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Evangelizzare costa: aumentano i missionari uccisi

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Sono 20 i missionari cristiani uccisi nel 2023. L'Africa primeggia nel triste conteggio, Nigeria e Messico gli stati più aggressivi. Anche se non per tutti è presente una causa "in odium fidei", hanno consapevolmente accettato i rischi che comporta vivere e testimoniare la fede in situazioni critiche.

Ecclesia 02_01_2024

Sono 20, due in più che nell’anno precedente, i missionari uccisi nel 2023. A perdere la vita sono stati un vescovo, otto sacerdoti, due religiosi non sacerdoti, un seminarista, un novizio e sette laici. È quanto emerge dal dossier “I missionari uccisi nel 2023”, a cura di Stefano Lodigiani, diffuso come di consueto il 30 dicembre da Fides, l’agenzia di stampa delle Pontificie Opere Missionarie

Come ogni anno, l’agenzia specifica di usare il termine “missionario” per tutti i battezzati. L’elenco quindi «non riguarda solo i missionari ad gentes in senso stretto, ma prende in considerazione tutti i battezzati impegnati nella vita della Chiesa morti in modo violento, anche quando ciò avviene non espressamente in odio alla fede». Cita a questo proposito l’Esortazione apostolica di Papa Francesco Evangelii gaudium: «In virtù del Battesimo ricevuto, ogni membro del Popolo di Dio è diventato discepolo missionario. Ciascun battezzato, qualunque sia la sua funzione nella Chiesa e il grado di istruzione della sua fede, è un soggetto attivo di evangelizzazione».

Per questo, spiega Fides, «si preferisce non utilizzare il termine martiri, se non nel suo significato etimologico di testimoni, per non entrare in merito al giudizio che la Chiesa potrà eventualmente dare su alcuni di loro proponendoli, dopo un attento esame, per la beatificazione o la canonizzazione». Nella maggior parte dei casi, aggiunge l’agenzia di stampa, gli operatori pastorali uccisi «non hanno compiuto azioni eclatanti o imprese fuori del comune che avrebbero potuto attirare l’attenzione e farli entrare nel mirino di qualcuno». Sono stati vittime di sequestri, aggressioni, atti di terrorismo, si sono trovati coinvolti in sparatorie, scontri armati e violenze di diverso tipo mentre erano impegnati nelle occupazioni e nelle incombenze di tutti i giorni: colpiti per strada, mentre andavano o tornavano dal celebrare la Messa o svolgere attività pastorali, oppure a casa, nelle loro parrocchie, nei loro monasteri, durante un assalto a scopo di rapina o di sequestro di persona.

È successo perché hanno consapevolmente accettato i rischi che comporta vivere e testimoniare la fede in situazioni critiche, caratterizzate, così le descrive Fides, da «povertà economica e culturale, degrado morale e ambientale, dove non esiste il rispetto per la vita e per i diritti umani, ma spesso è norma solo la sopraffazione e la violenza». In simili contesti a volte la morte arriva per mano delle stesse persone per le quali i missionari si stavano prodigando, al bene delle quali stavano dedicando la loro vita. «Avrebbero potuto andare altrove – commenta l’agenzia – spostarsi in luoghi più sicuri, o desistere dai loro impegni cristiani, magari riducendoli, ma non lo hanno fatto, pur essendo consapevoli della situazione e dei pericoli che correvano ogni giorno. Ingenui, agli occhi del mondo».

Con quattro ciascuno, Nigeria e Messico sono  i paesi in cui sono morti più missionari.

L’Africa si conferma anche per il 2023 il continente con il maggior numero di uccisioni. I morti sono nove: cinque sacerdoti, due religiosi, un seminarista, un novizio. Quattro, come si è detto, sono stati uccisi in Nigeria: don Isaac Achi, morto durante un assalto alla sua parrocchia, don Charles Onomhoale Igechi, aggredito da uomini armati per strada, il seminarista Na’aman Danlami, bruciato vivo quando dei malviventi hanno attaccato la sua parrocchia, il novizio benedettino Godwin Eze, rapito nel suo monastero e poi ucciso; due in Burkina Faso: don Jacques Yaro Zerbo, colpito a morte da uomini armati mentre si recava presso una comunità della sua parrocchia, e Fratel Moses Simukonde Sens, ucciso da un proiettile vagante in prossimità di un posto di blocco militare; uno in Tanzania: don Pamphili Nada, aggredito in parrocchia; uno in Camerun: fratel Cyprian Ngeh, pugnalato a morte per strada; e uno nella Repubblica democratica del Congo: don Léopold Feyen, anch’egli ucciso a coltellate in parrocchia.

Sei missionari – un vescovo, tre sacerdoti e due laiche – sono stati assassinati in America: i quattro uccisi in Messico sono don Juan Angulo Fonseca, ferito a morte con colpi di arma da fuoco, padre Javier Garcia Villafana, ucciso per strada, due giovani catechiste, Geltrudis Cruz e Gliserina Cruz Merino, perite in una imboscata mentre si stavano recando a una processione. Negli Stati Uniti sono stati uccisi monsignor David O’Connell, vescovo ausiliare di Los Angeles, colpito in casa dal marito della sua governante, e don Stephen Gutgsell, aggredito e ucciso con una arma da taglio nella canonica della sua chiesa.

Quattro laici sono stati uccisi in Asia: due nelle Filippine, gli studenti cattolici Junrey Barbante e Janine Arenas, due delle quattro vittime di un attentato dinamitardo compiuto nell’Università statale di Mindano durante la celebrazione di una messa; e due a Gaza, Samar Kamal Anton e Nahida Khalil Anton, uccise da cecchini. Infine, in Europa, in Spagna, il sacrestano Diego Valencia è stato ucciso a colpi di machete da un giovane marocchino.

La studentessa Janine Arenas aveva solo 18 anni, il seminarista Na’aman Danlami e lo studente Junrey Barbante ne avevano 25. Don Léopold Feyen, la vittima più anziana, aveva 82 anni e aveva dedicato oltre 60 anni della sua vita alla missione. 

«I martiri non vanno visti come eroi che hanno agito individualmente, come fiori spuntati in un deserto – ha detto Papa Francesco durante l’udienza generale del 19 marzo 2023 – ma come frutti maturi ed eccellenti della vigna del Signore, che è la Chiesa». La presentazione del dossier di Fides inizia con questa citazione e si conclude con le parole pronunciate da Papa Francesco il 26 dicembre, all’Angelus della festa di Santo Stefano, il primo martire della comunità cristiana: «Ancora ci sono – e sono tanti – quelli che soffrono e muoiono per testimoniare Gesù, come c’è chi è penalizzato a vari livelli per il fatto di comportarsi in modo coerente con il Vangelo, e chi fa fatica ogni giorno a rimanere fedele, senza clamore, ai propri buoni doveri, mentre il mondo se ne ride e predica altro. Anche questi fratelli e sorelle possono sembrare dei falliti, ma oggi vediamo che non è così. Adesso come allora, infatti, il seme dei loro sacrifici, che sembra morire, germoglia, porta frutto, perché Dio attraverso di loro continua a operare prodigi (cfr At 18,9-10), a cambiare i cuori e a salvare gli uomini».