non è episodica: è strutturale, quotidiana, capillare. Le città palestinesi sono assediate da una rete fitta di posti di blocco, oltre mille, e le strade sono tutte controllate. Muoversi da un centro all’altro può richiedere ore, tra controlli, chiusure improvvise e limitazioni arbitrarie. Il territorio è frammentato, diviso in aree con diversi livelli di controllo, che rendono difficile i contatti e i passaggi tra zone diverse.

Gli assalti e le rappresaglie dei coloni assumono un carattere sempre più punitivo. Non si tratta di episodi isolati. Attacchi mirati, ritorsioni collettive, incursioni nei villaggi: una strategia che colpisce case, terreni agricoli, mezzi di sostentamento. Campi dati alle fiamme, ulivi sradicati, famiglie costrette ad abbandonare le proprie abitazioni. La violenza segue spesso una logica di pressione: intimidire, spingere alla fuga, rendere impossibile la vita quotidiana. Un’escalation che trasforma interi villaggi in bersagli. Il governo israeliano assicura di intervenire. Indagini aperte, qualche arresto. Nessun processo. Solo sfumate dichiarazioni ufficiali. Mai una condanna. Ma sul terreno la situazione racconta altro. Gli episodi si moltiplicano. Le denunce restano senza riscontro. Le protezioni non arrivano.

E poi ci sono i blitz militari che avvengono con frequenza, spesso di notte. Arresti, perquisizioni, operazioni nei centri abitati: una presenza costante che alimenta tensione e insicurezza. A questo si aggiunge l’espansione degli insediamenti israeliani, considerati illegali da gran parte della comunità internazionale. Il risultato è una quotidianità compressa: lavoro incerto, accesso limitato ai servizi, libertà di movimento ridotta.

Non è solo una crisi politica o militare. È un qualcosa che incide su ogni aspetto della vita civile, erodendo progressivamente diritti, sicurezza e prospettive. La violenza che si consuma tra Gaza e Cisgiordania prosegue inarrestabile. Si parla spesso di una crisi già vista, ma per chi la vive sulla propria pelle, nulla è scontato. Ogni giorno è una lotta. Ogni notte è ricolma di incertezza.

L’emergenza, nel frattempo, dilaga: quando una crisi smette di essere osservata, tende a peggiorare. La mancanza di attenzione abbassa la pressione internazionale, rallenta gli interventi e lascia spazio a un peggioramento silenzioso. Oggi Gaza e Cisgiordania sono esattamente questo: luoghi senza futuro, dove si perpetuano ingiustizie, sopraffazioni, soprusi, sotto lo sguardo distratto del mondo.

E allora la domanda è inevitabile: quando una crisi umanitaria come quella di Gaza e il perpetuarsi di violenze e sopraffazioni come quelle che si verificano in Cisgiordania vengono relegate nelle pagine interne di un quotidiano, quanto può resistere una popolazione a cui non solo manca tutto, ma non si trova alcuno che racconti ciò che sta accadendo?

Perché, a volte, non è solo la guerra foriera di distruzione. Spesso lo è l’indifferenza.