Fra le macerie della dahyie, la periferia sud di Beirut distrutta dagli israeliani
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La periferia sud di Beirut, la dahyie, area della capitale libanese oggi prevalentemente sciita, ha subito il grosso dei bombardamenti israeliani nel corso dell'ultimo mese di conflitto. Viaggio fra le sue macerie, in questo momento di tregua, per osservare da vicino il vero costo della guerra.
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Pochi giorni dopo l'annuncio del Cessate il fuoco tra Libano e Israele, l'esercito del Paese dei Cedri ha riaperto i confini della dahyie, la periferia sud della Capitale che dalla fine degli anni Ottanta è divenuta la roccaforte beirutina di Hezbollah. Composta da una ragnatela di quartieri a nord dell'areoporto Rafik Hariri – tra cui Hadath, Haret Hreik, Leilaki, Chiah, Hay el Salloum, Bourj el Barajneh, Ousai – quest'area densamente popolata ha subito pesanti bombardamenti durante l'ultimo mese e mezzo di aggressione israeliana. Secondo le autorità, a seguito dei ripetuti attacchi aerei e degli ordini di evacuazione di Idf hanno lasciato le loro case nella dahyie circa quattrocentomila persone; difficile invece quantificare al momento il numero delle vittime.
Di buon mattino, lasciamo Beirut est alla volta della periferia sud: vogliamo verificare l'entità dei danni. Via via che ci avviciniamo alla nostra meta incontriamo un numero sempre maggiore di tende sui marciapiedi – sono gli sfollati che hanno deciso di restare a Beirut. Un bar all'aperto ha sistemato sedie in plastica lungo cento metri, per accogliere chi dorme in macchina e desidera il conforto di un caffè caldo e un narghilè. Oltrepassando il quartiere di Ghobeiry, ai margini della dahyie, entriamo a piedi nel quartiere di Haret Hreik da una traversa dell'autostrada che conduce all'aeroporto. Ai due lati della via, percorsa solo da rare macchine e qualche motorino, vediamo cumuli di macerie alternati ad edifici ancora in piedi.
Dopo pochi passi incontriamo le prime vedette di Hezbollah, di guardia davanti a un palazzo danneggiato: dichiariamo la nostra identità e chiediamo il permesso di scattare qualche foto. Mentre vengono espletate le formalità d'obbligo in questi casi – controllo passaporto, controllo tesserino stampa, controllo macchina fotografica – diamo un'occhiata in giro. Il primo piano di un palazzo semidistrutto aveva a quanto pare ospitato un asilo: si notano giocattoli, sedie e tavoli colorati a misura di bambino non più nascosti dalla facciata, ora in pezzi sul marciapiede. Dall'edificio accanto, meno danneggiato, escono due anziani con sacchi pieni di masserizie recuperate dal loro appartamento. Dall'altro lato della strada occhieggia a mezz'aria, incastrata in quel che resta di un muro, una bombola del gas intatta – triste ironia, è sopravvissuta all'esplosione. Passa davanti a noi un gruppo di ragazzini malmessi, e uno degli uomini che ci trattiene li scaccia a male parole. Gli chiediamo chi siano e perché si sia scagliato così contro dei bambini. «Sono ladri» ci risponde. «Li mandano a frugare tra le macerie e recuperare gli oggetti di valore». Notiamo la scatola vuota di un Rolex tra i rottami e immaginiamo che lì i ladri siano già passati in precedenza. «Oh no, quello è un falso» ci dice il nostro interlocutore. Raccoglie la scatola, la apre, e ci spiega i motivi per cui non può essere l'alloggio di un Rolex autentico. Tutto è incredibilmente surreale.
