Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
Sant’Alessandro a cura di Ermes Dovico
egitto

Disputa sul Sinai, il nodo è la discriminazione dei cristiani

Ascolta la versione audio dell'articolo

A luglio il governo egiziano ha riconosciuto al monastero di Santa Caterina presente dal VI secolo il diritto all'esistenza e al culto, dopo avergli contestato e sottratto la proprietà di decine di terreni. La controversia non è solo catastale e si intreccia con la situazione dei cristiani nel Paese dove la tolleranza è proclamata a parole e la libertà religiosa è limitata nei fatti.

Libertà religiosa 26_08_2026
Wikimedia Commons - Author: Egghead06

I Paesi del Medio Oriente, nonostante le loro profonde diversità e le differenti ambizioni politiche, militari ed economiche, sembrano condividere un obiettivo comune: la persecuzione ai cristiani. In alcuni casi, ciò avviene in modo evidente; in altri, in maniera sottile e poco appariscente, attraverso discriminazioni, limitazioni della libertà religiosa e pressioni sociali. Non è una storia di chiese bruciate, di fedeli espulsi, di persecuzioni di massa. È qualcosa di più capillare. E forse, proprio per questo, più difficile da raccontare. Si può pregare, ma non possedere. È il paradosso che oggi si consuma ai piedi del Sinai, in Egitto, tradizionalmente identificato come il luogo in cui Mosè ricevette i Dieci Comandamenti. Si tratta del monastero di Santa Caterina, il luogo abitato dai monaci ortodossi da quasi quindici secoli, che in questi giorni rischiano di perdere la proprietà delle terre sulle quali hanno costruito e custodito la loro comunità.

L’Egitto del presidente Abdel Fattah al-Sisi, che ha imparato a parlare il linguaggio della tolleranza, rivendica la tutela della comunità copta, promuove il dialogo interreligioso e presenta la convivenza tra le fedi come un segno della propria modernità. Ma dietro questa immagine ufficiale resta una realtà assai più difficile da conciliare con questa narrazione: uno Stato che continua a esercitare un controllo pervasivo sulla vita religiosa e ad imporre restrizioni alle minoranze non musulmane. A denunciarlo è la commissione statunitense per la libertà religiosa internazionale (USCIRF), secondo cui le autorità egiziane continuano ad avvalersi di leggi, politiche e decisioni giudiziarie che limitano la libertà religiosa e discriminano, in forme diverse, le minoranze non musulmane.

È dentro questa contraddizione che il monastero di Santa Caterina, dove vive una piccola comunità di monaci greco-ortodossi, acquista un significato che va ben oltre una disputa catastale. Il monastero è uno dei luoghi più antichi della cristianità. Fu costruito nel VI secolo per ordine dell’imperatore Giustiniano, e da allora la vita monastica non si è mai interrotta. Nel 2002 l’Unesco ha inserito il sito nella lista del Patrimonio Mondiale. Oggi, però, l’Egitto contesta alla comunità la proprietà di decine di terreni. La controversia riguarda 71 appezzamenti ed è arrivata alla Corte di Cassazione dopo una sentenza del maggio 2025 che ha riconosciuto allo Stato la proprietà dei terreni, attribuendo ai monaci una forma nuova e più limitata di «possesso religioso». La distinzione è decisiva. Possedere come comunità religiosa non vuol dire essere proprietari. Significa poter abitare il luogo e celebrarvi il culto. È una garanzia importante, ma diversa dal diritto di disporre di una proprietà.

La proposta presentata dal Governo, nel luglio scorso, rende ancora più chiaro il nuovo equilibrio. Il monastero verrebbe riconosciuto come entità religiosa egiziana, i monaci conserverebbero il diritto di vivere nel complesso e di praticare il culto. Ma lo Stato manterrebbe la proprietà delle terre, mentre giardini e aree circostanti verrebbero concessi in affitto per lunghi periodi a un canone simbolico. L’arcivescovo Symeon Papadopoulos, eletto nel 2025, si è rifiutato di firmare e ha chiesto tempo per sottoporre la proposta alla comunità.

