• CRIMINI

Cronaca nera e anime candide: il cattivo è sempre l'altro

Di fronte al “delitto mediatico” si scatenano reazioni nell’opinione pubblica che rivelano altrettanti cortocircuiti. All’improvviso si rompono i tabù socio-culturali e si resta incollati a guardare il crimine, reclamando pene esemplari e additando il mostro. Ma si tratta sempre della morte degli altri, della pena per gli altri e del male negli altri.

manette

«Poco prima di uccidere era innocente», dovremmo riconoscere parafrasando quel maestro dell’ovvio che fu Lapalisse. Oppure, volendo essere più realisti: «Poco prima di uccidere era colpevole di qualcos’altro». Occorre tenerlo a mente ogni volta che si rinnova il rito sociale del crimine mediatico e della relativa “caccia al mostro”: e non intendo quella scrupolosamente condotta dagli inquirenti, ma quella "chiacchierata" sprofondati sulla poltrona e armati di telecomando. Dai delitti di Novi Ligure, di Cogne, di Avetrana (per ricordare solo alcuni tra i più noti), all’ultima disumana tragedia milanese, dove la morte di una bambina è resa ancor più orrenda dalla responsabilità della madre, ci troviamo di fronte alla frequente sovrapposizione tra delitto reale e delitto mediatico. E se il primo suscita orrore, manifestando la violenza dell’omicida, il secondo rivela almeno tre “cortocircuiti” nell’opinione pubblica meritevoli di riflessione.

Innanzitutto, colpisce la paradossale “tanatofilia televisiva” da parte di una società che in genere si tiene alla larga da tutto ciò che evoca il pensiero della morte. Anzi, è l’ultimo tabù rimasto, una volta aboliti tutti gli altri, come osserva Vittorio Messori in Scommessa sulla morte (Ares, Milano 2022): «l’antico divieto sociale di parlare di sesso e di funzioni genitali si è spostato sulla morte e sui morti». Si allontanano i bambini dalla camera ardente del nonno, si fanno gli scongiuri al veder passare il carro funebre, si rimuove tutto ciò che possa far pensare all’inesorabilità della propria morte e di quella dei propri cari. Persino «il funerale moderno», continua Messori, «è caratterizzato dalla velocità, dall’autofurgone che guizza tra il traffico il più̀ svelto possibile. Le esequie a ritmo di corsa sono un altro segno rivelatore di una società che vuol fare in fretta perché́ ha paura». Eppure, questa stessa società solitamente tanatofobica resta incollata allo schermo a guardare la morte altrui, scambiandosi pareri in attesa che sia fatta giustizia, sperando che questa coincida con le “ricostruzioni” fatte a tavolino (proprio nel senso del tavolo da pranzo o del bar). La morte sembra improvvisamente attrarci, ma solo a condizione che se ne resti al di là dello schermo e ci fornisca argomento di discussione. Alla celebre iscrizione sul Palazzo della Civiltà a Roma si dovrebbe fare un’aggiunta: «Un popolo di poeti, di artisti, di eroi... e di criminologi». La scena del crimine, un tempo riservata agli inquirenti, ha finito per entrare in ogni casa e ciascuno ne segue tutte le fasi, dal macabro ritrovamento, ai sospetti, all’arresto del colpevole come se stesse seguendo un reality o una serie tv. Ma è la morte degli altri.

Siamo tutti giustizieri: ecco il secondo cortocircuito che riguarda l’immancabile corale richiesta di una pena esemplare. Da un lato essa esprime un aspetto sostanzialmente positivo, cioè la naturale aspirazione alla giustizia. Dall’altro emerge lo strano paradosso di una società ultragarantista, almeno a parole, che per esempio non concepisce la persistenza della pena capitale negli Stati Uniti, che si riempie la bocca di funzione rieducativa e non punitiva della pena, che – anzi – nel “vietato vietare” sottintende il “vietato punire”, ma che tutt’a un tratto si riscopre implacabilmente forcaiola. La media dei commenti oscilla tra: “Deve marcire in carcere” e “Ripristiniamo la pena di morte”. Il naturale orrore e la legittima indignazione si trasformano ben presto in delirio punitivo, non di rado anche fisico, fino a spingere la folla ad assieparsi attorno all’auto delle forze dell’ordine, dove il colpevole è stato appena assicurato alla giustizia. Ma questo più che placare gli animi (“giustizia è fatta”) sembra esacerbarli. È proprio in occasione dell’arresto che talvolta si sfiorano il linciaggio e la sassaiola: l’uomo dei “diritti” diventa all’improvviso giustiziere. Ma ancora una volta siamo di fronte alla pena degli altri.

Ma soprattutto, siamo tutti innocenti. Qui sta il terzo paradosso: il mostro è sempre l’altro. E in quanto tale è “garanzia” della nostra presunta innocenza. Prima ancora che sia identificato il colpevole gli diamo addosso, ne seguiamo in tv i “passi falsi” finché è indiziato, e reclamiamo il massimo della pena una volta arrestato, perché sotto sotto siamo convinti che invece noi – noi al di qua dello schermo – siamo buoni. In fondo questo meccanismo non fa che applicare alla cronaca quella "canonizzazione" del male che solitamente applichiamo alla storia. In altre parole, per impedirgli di contaminarci, per non vedere la mescolanza di bene e male che alberga in noi stessi, basta trasferirlo e racchiuderlo in casi limite: Nerone, Hitler, Stalin… oppure il criminale di turno che il tg ci serve a pranzo e a cena. Quello sì, è il  cattivo, è – tecnicamente – il capro espiatorio, cui si può addossare non solo il delitto che ha effettivamente commesso, ma la stessa tendenza al male di uomini che si credono immuni dal peccato originale. E solo una generazione “senza peccato”, sempre pronta a giustificare e problematizzare in astratto (“colpa della società”, “colpa delle condizioni socio-economiche”), può essere così pronta a scagliare la prima pietra contro l’unico che appare capace di male individuale (e pertanto responsabile) e non solo sociale (e in quanto tale auto-assolto a priori).

Qui subentra una complicazione: nel pubblico di oggi c’è l’assassino di domani. Di fronte a uno qualsiasi dei delitti più clamorosi del passato, è molto probabile che anche il mostro odierno si sia sentito innocente, magari scagliandosi contro il suo “collega” di allora, e invocando quella pena esemplare che oggi viene chiesta per lui. Reclamava allora quella giustizia che altri oggi reclamano contro di lui, il quale evidentemente non è nato totalmente malvagio, ma – lo dimentichiamo – neanche totalmente innocente. Come ciascuno di noi, è affetto da quella stessa inclinazione al male che lui e altri – disgraziatamente – hanno messo in pratica fino all’estremo. L’omicidio fa orrore, ma anche la presunzione di sentirsi innocenti dovrebbe far pensare.
 

Dona Ora