Famiglia nel bosco, lo Stato getta la maschera sull'educazione
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"L'educazione dei bambini la decide la casa-famiglia". Nelle parole del tutore dei piccoli Travellion c'è tutta la violenza di uno Stato che getta la maschera e si arroga il diritto di considerare i figli sua proprietà andando oltre il dettato costituzionale.
«L’educazione dei figli la decide la struttura in base alle regole che hanno sempre avuto». Nella vicenda della “famiglia nel bosco” lo Stato getta la maschera. Sono queste le sconcertanti parole pronunciate dall’avvocato Maria Luisa Palladino, nominata dal tribunale per i minorenni dell'Aquila tutrice dei tre piccoli Travellion dopo la sospensione della potestà genitoriale ai genitori Catherine Birmingham e Nathan Travellion.
Intercettata dall'inviato de La Vita in diretta che è riuscito a farla parlare, la Palladino ha svelato per la prima volta che cosa pensa della ormai assurda vicenda che vede i piccoli tolti ai genitori perché la loro educazione è giudicata non conforme alle regole dello Stato.
«È una madre che rifiuta tutto», ha detto riferendosi a Catherine, che nella casa-famiglia può vedere i figli soltanto poche ore al giorno e sotto stretto controllo, come se si trattasse di una delinquente. E per forza, verrebbe da dire: nel momento in cui lo Stato sfodera il braccio violento della legge arrogandosi il diritto-dovere persino di decidere sull’educazione dei suoi figli, è naturale che per questa mamma possa scattare un sentimento di rifiuto totale delle direttive di quell’istituzione che le sta impendendo di esercitare il suo diritto a educare i figli. Così come un animale ferito nel profondo della sua intimità e dignità, risulta pressoché fisiologico che in lei possa scattare un rifiuto.
Le poche parole del tutore assegnato dal tribunale ai bambini svelano la violenza di una struttura socioassistenziale che si arroga il diritto di educare i figli a nome dello Stato sulla base di motivazioni che, a detta dei consulenti e dei legali della famiglia nel bosco, sono pretestuose e sbagliate. Perché è chiaro che il contenzioso legale va avanti e anche i genitori hanno motivazioni per far valere i loro diritti, ma è altrettanto chiaro che la visione dello Stato, per mezzo degli assistenti sociali e del tutore nominato dal tribunale, vada ben oltre la necessità delle istituzioni di far valere la legge.
Verrebbe da chiedersi se, con frasi di questo tenore, accompagnate anche alla relazione dei servizi sociali resa nota sempre ieri, nella quale si parla di una «resistenza attiva e passiva alle regole della casa famiglia» da parte di Catherine, non si stia andando oltre anche al dettato costituzionale che all’articolo 30 ribadisce come “nei casi di incapacità dei genitori, la legge provvede a che siano assolti i loro compiti”. Significa, certo, che se un bambino è in pericolo nella famiglia d’origine, lo Stato ha il dovere di intervenire, ma significa anche che lo Stato deve mettere i genitori in difficoltà ad esercitare il loro ruolo, in condizione di poterlo fare al meglio. Proprio per rispettare il principale riferimento dell’articolo 30 che recita: “È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio”. È questo il principale intendimento che avevano i padri costituenti nello scrivere quell’articolo perché la famiglia, come società naturale fondata sul matrimonio ha questo diritto naturale che nessuno Stato può togliergli, ma può solo riconoscere e aiutare il più possibile.
Ecco, non sembra che i genitori, per quanto fuori dall’ordinario, per quanto animati da un’ideologia naturalista più che discutibile, siano stati messi in condizione di intraprendere questo percorso di connessione alle istituzioni, di dialogo, di collaborazione. Perché se ci fosse stato, lo Stato non si sarebbe sentito in dovere di pronunciare quella frase che suona come una pietra tombale sulla giustizia e sul diritto di famiglia che viene ancora una volta calpestato: “L’educazione dei bambini la decide la casa-famiglia”. Una frase agghiacciante che sa ancora una volta di best interest applicato sulla pelle di minori.
È solo la violenza della legge, che sicuramente chi ha in carico i bambini ora pensa di aver rispettato perché il diritto di educarli secondo le regole della casa-famiglia gli deriva in forza di un provvedimento giudiziario che ha annullato il diritto originario dei genitori di educarli, su motivazioni che, a ben vedere e stando alla controparte rappresentata dai loro legali, non erano poi così cogenti e urgenti dato che i bambini non hanno mai vissuto una situazione di pericolo o di rischio per la loro incolumità fisica.
Una violenza che si sta perpetrando sulla pelle di questi bambini, ma anche sui genitori, considerati un intralcio alla volontà dello Stato di prendersi tutto di quei bambini. E che dimostra ancora una volta che il principale problema delle leggi applicate pretestuosamente con la scusa di fare il bene dei bambini, in realtà sono un colpo inferto al favor familiae, che non viene mai ricercato. Perché guardare le cose nell’ottica del bene complessivo della famiglia, significa fare automaticamente anche il bene di quei bambini che di quella famiglia fanno parte, come ne fanno parte i loro genitori. È un vulnus che non si vuole vedere e che il braccio violento della legge cerca di coprire abilmente.
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