A questo punto la questione religiosa s’incontra con quella politica. Il Governo vuole il controllo dei beni pubblici e dei siti archeologici. Per i monaci rappresenta la sopravvivenza di un patrimonio che precede di molti secoli la nascita dello Stato egiziano moderno. Per i critici dell’accordo è il passaggio da un diritto storico a una concessione amministrativa. La differenza può sembrare tecnica, ma non lo è. Chi possiede una terra è titolare di un diritto. Chi la utilizza perché lo Stato glielo consente è soggetto a condizioni che possono essere modificate, limitate, regolate.

La disputa arriva mentre l’Egitto sta trasformando l’area del Sinai con il progetto della «Grande Trasfigurazione», un piano di sviluppo turistico e urbanistico destinato a incentivare visite e pellegrinaggi in quei luoghi. Anche quest’idea è finita sotto l’esame internazionale per i possibili effetti sul patrimonio storico e naturale di Santa Caterina. Il monastero diventa così il punto nel quale convergono tre poteri: quello religioso della comunità, quello politico dello Stato e quello economico legato alla trasformazione turistica del Sinai. Ma per capire davvero la vicenda bisogna uscire dalle mura di Santa Caterina.

I cristiani rappresentano circa il 10% della popolazione egiziana, in larghissima parte copti ortodossi. Sono una componente storica del Paese, non una presenza estranea. Vivono soprattutto nell’Alto Egitto e nelle grandi città. La Costituzione riconosce la libertà di credo, e secondo le valutazioni più recenti, i cristiani possono generalmente praticare il culto senza interferenze governative dirette. La violenza, alla quale furono soggetti alcuni anni fa, è diminuita drasticamente, anche se le aggressioni ai cristiani, episodi di distruzione o danneggiamento di proprietà e tensioni legate alla costruzione di chiese continuano a verificarsi, soprattutto in alcune aree rurali, mentre le autorità sono accusate di non proteggere adeguatamente le comunità locali.

Ma le discriminazioni non si esauriscono nella violenza fisica: possono manifestarsi nell’accesso ai diritti, nelle procedure amministrative, nell’applicazione delle leggi e nella possibilità delle minoranze di organizzare liberamente la vita religiosa. È questa la forma più difficile da riconoscere della restrizione religiosa. Non necessariamente il divieto di pregare, ma il potere di stabilire le condizioni alle quali lo si può fare. L’Egitto, in questo senso, presenta una contraddizione evidente.

Santa Caterina, però, rende il problema immediatamente visibile. Qui non c’è una minoranza appena arrivata. C’è una comunità che vive nello stesso luogo da quindici secoli. Non c’è una chiesa che chiede per la prima volta di essere costruita. C’è un monastero che esiste da molto prima – siamo tra il 527 e il 565 d.C. – dell’Egitto contemporaneo. Eppure oggi la sua proprietà è contestata. Il World Council of Churches ha espresso preoccupazione proprio per questo motivo, sostenendo che la decisione del 2025 ha trasformato la posizione dei monaci, riducendola di fatto da proprietari ad una forma di godimento religioso. Il Governo egiziano respinge una lettura persecutoria e sostiene di voler garantire la continuità religiosa del monastero.

Ma resta un punto decisivo: una comunità religiosa non è pienamente libera soltanto perché le è consentito il culto. La libertà religiosa comprende anche la possibilità di organizzare la propria vita comunitaria, possedere e amministrare i propri luoghi, custodire il proprio patrimonio e trasmettere la propria tradizione senza dipendere dalla clemenza dell’autorità politica. È questo il significato più profondo della vicenda di Santa Caterina, che va ben oltre una controversia immobiliare e diventa una prova per l’Egitto, che vuole presentarsi come modello di convivenza religiosa; per le Chiese, chiamate a difendere una comunità senza trasformare ogni controversia in uno scontro confessionale; per l’UNESCO, chiamata a tutelare non soltanto le pietre, ma anche il carattere vivente del patrimonio; e per l’Occidente, che troppo spesso si accorge del problema della libertà religiosa soltanto quando i cristiani vengono uccisi.