«Così Israele distrugge il patrimonio archeologico libanese»
In una recente video-conferenza, Ali Badawi, responsabile dei siti archeologici libanesi ha fatto un bilancio della distruzione sistematica del patrimonio culturale libanese da parte dell'esercito israeliano. E gli ultimi attacchi confermano l'allarme lanciato.
«Il patrimonio culturale, storico e archeologico del Libano non è solo libanese, ma è patrimonio di tutto il mondo ed occorre salvaguardarlo». Esordisce così Ali Badawi, responsabile dei siti archeologici del Sud del Libano per conto della Direzione Generale libanese delle Antichità, in collegamento da Tiro il 13 maggio scorso davanti a un uditorio radunato al Museo del Vicino Oriente, Polo Museale dell'Università La Sapienza di Roma.
Il Dipartimento di Scienze dell'Antichità dell'Ateneo romano condivide dal 2019 con il professor Badawi un progetto archeologico nella regione di Tiro che coinvolge, oltre a La Sapienza, sia la Direzione Generale libanese delle Antichità che l'Università libanese. «Il patrimonio culturale del Libano ha dovuto affrontare, nella sua storia recente, dei veri e propri cicli di distruzione ad opera dell'esercito israeliano: 1978, 1982, 2000, 2006, 2023-2024 e 2026. Senza alcun dubbio, però, quello che stiamo vivendo adesso è il capitolo più nero della storia del nostro patrimonio culturale», prosegue Badawi nel suo intervento.
«Prendiamo ad esempio il sito archeologico di Shamaa (la località a venti chilometri a sud di Tiro dove ha tra l'altro sede il contingente italiano di Unifil, ndr): assieme ad altri siti libanesi è inserito nella Lista di protezione rafforzata ai sensi della Convenzione dell'Aja del 1954 per la salvaguardia dei beni culturali, il livello più alto di protezione giuridica internazionale concesso al patrimonio culturale in caso di conflitto armato. I beni inseriti nella Lista sono segnalati da uno speciale cartello, ben visibile da lontano. Nonostante ciò, nel 1978 le forze israeliane lo hanno danneggiato; vent'anni dopo, nel 1998, ne hanno sradicato il portale di accesso e infine lo hanno distrutto nel 2000, prima di ritirarsi dal Libano – si è poi scoperto che i loro archeologi vi avevano fatto degli scavi clandestini, regolarmente pubblicati in Israele.
Ricostruito, è stato di nuovo danneggiato nel luglio 2006, durante la “Guerra dei trentatre giorni”. Finalmente nel 2021 la comunità locale era riuscita a restaurare il sito, che è stato colpito un'altra volta da IDF nell'autunno 2024. Si è dunque deciso di restaurarlo nuovamente: da notare che ogni volta il restauro è stato supportato dall'AICS, l'Agenzia Italiana per la Cooperazione e lo Sviluppo, che ha stanziato 13.8 milioni di euro per la salvaguardia del patrimonio libanese. Nell'aprile scorso l'esercito israeliano lo ha bombardato con raid aerei e quindi demolito con gli escavatori: le immagini satellitari del 13 aprile ne mostrano la distruzione completa. Al momento è impossibile fare sopralluoghi perché è proibito accedere all'area, che rientra nella zona di difesa avanzata stabilita da IDF in Libano».
Il sito di Shamaa contiene o, per meglio dire, conteneva il Santuario di Shimon al Safa (Simon Pietro in lingua araba), in cui si venera la memoria del principe degli Apostoli; si tratta di un luogo di culto e pellegrinaggio frequentato sia da cristiani che da musulmani sciiti, i quali identificano in San Pietro un antenato dell'imam Mahdi. «Col Santuario di Shimon al Safa è stata distrutta l'identità di un'intera area. La violenza verso il nostro patrimonio non si spiega che con la volontà di distruggere l'identità libanese, che è insieme religiosa, culturale, storica, archeologica» chiosa il professor Badawi.
Quindi passa a parlare del sito fenicio-romano di Al Bass, attorno al quale si è sviluppata la moderna città di Tiro, patrimonio dell'UNESCO dal 1984. La zona archeologica, che comprende una necropoli, un arco di trionfo e un colonnato, acquedotti e un ippodromo, è stata lambita il 6 marzo scorso da un primo bombardamento di IDF, diretto all'adiacente campo profughi palestinese omonimo, che ha provocato sei morti.
«Nell'attacco è stato colpito l'edificio del museo, compreso il mio ufficio; sono morti alcuni dei nostri collaboratori. Abbiamo avuto vetri rotti e porte scardinate ma i reperti sono molto “duri” e hanno resistito» racconta Badawi. «La Direzione generale delle antichità - prosegue - ha un piano di emergenza per il sito di al Bass durante i conflitti armati che prevede varie misure di sicurezza: la copertura della necropoli; l'evacuazione dei reperti contenuti nel museo e il loro trasferimento al Museo Archeologico di Beirut; la protezione dei reperti che non è possibile evacuare in scatole di materiale elastico anti shock e anti vibrazione; il consolidamento di porte, finestre e di tutte le aperture che conducono alle collezioni. La Direzione può infine decidere di riseppellire i reperti conservati in magazzini poco sicuri per metterli al riparo, non c'è molta altra scelta per cercare di preservarli. Allo stesso tempo facciamo un lavoro di documentazione, per tenere viva la memoria del patrimonio, e ci poniamo il problema di cosa e quanto dobbiamo restaurare - domanda fondamentale per noi, perché non sappiamo cosa accadrà nel prossimo futuro in Libano. Naturalmente per ora abbiamo dovuto lasciare al Bass, ma ci sono in loco due guardiani che ogni giorno controllano e con cui siamo in contatto costante».
Su richiesta del governo libanese, dopo l'attacco del 6 marzo l'Unesco ha posto al Bass, assieme ad una trentina di altri siti archeologici, sotto «protezione rafforzata», ma il provvedimento non risulta sufficiente a salvaguardare il patrimonio. «Unesco è un'entità internazionale che offre supporto tecnico, ma poco o nessun aiuto finanziario», commenta Badawi. «Ogni tanto l'organizzazione invia qualche esperto a ispezionare i siti, e questo è il massimo che può fare».”
Parlando di altri beni tutelati dalla Direzione Generale delle Antichità che sono stati distrutti senza ragione da IDF negli ultimi mesi di guerra, Badawi cita il ponte di Somhor sul fiume Litani, la chiesa e il convento melchiti di Saint Georges a Yaroun, il minareto della moschea di Blida, la chiesa di Derdghaya (nella foto nell'articolo), la moschea di Bint Jbeil, risalente al 17esimo secolo. Sottolinea poi che una importante rete di castelli medievali è messa a rischio dal conflitto: il castello di Beaufort, il castello di Tebnine, il castello di Doubiye..
A meno di un mese dalla conferenza del professor Badawi, tutti e tre questi ultimi siti e i loro dintorni sono stati danneggiati; Tiro è stata bombardata di nuovo decine di volte, e la conta dei danni al patrimonio è ancora in corso. A quanto pare, non c'è cartello o segnalazione che tenga davanti alla furia israeliana.
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