Cristo, carità e l’io frantumato: il Lazzaro del Novecento
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Dopo Khalil Gibran anche Luigi Pirandello si misura col mistero di un uomo tornato in vita. Il poeta siciliano mostra che l’uomo può rialzarsi solo grazie a una Presenza che lo precede e lo sostiene, restituendogli unità e pienezza.
La figura di Lazzaro attraversa i secoli come un mistero: un uomo restituito alla vita e, proprio per questo, irriducibile a ogni spiegazione semplice e naturale. Non stupisce che due autori lontani per cultura e sensibilità – Kahlil Gibran e Luigi Pirandello – abbiano scelto di misurarsi con lui per interrogare l’uomo moderno.
Entrambi guardano alla resurrezione non come a un prodigio isolato, ma come a una frattura che svela ciò che l’esistenza nasconde. In Gibran, Lazzaro è il personaggio evangelico che torna dall’oltre e non trova più casa nel mondo. Pirandello, invece, ambienta la sua opera nella contemporaneità e la intitola Lazzaro: al centro c’è la resurrezione reale di un uomo che perde la fede e poi la recupera, che smarrisce ogni certezza e si frantuma in tanti pezzi, ma che nell’incontro con Cristo e con la carità – legge della realtà – riprende finalmente a vivere di vita nuova. Risorge nello spirito e diventa un uomo nuovo.
Il Lazzaro di Pirandello
Nel secondo testo teatrale della trilogia del mito, Lazzaro – scritto nel 1928 e rappresentato per la prima volta nel 1929, opera ancora oggi poco conosciuta – Pirandello mette a tema Cristo/carità: quell’«amore che comprende e sa tenere il giusto mezzo tra ordine e anarchia, fra forma e vita», come dichiarò in un’intervista a Carlo Cavicchioli nel 1936. È l’amore che può sciogliere il conflitto interiore dell’uomo e restituire unità a un io frantumato.
Protagonista del dramma è Diego Spina, uomo rigido, che ha educato i figli con un moralismo severo, più rivolto all’«altra vita» che a questa. Il figlio Lucio, quando ha appena sei anni, viene mandato in seminario per diventare prete. La moglie Sara, in disaccordo con questa impostazione, abbandona Diego e costruisce una nuova famiglia con il fattore Arcadipane, da cui avrà due figli.
La vicenda si accende quando Lucio, ormai adulto, torna a casa dopo anni di seminario: ha deciso di non seguire la strada imposta dal padre. Nel frattempo Diego vuole costruire un ospizio proprio sui terreni dove vivono Sara e Arcadipane, scelta che comporterebbe la loro cacciata. Lo scontro tra padre e figlio è inevitabile. Quando Diego apprende la decisione di Lucio, si getta sotto un’automobile e muore. Due medici ne accertano il decesso. Ma grazie alle preghiere del figlio, Diego torna in vita.
La resurrezione, però, non lo conferma nella fede: lo distrugge. Non ricordando nulla dell’aldilà, conclude che l’altra vita non esiste. Per lui, la resurrezione diventa la prova dell’assenza di Dio. Lucio, invece, legge l’accaduto come un intervento divino: recupera la fede e decide di tornare in seminario. Alla sorellina Lia confida: «C’è, ci deve essere! [...] Ora intendo e sento veramente la parola di Cristo: Carità. [...] Ora mi sento degno di nuovo di rindossare l’abito per il divino sacrificio di Cristo e per la fede degli altri».
Per Pirandello, la carità nasce dalla consapevolezza della ferita umana e dalla gratuità assoluta di Cristo. Diego, non trovando più un senso, si sente autorizzato a tutto – riecheggiano le parole dostoevskiane: «Se Dio non c’è, tutto è permesso» – e tenta di uccidere Arcadipane. Lo ferisce soltanto. Sarà Lucio a riportarlo alla fede. Lo libera da una logica razionalistica che pretende di giudicare Dio con criteri umani e gli mostra che il miracolo non è un’eccezione alla natura, ma un suo compimento: «Tu avevi chiuso gli occhi alla vita credendo di dover vedere l’altra di là. [...] Se ora questo tuo male io l’accetto e lo sento come un bene, questo è Dio, vedi». E ancora: «Se l’anima nostra è Dio in noi, che vuoi che sia la scienza e un suo miracolo, se non un miracolo di Lui quand’Egli voglia che si compia? [...] Che puoi tu sapere della morte, se in Dio non si muore?».
