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medio oriente

Escalation israeliana sul Libano nella Notte del Sacrificio

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Dopo i successi di Hezbollah c'era da attendersi la ritorsione di Israele sul Paese dei Cedri: nella sola ricorrenza islamica un bombardamento simultaneo su oltre 150 obiettivi, l'evacuazione di 13 località e il conto dei morti in aumento. C'è da chiedersi quanti libanesi siano ancora disposti a sacrificarsi alla mistica sull'altare della fedeltà all'Iran.
- Gaza, un silenzio che nasce dall'assuefazione all'orrore, di Nicola Scopelliti

Esteri 28_05_2026

Nel mondo islamico la ricorrenza di Eid al Adha, la Festa del Sacrificio, commemora quello che nel Libro della Genesi è il Sacrificio di Isacco, episodio della vita di Abramo riportato anche nel Corano. Secondo gli esegeti, una delle principali differenze tra le due narrazioni consiste nel fatto che nelle Sacre Scritture Isacco (nella tradizione islamica identificato con Ismaele) è inconsapevole fino all'ultimo del destino che lo attende – il padre Abramo ha acconsentito a sacrificarlo a quel Dio che infine lo risparmierà, accettando al suo posto l'offerta di un ariete; nel Corano, invece, Abramo avverte delle sue intenzioni il ragazzo che, dando prova di sottomissione a Dio – concetto chiave nell'Islam – esorta il padre a sacrificarlo. Quest'anno il Libano ha celebrato la notte di Eid al Adha, tra il 26 e 27 maggio, con il sacrificio della propria carne e di quella dei propri figli.

Come annunciato dal premier israeliano Netanyahu nel pomeriggio del 26, con il via libera di Trump, le truppe di IDF hanno sfondato di quattro chilometri a nord la “Zona di difesa avanzata” stabilita unilateralmente dallo stesso Stato ebraico nel sud-est del Libano, coprendo la propria avanzata con il bombardamento simultaneo di decine di “obiettivi di Hezbollah” (strade, case, scuole, automobili, chiese, moschee, edifici pubblici) e l'evacuazione forzata di tredici località a nord del fiume Zaharani, 40 chilometri dal confine con Israele. In contemporaenea, IDF ha colpito decine di altri obiettivi nel sud del Paese, nei distretti di Tiro, Nabatyie, Bint Jbeil – località già pesantemente bombardate negli ultimi due mesi di aggressione – e nel nord della valle della Bekaa, in direzione di Baalbek e Hermel.

In totale, IDF ha reso noto di aver colpito «più di 150 obiettivi» in territorio libanese in poche ore per un costo umano di almeno trenta vittime nella sola Notte del Sacrificio, nonostante dal 17 aprile scorso sia in vigore un cessate il fuoco tra i due Paesi – durante il quale in Libano l'esercito israeliano ha ucciso almeno 608 persone, secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità (vedi anche qui e qui). Secondo la stampa israeliana, solo il «veto di Trump» avrebbe per ora impedito un attacco diretto su Beirut «per non mettere a rischio le delicate trattative tra USA e Iran».

Lo Stato Ebraico ha giustificato l'escalation, chiesta a più voci sia dalla leadership militare che dalla compagine di governo, con la necessità di «distruggere i droni di Hezbollah», considerati i danni che la milizia sciita ha inflitto alle truppe di IDF in territorio libanese grazie all'utilizzo dei droni a fibra ottica.

Era prevedibile che i successi ottenuti da Hezbollah grazie alla “guerra dei droni”, per quanto effimeri, avrebbero provocato gravi ritorsioni da parte israeliana nei confronti della popolazione civile; così come era altrettanto certo che lo Stato Ebraico avrebbe colto l'occasione per estendere la zona occupata nel Paese dei Cedri. Accanto ai tradizionali auguri per la Festa del Sacrificio – “Eid mubarak!”, ma quest'anno chi è sopravvissuto al fuoco israeliano ha davvero poco da festeggiare – i libanesi si stanno scambiando una vignetta che mostra la caricatura di un mullah nell'atto di offrire un agnello sacrificale, simbolo della festa, chiamato “sud del Libano”.

Sarebbe interessante comprendere, dopo quasi tre mesi di aggressione israeliana, quanta parte della popolazione libanese abbracci ancora liberamente il sacrificio chiestole da Hezbollah sull'altare della fedeltà all'Iran, al pari dell'Ismaele coranico, e quanta invece recalcitri, come il celebre Isacco biblico ritratto da Caravaggio. C'è da credere – e sperare – che la mistica sciita del martirio abbia smesso di far presa sui libanesi di ogni credo e colore, dopo un tributo di morti così alto. Frattanto lo Stato libanese, impotente, tace, e così l'esercito regolare.

In tema di “sacrifici di Isacco”, com'è noto giorni fa il Ministro israeliano per la Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir è stato sconfessato da Netanyahu per il comportamento abusante tenuto nei confronti degli attivisti della Sumud Flotilla, «non in linea con i valori di Israele».  Eppure Ben Gvir, additato come il cavallo pazzo dell'estrema destra israeliana e apparentemente sacrificato sull'altare del buon nome dello Stato Ebraico, sembra tuttavia ben allineato con i vertici di governo del suo Paese, tanto che i suoi “suggerimenti” circa la conduzione della guerra in Libano - occupare almeno fino al fiume Zahrani, tagliare l'elettricità in Libano e riprendere la guerra aperta – sono stati evidentemente ascoltati. C'è da credere che se la comunità internazionale non interviene in qualche forma anche le ultime indicazioni di Ben Gvir e dei suoi colleghi di governo – radere al suolo la periferia sud di Beirut, fare “quello che abbiamo fatto a Rafah”, spostare la popolazione - entreranno nell'agenda dello Stato Ebraico.

Mentre scriviamo l'offensiva israeliana è ancora in corso – i bombardamenti non si fermano, il numero delle vittime cresce e in vista di nuovi raid IDF ha rivolto un ordine di evacuazione all'intera città di Tiro (160.000 abitanti censiti prima del 2023) e ai campi palestinesi negli immediati dintorni, Shabriha, Al Buss, Rashidie, Jal al Bahar, Ain Baal, Borj al Chmali. Il Ministero libanese della Salute Pubblica ha aggiornato il numero delle vittime dell'aggressione israeliana dal 2 marzo scorso a 3269 – 56 nelle sole ventiquattr'ore precedenti alla rilevazione, tra cui donne, bambini, personale sanitario e un soldato dell'esercito libanese.