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la svolta

Caso Ranucci-Report: l’arresto di Lavitola alimenta nuovi sospetti

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Un giornalista d’inchiesta non può chiedere agli altri un livello di trasparenza che non è disposto ad applicare a se stesso. Ecco perché dopo l'arresto di Lavitola, fare domande a Ranucci è più che legittimo. 

Politica 12_08_2026

C’è una bomba esplosa davanti alla casa di un giornalista, un presunto mandante che fino a pochi mesi fa si dichiarava suo amico, un intermediario oggi irreperibile e un possibile progetto politico costruito attorno alla figura di Sigfrido Ranucci. È questo il nuovo capitolo del caso Ranucci-Lavitola dopo l’arresto di Valter Lavitola, accusato dalla Procura di Roma di essere il mandante dell’attentato del 16 ottobre 2025 a Pomezia nei pressi della casa del conduttore di Report.

Secondo la ricostruzione degli inquirenti, Lavitola avrebbe raggiunto gli esecutori attraverso Gomes Tavares, indicato come intermediario. A giugno erano già state arrestate quattro persone ritenute responsabili della parte materiale dell’azione. Ora il cerchio si è allargato a chi, secondo l’accusa, avrebbe ordinato di piazzare l’ordigno.

Ma è soprattutto il presunto movente a rendere questa storia diversa da un normale attentato intimidatorio. Secondo il gip, infatti, la bomba non sarebbe stata pensata per mettere realmente in pericolo Ranucci, ma per accrescerne la popolarità e favorirne una futura ascesa politica. L’idea, sempre secondo la ricostruzione giudiziaria, sarebbe stata quella di trasformare il giornalista in una figura ancora più forte agli occhi dell’opinione pubblica: il volto dell’informazione indipendente minacciato per le proprie inchieste e dunque potenzialmente pronto a trasformare la popolarità televisiva in consenso politico.

È un’ipotesi che rovescia completamente il significato apparente dell’attentato. La bomba non come strumento per fermare un giornalista, ma come strumento per costruire un personaggio. Ed è qui che si apre il vero problema della vicenda.

Lavitola e Ranucci avevano un rapporto personale molto stretto. Lo stesso Lavitola ha definito Ranucci il suo migliore amico. Un elemento che, se fosse confermato il quadro accusatorio, renderebbe ancora più difficile capire la logica dell’operazione.

Perché organizzare un attentato contro una persona che si considera amica? E soprattutto: perché immaginare che una bomba possa essere funzionale alla sua carriera politica? La risposta potrebbe trovarsi nei documenti e nei materiali sequestrati a Lavitola, compreso un sondaggio sulla possibile candidatura di Ranucci. Il giornalista ha ammesso di averlo visto, ma ha negato di avere mai avuto un progetto politico. Lavitola ha sostenuto una ricostruzione diversa, respingendo però l’accusa di essere il mandante dell’attentato.

Anche la cronologia dovrà essere chiarita. Se il sondaggio è successivo all’attentato, come sostiene la difesa, bisognerà capire se quel documento fosse l’espressione di un progetto già esistente oppure un’iniziativa maturata successivamente. È una questione tutt’altro che secondaria, perché il movente è il cuore dell’intera vicenda.

E proprio sul movente bisogna evitare due tentazioni opposte: considerare già dimostrata la ricostruzione dell’accusa oppure liquidarla come assurda soltanto perché appare paradossale. Un’ordinanza di custodia cautelare non è una sentenza e le ipotesi investigative dovranno essere verificate nel processo.

C’è però un altro livello, forse ancora più importante, che riguarda direttamente Report e il modo stesso di intendere il giornalismo d’inchiesta.

Ranucci è la vittima dell’attentato. Questo, allo stato delle indagini, è il punto di partenza. Ma essere vittima di un attentato non rende automaticamente irrilevanti le domande sui propri rapporti personali, sulle proprie frequentazioni e sul contesto nel quale quelle relazioni sono maturate. Anzi, proprio perché Ranucci dirige e conduce una trasmissione che ha fatto dell’inchiesta la propria cifra distintiva, è inevitabile che le stesse domande che Report rivolge agli altri vengano oggi rivolte a chi Report lo guida.

La questione non è sostenere che Ranucci abbia avuto un ruolo nell’attentato. Al momento non ci sono elementi per affermarlo e sarebbe irresponsabile trasformare un’ipotesi in un fatto. La questione è capire quanto fosse profondo il rapporto con Lavitola, che cosa i due si dicessero, quali progetti condividessero e soprattutto se quel rapporto abbia mai avuto conseguenze sul lavoro giornalistico.

Ranucci ha negato che Lavitola abbia condizionato le inchieste di Report. È una risposta che dovrà essere verificata, come dovrebbe accadere per qualsiasi dichiarazione proveniente da una persona coinvolta in una vicenda così delicata.

Perché il problema non è soltanto stabilire se Lavitola abbia suggerito una puntata o indicato un bersaglio. È capire se esistesse un sistema di relazioni capace di influenzare, anche indirettamente, la scelta degli argomenti, delle persone da indagare e delle chiavi di lettura.

Il giornalismo d’inchiesta vive della propria credibilità. E la credibilità non consiste soltanto nell’avere fonti o nel pubblicare documenti. Consiste soprattutto nel dimostrare di non partire da una conclusione per poi costruire intorno ad essa la propria inchiesta. È esattamente questo il rischio che il caso Ranucci mette in evidenza. Se un’inchiesta individua preventivamente un bersaglio e poi seleziona soltanto gli elementi che sembrano confermare l’ipotesi iniziale, non siamo più davanti al giornalismo d’inchiesta nel suo senso più alto. Siamo davanti a una forma di giornalismo militante, che è cosa diversa.

Se l’ipotesi del gip fosse confermata, Lavitola avrebbe organizzato un attentato contro il proprio amico per trasformarlo in un personaggio politico più forte. Ranucci sarebbe dunque stato utilizzato senza saperlo, diventando il protagonista inconsapevole di un disegno costruito alle sue spalle. Sarebbe una storia gravissima, ma anche una storia che porrebbe una domanda sulla capacità del giornalista di conoscere e valutare le persone che gli stanno intorno.

Se invece emergessero elementi capaci di dimostrare che Ranucci era consapevole di un progetto politico più ampio, il quadro cambierebbe radicalmente. Non significherebbe automaticamente che fosse a conoscenza dell’attentato, né tantomeno che vi avesse partecipato. Ma imporrebbe di riesaminare il rapporto con Lavitola e, inevitabilmente, anche il contesto nel quale alcune delle attività giornalistiche di Report sono maturate.

Sono due scenari diversi. Nessuno dei due può oggi essere presentato come una verità accertata. Per questo la cosa più seria da fare è aspettare che siano chiariti i fatti. Ma una lezione si può già trarre. Un giornalista d’inchiesta non può chiedere agli altri un livello di trasparenza che non è disposto ad applicare a se stesso. E un pubblico che pretende un’informazione libera dovrebbe essere il primo a rifiutare sia la santificazione dei giornalisti sia la loro demonizzazione.