Diritti umani, l’istituto che sarebbe dannoso per l’Italia
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Michael O’ Flaherty, commissario del Consiglio d’Europa, chiede all’Italia di creare un’istituzione nazionale per i diritti umani in base ai Princìpi di Parigi. Che però non sono vincolanti. E l’eventuale nuovo organismo sarebbe un carrozzone, costoso e ideologico.
All’Italia è stato chiesto di creare quella che in orwelliano si chiama “istituzione nazionale per i diritti umani”. La richiesta proviene dal commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Michael O’ Flaherty, che ha scritto una lettera rivolta al presidente del Senato, Ignazio La Russa, e a quello della Camera, Lorenzo Fontana, per esortare il Parlamento «a lavorare per l’adozione delle misure legislative necessarie per creare un’istituzione nazionale per i diritti umani in conformità con i Princìpi di Parigi». La lettera reca la data del 20 febbraio 2026, ma è stata pubblicata solo ieri, 4 marzo.
I cosiddetti Princìpi di Parigi sono un documento allegato alla risoluzione 48/134, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 dicembre 1993. Essi stabiliscono competenze, responsabilità e metodi di lavoro delle istituzioni nazionali per i diritti umani, che tra i loro vari compiti hanno quello di sottoporre ai governi e parlamenti dei Paesi in cui operano «opinioni, raccomandazioni, proposte e rapporti su qualsiasi materia concernente la promozione e la protezione dei diritti umani» (lettera a) e, ancora, «fornire assistenza per la formulazione di programmi di insegnamento e di ricerca sui diritti umani e prendere parte alla loro attuazione nelle scuole, università e circoli professionali» (lettera f).
Secondo O’ Flaherty, questa nuova istituzione sarebbe necessaria perché «l’architettura di protezione dei diritti umani in Italia è condizionata da due problemi principali». Il primo è che nel nostro Paese ci sono organismi dedicati ad aree specifiche – il commissario elenca quelli per le discriminazioni razziali, la privacy, l’infanzia, la tutela dei disabili e delle persone private della libertà personale – ma manca un’istituzione nazionale che abbia «un ampio mandato» e capace di coprire tutte le aree di diritti umani. L’Italia resta uno dei pochi Stati membri del Consiglio d’Europa (organizzazione a cui aderiscono 46 Paesi) a non avere un istituto del genere. Il secondo problema, a detta di O’ Flaherty, è che «sebbene gli organismi esistenti siano stati in grado di intraprendere azioni significative per affrontare le violazioni dei diritti umani nei rispettivi settori di competenza, le procedure di nomina dei loro membri e le loro caratteristiche organizzative non sono sempre state sufficientemente solide da garantirne l’indipendenza e l’efficacia».
Riguardo al mandato, il commissario auspica che gli Stati del Consiglio d’Europa – quindi anche l’Italia – dotino questo istituto per i diritti umani di una base legale solida, «preferibilmente a livello costituzionale». Ma quanto sarebbe ampio il suo mandato? O’ Flaherty chiarisce ancora che l’istituto «fornirebbe competenze tempestive in settori – dalla governance dell'intelligenza artificiale a quella delle migrazioni, dalla violenza contro le donne al controllo delle assemblee pubbliche – in cui le autorità si trovano di fronte a scelte complesse». E non è finita qui, perché il commissario aggiunge che esso «contribuirebbe anche a tutelare lo Stato di diritto, come riconosciuto negli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile e nei rapporti della Commissione Europea».
O’ Flaherty (venuto nel nostro Paese a gennaio per parlare della questione con varie autorità) fa ancora presente che l’Italia si è impegnata più volte a creare questo istituto e che negli anni sono stati presentati diversi disegni di legge (cinque durante l’attuale legislatura) che però non hanno finora avuto sufficiente supporto politico per essere approvati. Aggiungiamo noi: meglio così.
Innanzitutto, va chiarito che la risoluzione dell’Onu così come gli annessi Princìpi di Parigi non sono vincolanti. Poi, punto ancora più importante, l’Italia può benissimo fare a meno di quello che sarebbe l’ennesimo carrozzone. Un carrozzone che sarebbe dannoso non solo a livello di costi per i contribuenti italiani – tra i tre aspetti raccomandati da O’ Flaherty, insieme all’ampiezza del mandato e all’indipendenza, ci sono non per nulla le «risorse» che andrebbero garantite all’istituto – ma per le ideologie che veicolerebbe, specialmente in un’epoca come l’odierna, dominata dal relativismo, che rigetta il diritto naturale e confonde quindi il bene con il male. E le veicolerebbe, come visto sopra, anche attraverso la scuola, già colonizzata di suo da “materie” che nulla hanno a che fare con l’istruzione.
Basti ricordare che gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, citati come un modello di riferimento da O’ Flaherty, prevedono esplicitamente la promozione dell’ambientalismo e della «salute sessuale e riproduttiva» e dei «diritti riproduttivi» (tradotto: contraccezione e aborto). Non sorprende che il commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa spinga in queste direzioni, visto che O’ Flaherty, 'ex' sacerdote cattolico (ha esercitato il ministero fino al 1992, per poi essere ridotto allo stato laicale), è noto per il suo attivismo a favore dell’aborto e delle rivendicazioni Lgbt. E lo «Stato di diritto» sostenuto dai rapporti della Commissione Europea è lo stesso pretesto con cui Bruxelles ha bloccato cospicui fondi per l’Ungheria e per la Polonia sotto il precedente governo (conservatore), sostanzialmente perché “colpevoli” di avere leggi non in linea con i “nuovi diritti” che O’ Flaherty e compagni vorrebbero promuovere.

