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LETTERA PASTORALE

E anche l'arcivescovo di Milano si iscrive alla lobby gay

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Nelle nuove indicazioni pastorali per la diocesi, monsignor Mario Delpini nel capitolo dedicato all'educazione affettiva definisce come amore l'attrazione omosessuale e la equipara a quella fra persone di sesso diverso. È solo l'antipasto del Sinodo di ottobre.

Ecclesia 21_09_2023

Anche per l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, sull’identità sessuale non c’è da perdersi in sottigliezze: l’attrazione ha «diverse sfumature», «sia verso persone di genere diverso sia verso persone dello stesso genere». L’importante è «accompagnare e interpretare l’esperienza dell’amore». Parole contenute nell’ultima lettera pastorale “Viviamo di una vita ricevuta”, proposta pastorale per l’anno 2023-2024, secondo capitolo, dedicato all’educazione affettiva.

Insomma l’arcidiocesi di Milano abbraccia in pieno la linea tracciata dalla lobby gay che ha ormai preso il comando della Chiesa cattolica e aggiunge il suo mattoncino all’edificio che si sta costruendo in vista del Sinodo che inizierà il 4 ottobre in Vaticano. Già da tempo diciamo che uno degli obiettivi principali del Sinodo sarà quello di normalizzare l’omosessualità e Milano si mette subito in prima fila. Non si tratta infatti, come ipocritamente si dice, di accogliere le persone con tendenze omosessuali, cosa che non sarebbe certo una novità (basta leggere il Catechismo), ma di legittimare gli atti omosessuali, cominciando dal considerare l’attrazione verso persone dello stesso sesso come una delle varianti possibili della sessualità.

È un percorso che viene da lontano e del resto proprio la Facoltà teologica dell’Italia settentrionale, presente in diocesi di Milano, è uno dei pensatoi della nuova morale gay. In particolare pensiamo a don Aristide Fumagalli, docente di Teologia morale, che già nel 2008 – regnante Benedetto XVI – aveva promosso insieme ai gesuiti di Aggiornamenti Sociali una piccola summa dell’ideologia catto-gay per sovvertire la dottrina della Chiesa in materia. Ed è lo stesso Fumagalli che, già nella presentazione del suo corso “L’amore omosessuale e fede cristiana» per l’anno accademico 2019/2020, definisce il Magistero come «inadeguato» a comprendere l’omosessualità.

E se gli arcivescovi che hanno guidato in questo tempo l’arcidiocesi di Milano non hanno mai trovato nulla da ridire sugli insegnamenti di questo sacerdote – peraltro in un posto chiave della formazione teologica -, era scontato che sarebbe arrivato prima o poi anche il vescovo che avrebbe fatto sua questa posizione. L’attuale atmosfera arcobaleno che si respira oggi nella Chiesa ha fatto il resto. Già nel numero di ottobre 2022 il settimanale della diocesi ambrosiana Il Segno dedicava la copertina al “tabù omosessualità”, protagonista il solito don Fumagalli insieme ad altre note firme del mondo catto-gay, per affermare che l’omosessualità è «di natura» ed «espressione di amore cristiano».

E ora arriva anche monsignor Delpini con la sua lettera pastorale. Forse un po’ titubante: all’inizio del capitolo in questione, infatti, Delpini pur timidamente si premura di ricordare l’importanza di «accettare il proprio corpo come dono di Dio», poi accenna alla «relazione tra uomo e donna». Ma poi in realtà scatta la parola d’ordine: «accompagnamento». Già, ma accompagnare verso dove? Questo non è chiaro; certo, ognuno deve scoprire «la propria vocazione d’amore», ma questo amore è un concetto così vago che ci si può mettere di tutto. E tutti gli adulti devono ascoltare, mettersi in dialogo ma mai – pare di capire – devono affermare ciò che è bene e ciò che è male, ciò che è vero amore e ciò che è menzogna. Non sia mai, anzi: non si deve «permettere che nessuno sia indotto a pensare di “essere fatto male”, di “essere sbagliato”».

