Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
Sant’Ildefonso da Toledo a cura di Ermes Dovico
lega e 5 stelle

Effetto giallo-verde: il ritorno del fronte sovranista

Ascolta la versione audio dell'articolo

Prima l'Ucraina, poi il Mercosur. Lega e 5 Stelle tornano ciclicamente a votare insieme, tanto in Parlamento quanto al Parlamento europeo. Ritorna la suggestione di una scomposizione degli schieramenti tradizionali ad assetto variabile.

Politica 23_01_2026

Non si presenta più come alleanza, non rivendica una piattaforma comune e non ha un leader riconoscibile. Eppure il fronte gialloverde, quello che vinse le elezioni del 2018 e portò al governo il primo esecutivo guidato da Giuseppe Conte, continua a riemergere. In modo strisciante, intermittente, spesso non dichiarato. Ma politicamente riconoscibile. E soprattutto attivo sui grandi dossier di politica estera, dove Movimento 5 Stelle e Lega tornano ciclicamente a votare insieme, tanto in Parlamento quanto — ed è forse l’aspetto più significativo — al Parlamento europeo.

Non è una suggestione giornalistica. È accaduto sul sostegno militare all’Ucraina, dove M5S e Lega si sono più volte smarcati dalle rispettive coalizioni di riferimento, assumendo posizioni critiche o apertamente contrarie all’invio di armi. È riaccaduto sull’accordo di libero scambio Ue-Mercosur, contestato da entrambi in nome della difesa dell’agricoltura nazionale. Ed è riemerso anche nel dibattito sui dazi e sui rapporti commerciali con gli Stati Uniti, dove sia Conte sia Salvini hanno mostrato un atteggiamento sorprendentemente convergente: critiche all’Europa, comprensione per le posizioni di Donald Trump, attacco agli accordi considerati penalizzanti per l’interesse nazionale.

Una casualità? Difficile sostenerlo. Piuttosto, sembra il riemergere di un sostrato politico comune che non si è mai del tutto dissolto, nemmeno dopo la fine traumatica del governo Conte 1. Un fronte sovranista “a geometria variabile”, che non si manifesta su tutto ma si ricompone selettivamente quando entrano in gioco temi chiave: sovranità nazionale, diffidenza verso le élite europee, protezione dei settori produttivi interni, rifiuto di una politica estera percepita come eterodiretta.

Nel Parlamento europeo questo fenomeno è ancora più evidente. I deputati leghisti e quelli del Movimento 5 Stelle, pur sedendo in gruppi diversi e formalmente contrapposti, votano spesso allo stesso modo su dossier strategici. Lo fanno in difformità rispetto ai loro alleati naturali: la Lega rispetto al PPE e ai conservatori europei più allineati all’atlantismo, i 5 Stelle rispetto alle famiglie progressiste e verdi. È qui che il fronte gialloverde assume una dimensione meno tattica e più strutturale: una convergenza che attraversa gli schieramenti tradizionali e segnala una frattura più profonda, quella tra europeismo integrale e sovranismo critico.

Le ragioni di questa convergenza sono in parte ideologiche. Lega e M5S condividono una visione scettica dell’Unione europea come spazio di cessione di sovranità più che di cooperazione paritaria. Entrambi interpretano la globalizzazione come un processo asimmetrico, che favorisce le grandi potenze e penalizza le economie manifatturiere e agricole come quella italiana. Da qui la difesa degli agricoltori contro il Mercosur, la critica agli accordi commerciali, la diffidenza verso le sanzioni e le escalation militari.

Ma c’è anche una componente chiaramente tattica. Giuseppe Conte continua a mantenere le distanze dal cosiddetto “campo largo”, giocando sulle ambiguità e sulle divisioni interne al Partito democratico. La politica estera è uno dei terreni su cui il M5S può differenziarsi nettamente dal Pd, intercettando un elettorato pacifista, anti-establishment e critico verso Bruxelles. In questo spazio politico, la convergenza con la Lega non è un incidente, ma una leva.

Specularmente, Matteo Salvini vive una competizione permanente con Giorgia Meloni. I due si contendono lo stesso bacino elettorale, si sottraggono quadri politici e amministratori, e si differenziano soprattutto sul posizionamento internazionale. Se Meloni ha scelto un profilo atlantista e istituzionale, Salvini continua a coltivare un’immagine di leader “non allineato”, capace di parlare a chi diffida dell’Europa e guarda con interesse alle posture muscolari di Trump. Anche qui, l’incrocio con Conte non è casuale.

Il risultato è una possibile scomposizione degli schieramenti tradizionali. Da una parte un asse europeista, trasversale ma coerente; dall’altra un fronte sovranista fluido, che non governa insieme ma pensa — e vota — spesso nello stesso modo. Il gialloverde non è tornato come governo, ma come cultura politica condivisa. E potrebbe non aver detto l’ultima parola.