Domenica delle Palme a Beirut. Un mese di guerra in Libano
Un mese di guerra in Libano, il 10% del territorio occupato dagli israeliani, più di 1200 morti e un milione di sfollati. La Domenica delle Palme non riporta la pace al Paese dei cedri.
“Riponi la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, periranno di spada.” Il verbo del Cristo nel racconto della Passione di Matteo sembrano un duro memento per i protagonisti del conflitto che da quattro settimane insanguina il medioriente. Durante l'omelia della celebrazione delle Palme in San Pietro Leone XIV ha ripreso il concetto: il Dio cristiano “rifiuta la guerra”, è un “Re della Pace” che “nessuno può usare per giustificare la guerra, che non ascolta la preghiera di chi fa la guerra”. Nelle parole del Pontefice, “Cristo rifiuta le preghiere di quei leader con le mani lorde di sangue”.
Com'è noto, da quando il 28 febbraio scorso Stati Uniti e Israele hanno mosso guerra all'Iran, il conflitto si è esteso in maniera incontrollata ad ampie aree della regione mediorientale. Il primo marzo la milizia sciita libanese di Hezbollah si è unita alla controffensiva iraniana, e Israele ha colto l'occasione per aggredire il Libano. I Paesi del Golfo, sfiorati a malapena dai conflitti degli ultimi decenni, pagano ora il processo di normalizzazione con Israele – gli Accordi di Abramo del 2020, fortemente voluti da Netanyahu nell'ottica di un crescente protagonismo dello Stato Ebraico nella regione a scapito dell'Iran. A un mese esatto dall'operazione congiunta israelo-americana, gli yemeniti di Ansar Allah, comunemente detti Houthi, si sono uniti all'Asse della Resistenza (o Asse del Male, a seconda del punto di vista), “a difesa delle nazioni islamiche aggredite”.
Mentre il presidente Trump lancia messaggi contraddittori riguardo alla condotta della guerra – sospende gli attacchi alle centrali energetiche iraniane fino a lunedì 6 aprile “a richiesta di Teheran”, che però smentisce, e frattanto accarezza l'idea di inviare altri diecimila effettivi in Medioriente - lo Stato Ebraico sta affrontando serie difficoltà interne ed è messo a dura prova dagli attacchi congiunti di Iran ed Hezbollah. Sebbene nell'autunno 2024 Israele abbia abbattuto, secondo le fonti, diecimila effettivi di Hezbollah, tra cui il leader storico Hassan Nasrallah, e neutralizzato un numero incalcolabile di armi e munizioni, il Partito di Dio sta dimostrando capacità di rigenerazione sorprendenti. Stiamo assistendo a giornate intere di combattimenti corpo a corpo tra miliziani e soldati di Idf in procinto di penetrare, o già attestatisi, in territorio libanese, dove la milizia sciita ha modo di sfoderare la sua esperienza nella guerriglia, che resta la sua arma migliore. Idf, presente nel sud del Libano con almeno sei divisioni, sta tentando di raggiungere il fiume Litani, a 30 km dalla Blue Line, con tutti i mezzi e con varie strategie, tra cui la demolizione di ponti e l'interruzione delle vie di comunicazione, la distruzione di villaggi interi, tra cui molti abitati da cristiani, l'evacuazione in massa della popolazione. Nelle ultime ore una brigata di riservisti è penetrata in Libano dal monte Hermon, in territorio siriano, approfittando della compiacenza del governo di Ahmed al Sharaa.
Israel Katz, il ministro israeliano della Difesa, ha affermato che nel sud del Libano non ci saranno né abitazioni né abitanti e Idf controllerà tutta l'area fino al Litani. Israele ha, ad oggi, bombardato due terzi del territorio libanese, utilizzando, tra le varie armi, anche le bombe al fosforo che, una volta compiuta la loro missione di morte, provocano danni irreparabili all'ambiente. Secondo il ministro libanese della Salute Pubblica, dal 2 marzo Idf ha ucciso in Libano 1238 persone, tra cui 124 bambini, più di ottanta donne, una cinquantina di medici e paramedici (colpiti direttamente sulle ambulanze o sui luoghi degli attacchi), una decina di soldati dell'esercito libanese, un sacerdote cattolico maronita, padre Pierre Rahi, un giovane membro dell'Ordine di Malta e tre giornalisti, accusati di essere miliziani di Hezbollah; l'attacco a questi ultimi ha suscitato sdegno nella comunità internazionale ma non sorpresa, dato che IDF è avvezza a sparare sulla stampa.
Ad oggi i feriti sono 3543 e gli sfollati interni spinti da Idf fuori dalle loro case più di un milione. Di loro, circa 130mila hanno trovato rifugio in 630 centri di accoglienza predisposti dal governo, mentre altri 130mila hanno attraversato il confine con la Siria; i restanti sono alloggiati da parenti, in case in affitto, o dormono nelle strade di Beirut o altrove. Circa il 25% della popolazione libanese è al momento sfollata, e il 10% del territorio libanese è stato conquistato da Idf. Il Primo Ministro israeliano Netanyahu ha annunciato il 29 marzo che Idf espanderà la buffer zone dello Stato Ebraico in Libano, come ha fatto a Gaza e in Siria, “per scongiurare rischi di invasione ed allontanare dal confine i missili anticarro” di Hezbollah. “Ho detto che avremmo cambiato il volto del medioriente e l'abbiamo fatto”, ha aggiunto.
In realtà, il governo israeliano è diviso al suo interno circa la conduzione della guerra; le strategie portate avanti dallo Stato Ebraico sono caotiche e volatili, e cambiano ogni giorno. Il Capo di Stato Maggiore di Idf, generale Eyal Zamir, ha contraddetto più volte nelle ultime settimane il Ministro della Difesa Katz; secondo il media israeliano Channel 13,
giorni fa Zamir avrebbe inoltre avvertito il governo circa il rischio che l'esercito “crolli su sé stesso” se non verranno arruolate ulteriori risorse.
Ma, a quanto pare, in Israele tutti sono d'accordo su un punto: prendere, annettere o conquistare il Libano - è una questione di sfumature – creando una zona di occupazione almeno fino al fiume Litani, o meglio al fiume Zaharani, a circa 40 chilometri dal confine.

