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FENOMENO INCONTROLLABILE

Francia, alla vigilia dei Giochi il problema terroristi in uscita

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Saranno 70 i detenuti per crimini legati al terrorismo rilasciati In Francia nei prossimi due anni. In carcere tra terroristi e radicalizzati non si riesce a costruire un programma atto a eradicare la minaccia incombente. E alla vigilia delle Olimpiadi, per Parigi è un problema enorme. 

Esteri 18_01_2024

Mentre il Paese è in subbuglio per un rimpasto di governo indigesto ai più, la Francia è chiamata a fermare l’ennesima emergenza legata all’islamismo. Saranno settanta i detenuti per crimini legati al terrorismo rilasciati nei prossimi due anni. Parigi s’è vista costretta a rispolverare l’annosa questione della radicalizzazione nelle carceri e dei terroristi di nuovo in libertà quando, lo scorso 2 dicembre, Armand Miyandoab, francese di origine iraniana, dopo cinque anni di detenzione, ha ucciso un uomo in pieno centro. E sempre in nome di Allah. Già arrestato perché terrorista dell’Isis, dietro le sbarre non ha fatto che rafforzare ogni progetto di distruzione dell’Occidente. 

Un profilo e una dinamica che assomigliano a tanti altri del passato e che disturbano il sonno del ministro dell’Interno e del nuovo generale della Sicurezza interna (DGSI), Céline Berthon. Nominata solo pochi giorni fa, ha messo il problema carceri al primo posto. La questione del monitoraggio di quanti escono dal carcere, e che continuano a rappresentare una minaccia, sembra impossibile da neutralizzare in Francia.

Due le tipologie di detenuti oggetto di particolare attenzione. I primi sono i terroristi islamici (“TIS”) incarcerati per atti ad esso legati, già condannati o in custodia cautelare. Gli altri sono i detenuti considerati a rischio di radicalizzazione (“DCSR”). Per entrambe le categorie non si riesce a costruire un programma atto a eradicare la minaccia incombente.

L’inquilino di palazzo Beauvau e il direttore della Sicurezza interna sanno che si tratta di una delle sfide più importanti: mancano meno di 200 giorni ai Giochi di Parigi e i servizi specializzati stanno cercando di stringere ulteriormente le maglie di una rete che ha continuato a stringersi negli anni, ma con scarsi risultati.

Proprio in occasione dell’insediamento della Berthon, il ministro dell’Interno Gérald Darmanin, insisteva, «L’islamismo può colpire la Francia in qualsiasi momento». Per poi aggiungere: «I profili radicalizzati sono sempre più giovani, sempre più autonomi. Al di là del tradizionale movimento radicale che si muove tra blasfemia e islamofobia, largamente sfruttate dalla propaganda islamista, è sui social e nelle carceri che si formano i nuovi adepti».

Secondo un ultimo rapporto, l’Unità di coordinamento antiterrorismo (Uclat) ha registrato dal luglio 2018 il rilascio di circa 486 terroristi islamici (TIS), tra cui 84 donne. Dal 2012 la Francia ha contato 25 attentati che hanno provocato 273 morti e centinaia di feriti. E se mentre tra il 1994 e il 2019 sono stati esaminati in tribunale solo una decina di casi, oggi la Procura nazionale antiterrorismo (Pnat) ne ha ben settantadue. Cioè sette volte di più, nell’arco di quattro anni, rispetto ai 25 anni precedenti.

Il Pnat sta inoltre monitorando attualmente 266 prigionieri condannati per terrorismo, di cui l’88% per terrorismo jihadista, ma anche altri 210 che sono stati rilasciati in questi anni. 

Con un ministro dopo l’altro, in questi anni di terrore islamista crescente, si è cercato di limitare i “rischi di recidiva” costruendo un “programma di sostegno individuale e riaffiliazione sociale” che impone agli islamisti usciti dal carcere da tre a venti ore settimanali di colloqui con psicologi e personale specializzato per misurare il loro “disimpegno religioso” e la possibilità reale di reinserimento in società. Con non troppa difficoltà il programma è stato aggirato da tanti terroristi, non ultimo il terrorista del 2 dicembre. Estensione del monitoraggio della persona radicalizzata fino a cinque anni dopo la sua scarcerazione, divieto di legami con la sfera islamica, limite agli spostamenti da un comune all’altro: niente è servito davvero, finora. E nonostante il grande impiego di forze, risorse e denaro dell’Eliseo.

La Commissione nazionale per il controllo delle tecniche di intelligence ha rivelato, lo scorso giugno, che la lotta al terrorismo ha richiesto nel 2022 più di 30.000 interventi di spionaggio informatico, geolocalizzazione in tempo reale e intercettazioni telefoniche. 

Lavorando su procedure ben documentate, gli analisti della DGSI hanno stabilito una tipologia che divide gli islamisti che hanno scontato la condanna in “disimpegnati”, cioè quanti hanno tagliato con la vita precedente; “violenti”, quelli con un profilo da “leader carismatici” per via dell’aura di cui hanno goduto dietro le sbarre e che restano fermamente convinti a combattere per Allah a qualunque costo, e quelli che gli esperti dell’antiterrorismo francese chiamo “ibridi”, quanti uccidono perché fedeli al Profeta, ma che sono anche “pazzi” per il governo francese. Quest’ultimi sarebbero il 20% degli attuali 5200 radicalizzati attivamente monitorati dal Reports File for the Prevention of Terrorist Radicalization (FSPRT). 

È così che il Viminale francese ha deciso di lavorare ad un progetto volto a costringere un sospettato radicalizzato a consultare un medico in caso di dubbi sul proprio equilibrio mentale. In questo modo, credono, si fermeranno nuovi attentati.

Già prima dell’inizio delle Olimpiadi, una trentina di terroristi islamici saranno di nuovo in libertà. Ma il problema non si limita a chi esce dal carcere. Si estende, infatti, a quei prigionieri, che, con il loro passato terroristico, e condannati a lunghe pene, fungono da mentori e reclutatori di nuovi soldati e costituiscono una minaccia permanente. Il tutto in un contesto in cui il National Prison Intelligence Service ha constatato un aumento della sfiducia nei confronti del personale dopo gli ultimi due  attentati: hanno perso credibilità.

Intanto, ad oggi, le carceri francesi ospitano 319 detenuti (TIS) per atti terroristici e 462 per altro genere di reati, ma che presentano profili di persone radicalizzate. Tra loro ci sono senza dubbio bombe ambulanti che hanno un solo scopo: spargere nuovamente sangue una volta riconquistata la libertà, in nome di Allah.