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centenario

Don Milani prete e maestro. Ma non è la scuola a salvare

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Le mille sfumature del priore di Barbiana impediscono di "etichettarlo" così come di canonizzarlo. Per Leonardo Alessi, presidente FISM, ha avuto il merito di accogliere i fragili ma il limite di farne un'esperienza totalizzante.
- "L'EQUIVOCO DON MILANI" E GLI EFFETTI DEL DONMILANISMO, di F. Cannone

Ecclesia 19_06_2023

A cento anni e quasi un mese dalla nascita di don Lorenzo Milani (1923-1967): ne scriviamo in puntuale e opportuno ritardo, una volta dissipata la nube di titoloni che non di rado sfocia nell’agiografia.

Problematico da morto più ancora che da vivo, difficile capire chi fosse Lorenzo Milani al di là delle variazioni sul tema del “prete degli ultimi” (scarseggia invece il titolo di “prete di strada”, ma al suo arrivo a Barbiana strade non ce n'erano). A meno di considerare queste etichette sinonimo di “prete di sinistra”, ma nella sua infinita complessità don Milani presenta sfumature che stonerebbero pure lì: «Mi vien da sorridere a pensarci», dice ricordando quei preti che venivano «a far conferenze» in seminario. «Ci parlavano delle difficoltà di avvicinare gli operai e i contadini. Proponevano gli uni di andarli a cercare nei campi e nelle officine, magari travestiti» (all’epoca impazzavano i “preti operai”). E se scriveva  a chiare lettere che «la dottrina del comunismo non val nulla» (da Esperienze pastorali, 1958), d’altro canto definiva «il sistema socialista» come «il più alto tentativo dell'umanità di dare, anche su questa terra, giustizia e eguaglianza ai poveri» e sconfinava in espressioni che paiono ispirate alla lotta di classe («Se voi avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro», scriveva in L’obbedienza non è più una virtù, del 1965).

Passato alla storia per la battaglia sull’obiezione di coscienza e per la scuola “senza bocciature”, più che per il ministero sacerdotale, non si può dire tuttavia che concepisse la Chiesa come una sorta di ONG: «Non mi ribellerò mai alla Chiesa perché ho bisogno più volte alla settimana del perdono dei miei peccati, e non saprei da chi altri andare a cercarlo quando avessi lasciato la Chiesa» (non la lasciò, al di là del rapporto a dir poco dialettico con l’arcivescovo di Firenze Ermenegildo Florit). E persino la liturgia, che per molti “preti sociali” è quasi un fastidio, era una cosa per lui talmente seria che quando il regista Angelo D’Alessandro andò a girare un documentario a Barbiana, si fece riprendere fingendo di compiere alcuni gesti del rito, poiché una vera celebrazione della Messa, e soprattutto la consacrazione, non poteva essere “profanata” dalle telecamere.

Quanto all’abito e alla smania di mostrarsi “vicini” alla gente, scriveva che «la Chiesa coll’imporci il vestito nero intendeva che la sola vista del prete richiamasse alla mente pensieri di sacrificio, di mortificazione delle vogliuzze terrene, di ricerca delle gioie dello spirito e del premio in Paradiso». E lo diceva a proposito dell’illusione di molti confratelli di accaparrarsi anime portando in parrocchia il bar e il pallone: «Su questa immagine la tonaca nera stona. Conviene dunque o adottare tonache variopinte o abolire il bar». Critica peraltro condivisibile, ma non priva di eccessi poiché per lui era il concetto stesso di ricreazione ad avere un’accezione negativa, come dimostrerà la scuola “totale” di Barbiana, dove si studierà 12 ore al giorno per 365 giorni l’anno. L’alternativa che lui si vanta di offrire, rispetto ai confratelli “mondani”, sembra però consistere prevalentemente nella scuola, pur considerata come «premessa più necessaria per il loro ritorno alla fede».