Diego chiede allora cosa debba fare. La risposta di Lucio è semplice e decisiva: «Vivere, padre: in Dio, nelle opere che farai. Alzati e cammina, cammina nella vita. E lascia a quest’uomo la sua donna; lascia a questa madre la sua figlia». Poi si rivolge alla sorellina paralitica: «Lia, non devi aspettare. Alzati». E Lia si alza e cammina. La resurrezione fisica diventa così il segno di una resurrezione più profonda: quella dell’io.
Pirandello mostra che l’uomo può rialzarsi solo grazie a una Presenza che lo precede e lo sostiene. La carità non è un imperativo morale, ma la legge stessa della realtà e del cuore umano. L’uomo trova pace solo quando scopre che ciò che desidera coincide con ciò che è vero. Senza questa verifica, l’amore resta un dovere astratto; con essa, diventa la forma stessa della vita. Cristo/carità è la Presenza che ricompone l’uomo contemporaneo, scisso, frammentato, incapace di tenere insieme le parti di sé. Pirandello lo aveva intuito con lucidità: l’uomo moderno vive come davanti a uno specchio infranto, e solo un amore che precede ogni merito può restituirgli unità.
La resurrezione inizia già ora
In Gibran e in Pirandello la resurrezione riguarda quindi non solo la sconfitta della morte operata da Cristo, ma anche l’inizio di un’umanità nuova già su questa terra. Entrambi mostrano che il mistero di Lazzaro non appartiene al passato: continua a parlare a ciascuno di noi, alla ricerca di un compimento e di una pienezza già da questo momento. Come si può realizzare fin da subito? Seguendo e amando Cristo, avendo fede in Lui, lasciandoci inondare dall’eccezionale novità che porta nella nostra vita.
L’ultima intervista di Pirandello
Nell’intervista del 1936 a Carlo Cavicchioli, Pirandello offre la sua riflessione più esplicita sul senso profondo del Lazzaro e sul problema centrale dell’uomo moderno: la frantumazione dell’io. Il drammaturgo parte dalla constatazione che l’uomo vive un dissidio radicale tra forma e vita: la vita, per esistere, ha bisogno di una forma che la contenga; ma quella stessa forma rischia di soffocarla, irrigidirla, imprigionarla. Questo dissidio è universale e antico, ma nell’uomo contemporaneo diventa una lacerazione acuta, una minaccia alla stessa unità della persona. Quando la forma crolla, l’uomo precipita nel caos; quando la forma domina, la vita si spegne. L’io si disgrega, perde un centro, si dissocia.
È qui che l’opera Lazzaro interviene come risposta. Pirandello afferma che nel dramma offre la sua «risposta più netta» al conflitto: solo l’amore, la carità di Cristo, può ricomporre l’uomo. Non una forma imposta, non un moralismo, non un sistema razionale, ma un amore che tiene insieme ordine e libertà, struttura e vita. Senza questo centro unificatore, l’uomo ricade tra le bestie, come Diego Spina dopo la resurrezione: la falsa libertà diventa distruzione. Il figlio Lucio, invece, mostra la via: accoglie la ferita, riconosce il limite, si lascia raggiungere da una Presenza che precede ogni merito. La sua fede non è fuga dalla realtà, ma il luogo in cui forma e vita si riconciliano. Per Pirandello, questa è l’unica soluzione possibile al dramma dell’uomo moderno: la carità come nucleo vitale che impedisce alla vita di dissolversi e alla forma di soffocarla.
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Il testamento e le ceneri l'ultimo atto di Pirandello
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- L'ESERCITAZIONE
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