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VENEZUELA

Dopo l'arresto di Maduro non c'è un cambio di regime

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Venezuela, il blitz è stato un attacco a sorpresa. Ma Maduro, ricercato dagli Usa dal 2020, subiva già una pressione militare da mesi. Dopo il suo arresto, però, non è detto che ci sia spazio per l'opposizione democratica di Maria Corina Machado.

Esteri 05_01_2026
Murales di Maduro a Caracas (AP)

Con un blitz da manuale, le forze speciali americane hanno catturato il dittatore venezuelano Nicolas Maduro e lo hanno portato, in arresto, a New York dove verrà processato per narcotraffico. Non si era mai vista una “guerra” tanto breve e relativamente indolore, con zero perdite fra gli statunitensi e 40 morti fra i venezuelani. Ma adesso, che ne sarà del Venezuela? Se si dava per scontato un cambio di regime e un’affermazione delle forze democratiche, coalizzate attorno alla figura carismatica di Maria Corina Machado (premio Nobel per la Pace), l’intenzione di Trump sembrerebbe quella di tenere in piedi il regime comunista e controllarlo dall’esterno, per gestire il petrolio del paese nel modo più sicuro e “tranquillo” possibile. Questo, almeno, è ciò che si deduce dalla stessa conferenza stampa congiunta di Donald Trump, con Marco Rubio (Segretario di Stato) e Pete Hegseth (Segretario alla Guerra).

Così si abbatte un dittatore per tenere in piedi la sua dittatura? Prima di tutto è bene vedere come si sia arrivati sino a questo punto. Trump ha considerato illegittimo il presidente Nicolas Maduro sin dal 2019, durante il suo primo mandato alla Casa Bianca. Nel 2019 il successore di Hugo Chavez era stato riconfermato a seguito di elezioni fortemente contestate e palesemente truccate, costringendo all’esilio il principale oppositore Juan Guaidó. Nel 2020, Maduro era stato formalmente incriminato per traffico di droga dalla magistratura statunitense. Nel 2024, rieletto a seguito di elezioni ancor più palesemente fraudolente, a scapito del vero vincitore Edmundo Gonzalez Urrutia (ora in esilio in Spagna), Maduro è stato considerato illegittimo anche dall’amministrazione Biden e dall’Unione Europea. Nei primi mesi del secondo mandato, Trump ha raddoppiato la taglia sul dittatore venezuelano.

Fra l’agosto 2025 e sabato 3 gennaio 2026, giorno del blitz, la pressione militare americana nei Caraibi non ha fatto che aumentare. Lo scopo dichiarato era quello di fermare il narcotraffico e tutti i barchini rapidi trovati sulle rotte della droga, anche senza previa ispezione, sono stati fatti saltare dalla Marina statunitense, provocando in tutto 120 morti, un’operazione di dubbia legalità (anche secondo le stesse leggi americane) che andava ben oltre il contrasto al traffico di droga. Nel frattempo, che lo scopo fosse più alto rispetto alla lotta antidroga, lo si deduceva dalla quantità e dalla qualità delle forze schierate a ridosso del Venezuela: la portaerei Ford, un sottomarino nucleare, un incrociatore lanciamissili e navi d’assalto anfibio con una forza di 10mila marines.

Con un’operazione simil-militare, Trump ha anche favorito l’esfiltrazione di Maria Corina Machado, permettendole di presenziare, a Oslo, alla cerimonia del Nobel per la Pace appena assegnatole. Un’ennesima umiliazione per Maduro, le cui proposte di trattative (l’ultima il 2 gennaio, alla vigilia del blitz) sono cadute inesorabilmente nel vuoto. Insomma, tutto faceva pensare a un cambio di regime. Una volta arrestato Maduro, Maria Corina Machado ha dichiarato, a nome di tutta l’opposizione: «Siamo pronti per far valere il nostro mandato e prendere il potere». Ma il futuro dell’opposizione ora è incerto, proprio per la proverbiale imprevedibilità del presidente americano.