La scuola, merito e limite dell'esperienza di don Milani per Leonardo Alessi, fiorentino, impegnato nella scuola paritaria e presidente della FISM Toscana (Federazione Italiana Scuole Materne), che dice a La Bussola: «Se ha avuto un merito è stato quello di fondare un'esperienza radicale di scuola cattolica», chiarendo però che «non è la scuola a salvare». «La cosa che mi ha sempre colpito in positivo – confida – è l’esigenza di una proposta basata sul Vangelo che fosse rivolta a tutti, ai più fragili, e su questo purtroppo sotto certi aspetti ci sono stati dei limiti soprattutto nella scuola statale e forse anche nella scuola cattolica, cioè di essere, come l’ha definita lui, quell’“ospedale che cura i sani e non si preoccupa dei malati”» Una fragilità, che oggi è fatta di crisi e solitudine, ed è «peggiore rispetto alla differenza di classe dell’epoca di don Milani e peraltro colpisce tutte le classi sociali». L’attenzione a questa vera e propria emergenza è per Alessi qualcosa «da riprendere dell’esperienza di don Milani» e ignorarla «sarebbe irrealistico di fronte al grave disastro antropologico attuale».

Al tempo stesso, «la scuola non può essere la dimensione che assorbe tutta la vita. È chiaro che la sua è un'esperienza di “frontiera”, ma una scuola per 365 giorni l'anno, secondo me anche in situazioni come quelle di difficoltà familiare e quant’altro, non è adeguata, se diventa l’unico agente, poiché, per quanto possa trasmettere dei valori buoni, la vita non è solo scuola». Ne faceva, per così dire, un’esperienza “salvifica”? «Non è la scuola a salvare l’umano, ma trovare dei maestri che poi ti conducono nella vita. L'esperienza della scuola di Barbiana è un’esperienza totalizzante. Da questo punto di vista può avere un limite. Ritengo che un unico luogo educativo per i ragazzi non sia adeguato, soprattutto oggi».

E il don Milani “ideologico”? «Basta leggere i libri di Neera Fallaci e si sgombra subito il campo vedendo un prete che non vuole farsi ingabbiare. Ricordiamo il suo giudizio sul comunismo... Piuttosto, pur nella sofferenza lui riconosce, e questa secondo me è la cosa più interessante di don Milani, di essere uno salvato dalla Chiesa, che lo ha perdonato e gli ha dato il potere di perdonare i peccati». Si concepiva quindi, prima come prete che come insegnante? «Innanzitutto, un prete, un prete vero, che ha combattuto la battaglia educativa dentro la Chiesa – pur con tutte le polemiche e discussioni. Inoltre, non si vantava di avere un rapporto anche conflittuale con l’autorità ecclesiastica, ma ne faceva un elemento di sofferenza non un vanto. come purtroppo oggi spesso accade a certe figure». Cosa si può dire che abbia lasciato? «Ha lasciato un messaggio, non un modello educativo, che non era neanche nelle sue intenzioni. Per noi che facciamo scuola resta questo messaggio: la prima mossa dell'educazione è uno che ti accoglie, uno che ti perdona, ti guarda per come sei. Don Milani è uno che, per la gratitudine di essere stato accolto, a sua volta accoglie i bambini poveri del Mugello, di Barbiana e dintorni e cerca di farne degli uomini».

Senza dubbio è la scuola a fare da filo conduttore nell’intricata massa della personalità del neo-convertito Milani. Neo-convertito alla fede, lui che aveva avuto un’educazione laica, e a vent’anni si trovò fra le mani un vecchio messale, restandone affascinato («Lorenzo se ne entusiasmò, ma tutti, lì per lì, si pensò che fosse l'entusiasmo di un esteta», ricordava la madre). Neo-convertito, lui, rampollo di una ricca famiglia dell’alta borghesia fiorentina, alla “causa dei poveri”. E si direbbe pure neo-convertito alla scuola come strumento di “redenzione” per quei poveri che trovò sulla sua strada dapprima a Calenzano e poi a Barbiana. Il che forse è alla base dei non pochi eccessi, anche verbali, tra le righe dei quali anche i critici gli riconoscono un generoso idealismo. Che non basta a farne un modello né a giustificarne la canonizzazione mediatica e men che meno quella religiosa, da alcuni ventilata in occasione della visita del Papa a Barbiana nel 2017. Nessun processo di canonizzazione, disse allora il cardinal Betori, arcivescovo di Firenze, «almeno fino a quando ci sarò io».