Faida nella Lega, Salvini teme la bocciatura a Pontida
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Matteo Salvini prova a mettere in sicurezza la Lega prima che il malessere interno si trasformi, a Pontida, in una contestazione aperta alla sua leadership.
Matteo Salvini prova a mettere in sicurezza la Lega prima che il malessere interno si trasformi, a Pontida, in una contestazione aperta alla sua leadership. Il segretario leghista arriva all’appuntamento con i governatori del Nord in una posizione di evidente debolezza: deve convincere Attilio Fontana, Luca Zaia e Massimiliano Fedriga che esiste ancora uno spazio per una gestione condivisa del partito, ma nello stesso tempo deve evitare che il confronto con le anime critiche si trasformi in un processo pubblico alla linea seguita negli ultimi anni.
La proposta della “pax delle liste” nasce esattamente da questa necessità: condividere con i governatori la scelta delle candidature alle prossime politiche, rinunciando alla gestione solitaria delle liste, in cambio di una tregua almeno fino a Pontida e della garanzia che il grande raduno del 20 settembre non diventi il teatro della resa dei conti. È una mediazione che racconta, prima ancora che una ritrovata volontà collegiale, le difficoltà di Salvini nel controllare un partito che fino a pochi anni fa sembrava completamente nelle sue mani. Perché il problema della Lega non è soltanto organizzativo e non riguarda soltanto la distribuzione delle candidature: è politico, identitario e soprattutto di leadership.
I governatori del Nord non contestano semplicemente qualche nome nelle liste o qualche scelta di segreteria. Contestano l’idea stessa di una Lega trasformata da movimento territoriale attento alle ragioni del nord più produttivo in partito nazionale sovranista, chiedono di riportare al centro amministratori, territori e autonomia e considerano sempre più urgente una discussione sul futuro del Carroccio dopo Salvini.
Il segnale più evidente della crisi arriva però dai numeri. Roberto Vannacci, l’ex generale che proprio dalla Lega è partito per costruire Futuro Nazionale, ha ormai trasformato la scissione in una sfida diretta. Nell’ultimo sondaggio SWG per il Tg La7 il partito di Vannacci raggiunge il 7,7%, nuovo massimo storico, mentre la Lega resta al 5,7%; nella rilevazione YouTrend per Sky Tg24 Futuro Nazionale arriva addirittura al 7,9%, mentre il Carroccio precipita al 4,4%. Non si tratta più, dunque, di un ex esponente che ha lasciato il partito portandosi dietro una quota marginale di consenso: Vannacci è diventato un concorrente nazionale che, almeno nei sondaggi, vale più della Lega. E per Salvini questa è probabilmente la ferita politica più difficile da rimarginare, perché una parte del fenomeno Vannacci nasce proprio dalle scelte compiute dal segretario quando decise di candidare l’ex generale alle Europee e di trasformarlo in uno dei volti della nuova destra leghista. Quella scommessa si è rivoltata contro chi l’aveva fatta.
La fotografia dei sondaggi rende ancora più delicata la vigilia di Pontida. Salvini non può permettersi che sul “sacro prato” si materializzi l’immagine di un segretario sfiduciato dalla propria base. Ecco perché la sua proposta ai governatori assume un significato che va oltre la semplice trattativa sulle candidature: è il tentativo di congelare il conflitto interno e guadagnare tempo. La parola decisiva, per il segretario, è proprio tempo. Salvini ha interesse a portare la legislatura fino alla sua scadenza naturale, nell’autunno del 2027, perché ogni mese in più può diventare un’occasione per tentare di recuperare il consenso perduto.
La sua speranza è che il fenomeno Vannacci, oggi in piena espansione, possa progressivamente sgonfiarsi, che il nuovo partito incontri le difficoltà inevitabili della crescita e dell’organizzazione sul territorio e che la Lega possa tornare a occupare quello spazio politico che oggi il generale le sta sottraendo. Lo stesso Salvini, del resto, ha indicato l’autunno 2027 come il vero appuntamento con il giudizio degli elettori e ha sostenuto di avere ancora un anno di tempo per riportare il partito almeno alla doppia cifra.
Ma proprio qui si apre il problema con Giorgia Meloni. La premier ha un interesse diverso rispetto a quello di Salvini. Per il presidente del Consiglio la durata della legislatura non è necessariamente un valore assoluto: se il governo dovesse cominciare a logorarsi, se l’alleanza di centrodestra dovesse perdere terreno o se la crescita di Vannacci dovesse continuare a modificare gli equilibri interni alla coalizione, andare al voto in primavera potrebbe diventare una scelta razionale.
Salvini, al contrario, ha bisogno di tempo. Se si votasse rapidamente, la Lega arriverebbe alle urne con una leadership contestata, un partito lacerato e un concorrente sulla destra in piena crescita. Se invece il voto venisse rinviato all’autunno del 2027, Salvini avrebbe la possibilità di ricomporre almeno in parte il fronte interno, rilanciare l’identità del partito e verificare se la parabola di Vannacci sia davvero destinata a proseguire. È anche per questo che Pontida assume un valore enorme. Il raduno non sarà soltanto una manifestazione politica, ma un termometro della leadership di Salvini.
La vera partita di Pontida non sarà soltanto tra Salvini e i governatori, ma tra due idee diverse di ciò che la Lega dovrebbe diventare. Da una parte c’è il segretario che chiede tempo, prova a contenere la fronda e spera di arrivare vivo alla scadenza naturale della legislatura. Dall’altra ci sono gli amministratori del Nord, preoccupati per il declino elettorale e sempre più insofferenti verso una leadership che considerano responsabile di avere smarrito il rapporto con il territorio. In mezzo c’è Vannacci, che senza nemmeno essere al governo sta riuscendo a sottrarre alla Lega una parte consistente del suo spazio politico.
Salvini ha bisogno che Pontida non sia il luogo della sua sfiducia. Ha bisogno che i governatori accettino di rinviare la resa dei conti, che la base non trasformi il pratone in una contestazione e che Vannacci smetta, almeno per qualche mese, di crescere. Soprattutto, ha bisogno che nessuno nel centrodestra decida che la sua Lega sia ormai troppo debole per essere difesa. La vera posta in gioco, dunque, non sono soltanto le liste elettorali. È il tempo politico di Matteo Salvini. E oggi quel tempo appare sempre più corto.