Trump afferma che Delcy Rodriguez, vicepresidente di Maduro e presidente ad interim, rimarrà al suo posto e “collaborerà” con gli Usa. Al contrario, Maria Corina Machado, la "Lech Walesa del Venezuela", viene liquidata da Trump con parole sprezzanti: «non ha il sostegno o il rispetto per guidare il Venezuela».

Alla domanda se Delcy Rodríguez abbia fatto qualche promessa durante la telefonata dopo la cattura di Nicolás Maduro, tra cui l'espulsione degli avversari americani dal Venezuela, il Segretario di Stato Marco Rubio ha risposto stando sul vago: «Vedremo cosa succederà in futuro».

La nuova presidente del Venezuela, come prima cosa, chiede la scarcerazione immediata di Maduro e non si mostra affatto collaborativa. È una socialista convinta, scrive il Wall Street Journal, «che ha aiutato Nicolás Maduro a mantenere il potere per oltre un decennio, mentre l'economia del Paese crollava. Ora il presidente Trump conta dunque sull’estremista di sinistra Delcy Rodríguez (…) affinché collabori con gli Stati Uniti, che, secondo le parole di Trump, “iniziano a governare il Venezuela”. Così facendo, lascia intatto il regime di Maduro e sceglie uno dei confidenti del leader deposto invece di Maria Corina Machado , leader dell'opposizione e sostenitrice di Trump, vincitrice del premio Nobel per la pace».

Restano al loro posto figure anche più impopolari e indifendibili. Il ministro della Difesa venezuelano Vladimir Padrino è incriminato per traffico di droga, così come il ministro dell’Interno Diosdado Cabello, responsabile delle sanguinose repressioni delle manifestazioni anti-Maduro.

Ma a quali condizioni governeranno? Per il Segretario di Stato, prima di tutto, sottraendo il petrolio al regime: «Perché 8 milioni di persone hanno lasciato il Venezuela? – si chiede Rubio nella sua lunga intervista rilasciata a Meet the Press della Nbc  – Hanno lasciato il Venezuela dal 2014 perché tutta la ricchezza del Paese è stata rubata a vantaggio di Maduro e dei suoi compari del regime, ma non a vantaggio del popolo venezuelano». La seconda condizione è che rompa i legami con i nemici degli Usa: «Non si può trasformare il Venezuela in un centro operativo per l'Iran, la Russia, Hezbollah, la Cina o gli agenti dell'intelligence cubana. Non si può continuare così. Non è possibile che le più grandi riserve di petrolio del mondo siano sotto il controllo di avversari degli Stati Uniti».

Ma ci sarà mai una transizione democratica? Nella conferenza stampa dopo il blitz, Trump parla esplicitamente di “transizione” che avverrà dopo un periodo più o meno lungo di gestione americana del paese, attraverso forze di regime collaborative (o costrette ad essere tali).

Il timore che la dittatura possa restare al potere, però, è condiviso da molti. Elliott Abrams, già Rappresentante speciale per il Venezuela nella prima amministrazione Trump, scrive su The Free Press: «Anche se a volte le analisi giornalistiche mettono in guardia da un altro Iraq, Siria o Afghanistan, questi paragoni sono assurdi. Il Venezuela ha una popolazione omogenea e una forte tradizione democratica. Non ci sono divisioni sociali o religiose come quelle che vediamo in Medio Oriente. Le istituzioni democratiche esistevano e devono essere rivitalizzate, piuttosto che inventate. Le elezioni dello scorso anno (del 2024, ndr) hanno mostrato esattamente ciò che vogliono i venezuelani, e il Paese è circondato da democrazie».

Ricorda Abrams, «Quando ho ricoperto il ruolo di Rappresentante speciale per il Venezuela durante il primo mandato di Trump, ho scoperto che la Cia era contraria a fare quasi qualsiasi cosa lì e ostile all'opposizione democratica. Forse è ancora così oggi. C'erano plutocrati venezuelani o dirigenti petroliferi statunitensi che venivano a Mar-a-Lago e sussurravano quanto sarebbe stata facile la vita se avessimo semplicemente stretto un accordo con il regime una volta che Maduro se ne fosse andato? Erano loro la fonte delle menzogne su María Corina Machado?»