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Due film ci svelano il segreto della vita

Per questo periodo di feste ci sono in sala “Living” e “The Fabelmans”, due pellicole perfette per mantenerne intatto l’incanto. Ci richiamano infatti che aneliamo a qualcosa che dia un senso vero alla vita e ci doni la gioia a cui aspiriamo.

Cinema e tv 02_01_2023

Ispirato al film Vivere di Akira Kurosava, che a sua volta si basa sul racconto La morte di Ivan Il’ič di Lev Tolstoj, “Living” ha tutte le carte in regola per essere un piccolo capolavoro. Infatti il suo sceneggiatore, il Premio Nobel Kazuo Ishiguro, non tradisce le premesse e ci propone una storia di grande fascino e intensità, ambientata nella Londra degli anni 50. Il protagonista è Mr. Williams, un piccolo/medio burocrate che conduce un’esistenza ripetitiva e ingessata nel suo ruolo di responsabile di un ufficio amministrativo della City, che più che risolvere i problemi dei cittadini, accumula pratiche senza preoccuparsi di rispondere davvero ai bisogni di chi bussa agli sportelli comunali. Apparentemente impeccabile nella sua ripetitiva attività quotidiana, ammirato e temuto dai suoi sottoposti, in particolare da un giovane neoassunto, Mr. Williams (mirabilmente interpretato da un imperturbabile Bill Nighy) appare distaccato dagli altri e purtroppo anche dall’esito del suo lavoro. Il suo compito consisterebbe nel concedere le autorizzazioni necessarie per l’uso  di  spazi pubblici,  a favore del  bene della collettività.   Magnifiche le scene dei viaggi in treno degli impiegati con bombetta che, proprio come oggi,  non si rivolgono l’un l’altro molte parole (eppure allora non c’erano ancora i cellulari…), e dell’ammassarsi ordinato delle folle dei “colletti bianchi”, provenienti dalla periferia, verso gli uffici, dove in realtà sembra non accadere mai nulla di decisivo e di utile per la città.

Ma sopravviene l’imprevisto: Mr. Williams scopre che sta per morire a causa di una grave malattia e realizza solo ora che forse non ha davvero mai vissuto. Il protagonista, sconvolto e incapace di riprendere il tran-tran quotidiano, incredibilmente si confida con una simpatica giovane impiegata, che sta per lasciare il suo ufficio. Sarà lei, la vivace e disinvolta signorina Margaret Harris, con tutta la sua spontanea gioia di vivere, a fargli intravedere la passione per la vita, che lui non ha mai sperimentato. Tuttavia al  turbato Mr. Williams, che non riesce neppure a riprendere i ritmi abituali di lavoro, né a condividere la sua sofferenza col figlio con cui ha un rapporto  poco più che formale, non basta certo il suggerimento di un avventore del locale in cui si è rifugiato, di godersi gli ultimi mesi che gli restano. Né un pranzo in uno splendido ristorante, né le bevute in compagnie, anche equivoche, o le passeggiate divertenti con Margaret possono cancellare l’amarezza di un’esistenza che gli appare incompiuta e priva di significato.  Ci vuole uno scopo per risvegliare il gusto della vita, un impegno a realizzare qualcosa di buono.

Mr. Williams scopre finalmente la sua vera “missione”, quella che in passato ha tranquillamente trascurato, insabbiando una dopo l’altra le tante pratiche giunte sulla sua scrivania. Decide infatti di impegnarsi allo stremo per recuperare un’area degradata di Londra, con lo scopo di realizzare un parco giochi per i bambini, come da tempo reclama tenacemente, ma senza esito, un agguerrito comitato di signore impegnate nella lotta all’emarginazione. Il nostro freddo gentleman si trasforma in un uomo addirittura ostinato nelle sua gentilezza, che riesce persino a sbloccare gli ingranaggi dell’immobilismo burocratico, in cui lui stesso si era inceppato. Il parco giochi finalmente viene realizzato e Mr. Williams ritroverà proprio su un’altalena la gioia e la leggerezza della sua infanzia, suscitando lo stupore di un poliziotto di guardia nel quartiere, che lo vede divertirsi contento come un bambino. Stupore condiviso dai suoi colleghi, che non lo conoscevano davvero in questa sua determinazione a “fare il bene” e che, dopo il suo funerale, intravedono improvvisamente anche per loro la possibilità di rompere l’abituale prigione dell’estraneità e del disimpegno indifferente, provando a donare la loro vita per gli altri.

Che la passione per la vita richieda sacrificio e dolore, ma doni una grandissima felicità, è il messaggio anche di The Fabelmans, l’ultimo personale e intimo film di Steven Spielberg, che all’inizio della proiezione si rivolge direttamente allo spettatore. Vuole condividere con il suo pubblico la nascita della passione per il cinema, segnata da momenti di sofferenza e di gioia, intrecciati allo svolgersi della vita della sua famiglia, che lo ha accompagnato con tenerezza, ma anche lacerato. Figlio di una madre allegra ed estrosa, nelle cui vene scorreva l’amore per la musica che la portava a suonare meravigliosamente il pianoforte, Sammy Fabelman (alter ego di Spielberg) appartiene a una famiglia ebrea numerosa. Il padre, ingegnere informatico, si impegna a sostenere i suoi cari, ma non comprende la passione per il cinema nata nel piccolo Sammy, quando  con la moglie lo porta a vedere il suo primo film, Il più grande spettacolo del mondo. Nella scena iniziale della pellicola il terribile incidente di un treno terrorizza e insieme affascina il bambino. Solo riprendendone, con una piccola cinepresa, la simulazione realizzata con il suo trenino elettrico, Sammy riuscirà a superare la paura e il trauma. Spinto dalla mamma imparerà a conoscere la bellezza di filmare la realtà, per scoprirne gli aspetti nascosti. Sarà poi proprio un cortometraggio che il ragazzo realizzerà sul campeggio della sua famiglia, che gli svelerà emozioni e segreti di suo padre e sua madre, che non conosceva e che lo faranno soffrire.

“L’arte è sofferenza” urlerà in faccia a Sammy l’eccentrico prozio, preparandolo al sacrificio che la passione per il cinema gli richiederà. I conflitti infatti segneranno la sua giovinezza: quello lacerante tra i suoi genitori che si separeranno, la sua stessa identità ebraica, per cui sarà irriso ed emarginato dai compagni di scuola, e l’incertezza sulla sua stessa vocazione artistica. Ma su tutto prevale la passione per il grande schermo, quella stupenda possibilità di vedere nella realtà ciò che solo lui riesce a scorgere e a comunicare. Un amore assoluto, che a noi spettatori ha fatto apprezzare tanti film di Spielberg, geniali e commoventi. Andiamo al cinema dunque, proprio perché ci dà la possibilità di vedere una verità del mondo e di noi stessi, che non conosciamo o abbiamo dimenticato.