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Dopo Venezuela e Groenlandia, Trump dirotta su Cuba

Dopo l'arresto di Maduro in Venezuela e dopo la fine pacifica della disputa sulla Groenlandia, Trump torna a concentrarsi sui fronti "caldi": o in Iran, o a Cuba. Sì, Cuba: perché il regime comunista caraibico è al collasso dopo la cattura di Maduro.

Esteri 24_01_2026
L'Avana (AP)

Dopo che è stata risolta pacificamente la disputa con la Danimarca sulla Groenlandia e dopo che è stato arrestato Maduro in Venezuela, quale sarà la prossima mira di Trump in politica estera? L’Iran, verrebbe da pensare: considerando il movimento di navi, aerei e forze speciali verso il teatro di operazioni mediorientale, si potrebbe pensare che il presidente americano dia seguito alla sua minaccia al regime degli ayatollah. Se uccidi i manifestanti, siamo pronti all’intervento: questo era il succo del discorso. i manifestanti sono stati uccisi in gran numero, almeno 4mila secondo varie fonti, anche se le esecuzioni capitali per reati politici sono state sospese per rabbonire Trump (gli stessi prigionieri politici vengono impiccati ugualmente, ma con l’accusa di reati comuni). Tuttavia, la più grande concentrazione di potenza militare statunitense resta nelle acque dei Caraibi, anche dopo la rimozione di Maduro. L’obiettivo è sicuramente quello di assicurarsi che il nuovo governo venezuelano, guidato da Delcy Rodriguez (vice di Maduro) sia “collaborativo” come pretende Washington. Ma potrebbe esserci anche un’altra missione in vista: Cuba.

Non è affatto detto che da Porto Rico decollino i bombardieri per colpire l’Avana, o che dalle navi d’assalto anfibio sbarchino i marines sulle spiagge di Cuba, appoggiandosi alla testa di ponte che c’è già (a Guantanamo). Ma le navi restano e continuano ad essere pronte all’uso, per isolare il regime caraibico, mantenere forte la pressione e impedire ogni commercio. La rimozione di Maduro ha tolto a Cuba gran parte del petrolio di cui necessita. Secondo un’inchiesta condotta dal Wall Street Journal, «Le valutazioni dell'intelligence statunitense hanno dipinto un quadro cupo dell'economia dell'isola, afflitta da carenze croniche di beni di prima necessità, medicinali e frequenti blackout». Inoltre, «Secondo analisti economici, Cuba potrebbe esaurire le riserve di petrolio nel giro di poche settimane, causando un arresto totale dell'economia».

Stante questa situazione, a Washington si sta giungendo a conclusioni drastiche: «L'amministrazione Trump ha valutato che l'economia di Cuba è vicina al collasso e che il governo non è mai stato così fragile dopo aver perso un benefattore vitale in Maduro (…) I funzionari non hanno un piano concreto per porre fine al governo comunista che detiene il potere sull'isola caraibica da quasi settant'anni, ma vedono la cattura di Maduro e le successive concessioni dei suoi alleati rimasti come un modello e un avvertimento per Cuba ». «In una dichiarazione, il Dipartimento di Stato ha affermato che è nell'interesse della sicurezza nazionale americana che Cuba “sia governata con competenza da un governo democratico e che rifiuti di ospitare i servizi militari e di intelligence dei nostri avversari”».

Cuba è alleata della Russia e della Cina che stanno provando a puntellare il regime di Diaz Canel, il successore dei fratelli Castro. La Cina ha promesso l’equivalente di 80 milioni di dollari in aiuti, per cercare di superare il momento di crisi economica. La Russia ha inviato in visita il ministro dell’Interno, Vladimir Kolokoltsev per fornire aiuto anche sul piano della sicurezza interna. La situazione però resta grave e Cuba è indubbiamente più vicina a Miami che non a Mosca o a Pechino. C’è anche una forte motivazione a rovesciare quello che è uno dei più duraturi regimi comunisti del mondo, in sella ininterrottamente dal 1959, a lavare l’onta della Baia dei Porci (il fallito colpo di mano contro Castro del 17 aprile 1961), ad accontentare una volta per tutte quei milioni di cubani che hanno trovato rifugio negli Usa e non hanno mai rinunciato alla speranza di tornare in una Cuba libera dal comunismo. Due di questi sono i genitori di Marco Rubio, attuale Segretario di Stato in carica.

Intanto, comunque, il presidente si è assicurato di nuovo la facoltà di poter intervenire militarmente in un teatro di guerra straniero, senza passare da un voto al Congresso. Una risoluzione, presentata dai Democratici, che avrebbe potuto impedirglielo, è stata bocciata con un voto risicatissimo, 215 a 215. Un pareggio, che ha comportato la bocciatura del testo, ottenuto solo per il ritorno all’ultimo minuto disponibile di un deputato texano in trasferta, Wesley Hunt. Un risultato talmente sul filo del rasoio, (e nonostante la maggioranza sia repubblicana) che fa comprendere quanto sia ormai drammatico il conflitto fra potere legislativo ed esecutivo, soprattutto per le decisioni militari. Due repubblicani avevano infatti votato per la risoluzione, preoccupati per l’eccessiva arbitrarietà dell’uso della forza da parte del presidente. Ora il governo federale avrà ancora mano libera per intervenire altrove. In Iran, se verrà ritenuto il caso. In Venezuela, se è ancora necessario. O a Cuba?