Ed eccoci dunque là dove si voleva arrivare: «Una cura particolarmente delicata nella sensibilità contemporanea – scrive monsignor Delpini - deve essere dedicata ad accompagnare e interpretare l’esperienza dell’amore e delle diverse sfumature dell’attrazione, sia verso persone di genere diverso sia verso persone dello stesso genere. La frettolosa etichetta di “omosessuale”, “eterosessuale” mortifica la dinamica relazionale e tende a ridurla a una “pratica sessuale”».
E ovviamente qui «la comunità cristiana è chiamata a una riflessione attenta», che tradotto dal clericalese vuol dire che bisogna convincersi che l’omosessualità non ha nulla da invidiare all’eterosessualità.

In pratica è l’educatore – il genitore, l’insegnante, l’allenatore, l’animatore – che deve essere educato, guai a «calare istruzioni e consigli dall’alto». Non c’è neanche un piccolo spazio per la parola Verità, il progetto di Dio sulla persona, il significato di «maschio e femmina lo creò»: tutte cose da mettere in soffitta e che non possono trovare posto in una lettera pastorale della Chiesa moderna e «in uscita».

Il punto è che quello che si presenta come una premura educativa, uno sguardo d’amore verso le singole persone, in realtà è solo un paravento clericale per nascondere il vero obiettivo, che è invece ideologico. Ed è quello con cui si dovrà fare i conti anche al Sinodo di ottobre sulla sinodalità.



OMOERESIA IN DIOCESI

“Omosessualità è di natura”: Milano supera il Segno

06_10_2022 Luisella Scrosati

Il mensile della Chiesa di Milano Il Segno dedica la copertina di ottobre al “tabù omosessualità". Un concentrato di tesi per normalizzare la condizione gay, accettarla come "di natura" e "espressione di amore cristiano". Le solite fonti: da Fumagalli a Padre Piva a suor Giuliana Galli all'insegna del "nessuna condanna". E il solito Moia che arriva pure a rimproverare alla Chiesa di aver sbarrato la strada ai gay con una dottrina chiusa. L'immagine è quella di una Chiesa aperta da tutti i lati. Sì, così aperta che fa acqua da tutte le parti. 
- LA SPEZIA: IL VESCOVO SOSPENDE IL PRETE DEL DISSENSO

LA POLEMICA

Delpini e la porpora, il problema di Milano è ben altro

03_09_2022 Riccardo Cascioli

Mentre tiene ancora banco la polemica sulle parole pronunciate dall'arcivescovo di Milano davanti al neo-cardinale e vescovo di Como e rivolte anche al Papa, sarebbe auspicabile che la preoccupazione di monsignor Delpini si volgesse a far sì che l'arcidiocesi di Milano non sia complice in scelte pastorali che portano disorientamento tra i fedeli.
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- COMUNIONE SULLA LINGUA A MILANO, ORA È VIETATO NEGARLA, di Ermes Dovico

SACRAMENTI ALL'AMBROSIANA

Divorziati risposati, l'ipocrisia della diocesi di Milano

23_08_2022 Luisella Scrosati

La curia milanese ritira (apparentemente) il documento “aperturista” di don Aramini, ma non i suoi contenuti. Il solo “malinteso” è consistito nello svelare le carte e il (loro) vero problema sono i “pelagiani” difensori della dottrina. Al divorziato risposato si chiede tutto, tranne il pentimento.

CHIESA IN (LIBERA) USCITA

Comunione ai divorziati risposati, Milano spiana la strada

19_08_2022 Luisella Scrosati

Un lungo documento della Curia ambrosiana, come attuazione di Amoris Laetitia, sprona i parroci a promuovere il cammino ai sacramenti di quanti sono divorziati e risposati. La parola magica è discernimento, ma nei fatti è la legittimazione dell'adulterio, con anche la giustificazione biblica al sesso fuori dal matrimonio. Aggiornamento: la Curia ha ritirato il documento.