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vaticano

Caso Burke, la posta in gioco è la fede

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I commenti internazionali alla notizia che il Papa intende togliere casa e stipendio al cardinale Burke si concentrano su logiche politiche e di schieramenti. Ma non è questo il problema, bensì la natura stessa della Chiesa.

Ecclesia 30_11_2023 English Español
La Presse  (AP Photo/Gregorio Borgia)

L’indiscrezione sulla volontà di papa Francesco di purgare il cardinale statunitense Raymond Leo Burke, togliendogli emolumenti ed abitazione, data in esclusiva dal nostro quotidiano, ha fatto il giro del mondo. Alcuni hanno cercato di correggere la traiettoria della notizia. Secondo una fonte della Reuters, il Papa avrebbe detto che il cardinale Burke starebbe «lavorando contro la Chiesa e contro il papato». Mentre per Associated Press, il Papa avrebbe accusato Burke di essere «fonte di disunione» e di volergli togliere lo stipendio perché reo di usare «i privilegi contro la Chiesa». Nella serata di ieri Austen Ivereigh rilanciava una conferma del papa, da lui direttamente contattato: «Burke ha usato i suoi privilegi contro la Chiesa», quindi gli tolgo casa e stipendio. Espressione eloquente che la Chiesa è lui. Roba da far impallidire Luigi XIV. O, se preferite, una risposta che segna ufficialmente il passaggio dall’extra Ecclesiam nulla salus, all’extra papam nulla Ecclesia.

Il mondo legge queste faccende con le proprie categorie, che non sono evidentemente quelle che scaturiscono dalla fede, ma quelle di chi cerca di giustificare papa Francesco, non perché gli importi del papa, ma perché ha interesse a supportarne la triste agenda.

Così Massimo Franco, sul Corriere della Sera di ieri, presentava la vicenda come l’esito inevitabile di uno scontro tra il povero Papa e «quella filiera», di cui il cardinale Burke sarebbe nientemeno che il «leader», e che «da anni, negli Usa gli [al Papa] rivolge critiche ritenute eccessive perfino dagli avversari di Jorge Bergoglio». Va da sé che Massimo Franco non dedichi nemmeno un paragrafo all’analisi del contenuto di queste «critiche eccessive»: non sia mai che i lettori abbiano appigli per sganciarsi da una lettura ideologica e partitica della situazione ecclesiale ed approdare ai lidi del livello veritativo e teologico.

Meglio dunque usare la strategia di sollevare del fumo, seminando qua e là sciocchezze e allusioni. Come quando Franco afferma che «Burke non ha mai smentito la sua fama di ultraconservatore ostile al papa». Che a Franco siano sfuggite le infinite volte in cui l’ex-Prefetto del Tribunale della Segnatura Apostolica ha respinto qualsiasi accusa di ostilità nei confronti del Papa e ha cercato di far capire che altro è opporsi a posizioni discutibili e perfino sbagliate del Pontefice e altro avercela con la sua persona o, peggio, con il ministero che egli ha assunto?

O come quando, poco dopo, Franco decide di appropriarsi del registro dei romanzi thriller: «Dietro a Burke e alla sua “guerra culturale” s’intravede la sagoma di personaggi e istituzioni che considerano Francesco un pericolo». Tra queste sagome il trito e ritrito riferimento a Steve Bannon (e Donald Trump). Franco sa che Burke «si è difeso più volte» da questa accusa, ma un evergreen è un evergreen. Dunque meglio insistere: incroci e frequentazioni attraverso l’istituto Dignitatis Humanæ. È la pistola fumante, la prova provata dei sotterfugi tra i due per contrastare l’operato  di Francesco. Un po’ come il bacio d’onore di Andreotti a Totò Riina: ha funzionato allora, funzionerà anche adesso.