Frattanto i nostri documenti sono passati per diverse mani e alla fine viene dato il responso, che è negativo: non abbiamo il permesso di fotograre lì. Però, aggiunge gentilmente l'esperto di orologi, che si rivela essere un soldato dell'esercito libanese, se lo desideriamo possiamo partecipare a un “tour” per la stampa predisposto da Hezbollah nei dintorni della chiesa maronita di Mar Mkayel, a un paio di chilometri di distanza. Non ce lo facciamo ripetere due volte: appurato che non abbiamo una macchina, il nostro ferma un taxi e gli ingiunge di accompagnarci. Il tassista non sembra affatto contento di aver preso la corsa, anzi, pare piuttosto nervoso; gli chiediamo dunque se non abbia simpatia per la milizia sciita. «Per niente!», ci risponde. È un sunnita, viene dalla regione dell'Akkar, nel nord del Paese, e si è spinto fino alla dahyie perché deve pur lavorare. «Hezbollah non ama il Libano! - è un fiume in piena - Vedrà che dopo i dieci giorni di tregua non tornerà la guerra di prima, ma molto, molto peggio».
Mar Mkayel, costruita nella prima metà dell'Ottocento, è una delle numerose chiese che insistono sul territorio della dahyie, testimoni silenziose del passato della zona, sede di villaggi agricoli a maggioranza cristiana. L'ex Presidente della Repubblica Michel Aoun, maronita, è nato da queste parti. Attualmente la periferia sud è a maggioranza sciita, con minoranza cristiana e sunnita, anche per la presenza di rifugiati siriani e palestinesi. La chiesa di Mar Mkayel fu al centro di violenti combattimenti durante la guerra civile che infiammò il Libano tra il 1975 e il 1990, quando si trovò sulla linea di demarcazione tra le parti in guerra; nonostante i danni ricevuti è stata ricostruita e domina il circondario con una certa imponenza. Il tassista ci lascia dove gli è stato indicato; incontriamo diversi giornalisti che, accompagnati da angeli custodi in nero, procedono tra le rovine. Ci accodiamo a due gentili colleghe e cominciamo finalmente il nostro giro. Quello che vediamo ci ricorda i danni di un terremoto: palazzi crollati su sé stessi, vetri infranti spostati sui marciapiedi per liberare la strada, automobili schiacciate. Anche qui vediamo persone che entrano nei portoni dei palazzi ancora intatti e ne escono con borsoni pieni. Anche qui avvertiamo l'assurdità della guerra: un sofà dovrebbe arredare un salotto, non un ammasso di rottami. L'insegna di un caffè non dovrebbe trovarsi tra i rifiuti. Una scarpa dovrebbe calzare un piede. E invece..
Nonostante tutto, la vita va avanti. Su un ammasso di detriti è stato appoggiato un cartello che riporta, su fondo giallo, la scritta in verde «Anche se la montagna cade, noi restiamo in piedi». Un lato della strada che porta a Mar Mkayel è completamente distrutto: all'inizio e alla fine dell'enorme cumulo di macerie qualcuno ha piantato due bandiere, quella libanese e quella gialla di Hezbollah, come a segnalare orgogliosamente la propria identità nonostante il colpo subito. Naim Qassem, anziano leader di Hezbollah, ha reso noto in un recente comunicato che la milizia sciita è pronta a «cooperare con le autorità libanesi per un nuovo capitolo» che riaffermi la sovranità del Paese in un quadro di unità, concordia, utilizzo di tutti i mezzi e strategie disponibili per assicurare la sicurezza nazionale. Qassem ha proposto cinque punti senza i quali i “negoziati di pace” tra Libano e Israele saranno inutili: stop definitivo agli attacchi al territorio libanese via aria, terra e mare; ritiro dell'esercito israeliano dai territori che ha occupato e dai confini; rilascio dei prigionieri; ritorno degli sfollati nei loro villaggi, fin sul confine; ricostruzione del Paese con supporto internazionale e supervisione libanese. Che lo Stato Ebraico accetti o anche solo prenda in considerazione simili proposte è altrettanto irrealistico quanto il grido di vittoria che la milizia sciita ha innalzato all'annuncio della tregua.