In confronto all’articolo di Fosca Bincher per Open, quello di Massimo Franco pare persino di alto livello. Niente Bannon e Trump: la vera “sagoma” dietro Burke è il «populista» messicano Eduardo Verástegui, «grande amico personale del nuovo presidente dell’Argentina, Javier Gerardo Milei». Le fatidiche dita nella marmellata? Eccole: «Più volte in questi anni il cardinale Burke, che a La Crosse nel Wisconsin (Usa) ha fondato un santuario dedicato a Nostra Signora di Guadalupe, ha ospitato Verástegui recitando spesso con lui il rosario e partecipando a pubbliche conferenze». Attività decisamente sovversive e pericolose.

Dunque, secondo Fosca Bincher, i radar di Bergoglio non sono puntati sugli Stati Uniti, ma su «quell’asse populista fra centro e Sud America (...) visto come fumo negli occhi da Papa Francesco»; fatto che, a suo avviso, contribuirebbe «ancora di più a mettere il cardinale Burke nel suo mirino». Dallo stile thriller di Franco a quello comico della Bincher. La quale rassicura tutti che il cardinale Burke stavolta potrebbe “salvarsi”: in caso di vendetta a stelle e strisce, le casse vaticane rischierebbero troppo.

Nessuno però pare si sia dato premura di affrontare il problema di fondo: che cosa ha detto e scritto il contestato cardinale americano? Se l’avessero fatto, avrebbero avuto qualche chance in più per comprendere e far comprendere che la posta in gioco non è l’opposizione tra schieramenti “politici”, o correnti culturali; non è neppure il regolamento di conti personali, ma è l’identità stessa della Chiesa e del cattolicesimo.

Al cardinale Burke – come d’altra parte a noi della Bussola  – non importa nulla essere conservatori, tradizionalisti, tradicon, tradizionisti, etc. Importa la Chiesa cattolica, importa la fede, importa la fedeltà a Gesù Cristo. E quando vengono messe nuovamente in discussione questioni sulle quali la Chiesa si è già pronunciata in modo definitivo e costante, per custodire la propria alleanza con il Signore e trasmetterla incorrotta, non è solo un diritto, ma grave dovere di un vescovo prendere posizioni pubbliche per porre domande e fare chiarezza. Che il Papa confermi nella fede non è la pretesa irriverente di Burke, Strickland o Zen: è il senso costitutivo del suo ufficio, così come l’ha istituito Gesù Cristo. E che il Papa stia facendo esattamente l’opposto lo dimostra la confusione senza precedenti – almeno in epoca moderna – tra i cattolici.

In questi dieci anni di pontificato, sono stati fatti saltare punti fermi della disciplina della Chiesa, radicati nel dogma, direttamente da parte del Papa o da persone che egli ha collocato in posti chiave e che si è ben guardato dal redarguire. Ciò che era chiaro è divenuto confuso, ciò che era certo è divenuto discutibile, ciò che era sacro è stato dissacrato. Andiamo a memoria: possibilità per chi continua a vivere more uxorio di ricevere l’assoluzione sacramentale e la Santa Comunione; stessa possibilità per chi sostiene pubblicamente l’aborto e altri peccati gravi; insistenza perché i sacerdoti assolvano sempre, senza verificare un sincero pentimento; possibilità di ricorrere alla contraccezione e perfino alla fecondazione assistita omologa; possibilità di avvalersi dell’eutanasia; possibilità di benedire coppie non coniugate e persino omosessuali; affermazione che Dio voglia la pluralità delle religioni; revisione del celibato obbligatorio; possibilità di giungere ad un diaconato ordinato femminile ed aperture al sacerdozio femminile; rovesciamento dell’insegnamento della Chiesa sulla pena di morte; possibilità di rivedere l’insegnamento della Chiesa sull’omosessualità; possibilità per i protestanti di ricevere la Santa Comunione; rivoluzione della struttura gerarchica della Chiesa, introducendo laici con diritto di voto a un Sinodo di vescovi.

Opporsi a queste gravi derive non significa essere nemici del papato né dividere la Chiesa; il dramma è che ci sia un papa che le proponga, le supporti e ritenga un nemico chi invece sta facendo semplicemente il proprio dovere. E tra i nemici, Francesco ha deciso di non fare prigionieri, accelerando la pericolosa deriva di tipo assolutista: Ego sum Petrus, ergo sum Ecclesia.