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AUTORI DEL '900

Buzzati, un uomo grande

La sua scrittura fu l'attesa del compimento del cuore umano.

Cultura 04_02_2012
Dino Buzzati (1906-1972)

 

Nativo di Belluno, Dino Buzzati (1906-1972) è giornalista, romanziere (Bàrnabo delle montagne, Il deserto dei Tartari, Un amore), novelliere (celebri le raccolte I sette messaggeri, La boutique del mistero, Sessanta racconti). La sua vasta produzione è una chiara testimonianza di quell’attesa insaziabile che è inestirpabile caratteristica dell’umano. Un grande artista sa interpretare la propria epoca e sa capirla, perché comprende meglio di altri le chiavi di accesso alla cultura  coeva. Così, la fortezza Bastiani de Il deserto dei Tartari è divenuta una delle immagini che descrivono meglio la condizione esistenziale dell’uomo del Novecento. L’immagine è, forse, meno nota, ma non certo meno significativa, delle rappresentazioni di altri artisti contemporanei, come la ragnatela o il carcere della forma (luigi Pirandello), l’involucro ingombrante e ripugnante dello scarafaggio (Franz Kafka), l’urlo che si propaga senza essere udito da nessuno (Edvard Munch).

Non è «imponente la Fortezza Bastiani, con le sue basse mura, né in alcun modo bella, né pittoresca di torri e di bastioni, assolutamente nulla» che consoli «quella nudità», che ricordi «le dolci cose della vita». All’ufficiale Giovanni Drogo che vi giunge pare «uno di quei mondi sconosciuti a cui mai aveva pensato di poter appartenere, […] un mondo ben più impegnativo, senza alcuno splendore» se non «quello delle sue geometriche leggi». La fortezza si affaccia su un deserto da cui, si vocifera, arriveranno un giorno i Tartari. L’attesa dell’evento diventa il motivo costitutivo dell’esistenza, così come il fulcro assiale del romanzo, possibilità di riscatto dal grigiore e dalla monotonia dell’esistenza, occasione per l’affermazione del proprio valore. Drogo attende l’arrivo dei Tartari, il grande evento, così come nell’opera teatrale di Samuel Beckett Aspettando Godot Estragon e Wladimir aspettano l’arrivo del fantomatico Godot, non fanno nulla tutto il giorno se non attendere, in una situazione di stallo che rappresenta l’uomo contemporaneo.

L’ardore del pellegrino medioevale, la gratuità profusa nella costruzione di grandi cattedrali sono state sostituite da una triste inerzia, deprivata della sua energia vitale e del suo impeto conoscitivo. Ecco perché quella realtà che appariva come luogo di avventura, cioè di accadimento di qualcosa di inaspettato e di esterno, di soprannaturale, quella realtà che si spalancava ad una dimensione più grande rispetto a quella delle mura visibili, del bosco attraversabile, nella contemporaneità si fa sempre più stretta.

Nelle ultime pagine del romanzo Drogo viene cacciato dalla Fortezza, perché malato. A nulla servono le repliche al superiore: «Tu lo sai che qui alla Fortezza… si è rimasti tutti per la speranza, […] se non fosse stato per questa possibilità». L’ipotesi che possa accadere il grande evento aspettato da una vita non ha mai abbandonato il cuore dell’ufficiale Drogo. Ora, purtroppo, deve lasciare quell’avamposto e tornare indietro. Si chiede allora se la vita si sia «risolta in una specie di scherzo». «Nel sommo del cielo […] tre o quattro stelle» brillano ancora. Il desiderio di Drogo non si è assopito. Anzi, proprio ora, forse è «davvero giunta la grande occasione, la definitiva battaglia che» può «pagare tutta la vita». Tra sé e sé pensa: «Coraggio, Drogo, questa è l’ultima carta, va incontro alla morte da soldato e che la tua esistenza sbagliata almeno finisca bene […]. Varca con piede fermo il limite dell’ombra, diritto come a una parata, e sorridi anche, se ci riesci. Dopo tutto la coscienza non è troppo pesante e Dio saprà perdonare. Questo, Giovanni diceva a se stesso – una specie di preghiera – sentendo stringersi attorno a sé il cerchio conclusivo della vita». L’ufficiale sente una forza che mai avrebbe sperato, percepisce «di essere assolutamente tranquillo, ansioso quasi di ricominciare la prova». La morte perde «l’agghiacciante volto, mutandosi in cosa semplice e conforme a natura». Proprio ora, in punto di morte, sembra palesarsi per il protagonista l’opportunità del riscatto. Quel Dio che «saprà perdonare» appare la faccia del destino buono che finalmente Drogo potrà vedere. Tutta la sua vita assume ora un aspetto nuovo. «L’affannarsi sugli spalti della Fortezza», le «pene per la carriera», gli «anni lunghi di attesa», l’invidia provata nei confronti di colleghi hanno un valore marginale, ora che si apre «il passo alla luce» e si sente «libero e felice». Drogo conclude la sua vita dando «uno sguardo fuori dalla finestra […] per l’ultima sua pozione di stelle» e «sorride».

La faccia del destino è la presenza quasi ossessiva che Buzzati insegue e cerca di rappresentare in tante sue opere.  L’immagine della morte è incombente e oppressiva nel racconto Il mantello, dove un figlio torna dalla guerra per far visita ai propri cari in compagnia di un amico che rimane fuori di casa, così «misericordioso e paziente da accompagnarlo […] alla vecchia casa (prima di portarselo via per sempre), affinché potesse salutare la madre».
Altrove Buzzati descrive la condizione umana attraverso la dimensione del viaggio. Pensiamo al celebre racconto I sette messaggeri. Il protagonista parte per esplorare il regno del padre, convinto che giungerà presto ai confini. Porta con sé sette persone, le più fidate, che utilizzerà come messaggeri per rimanere in contatto con il regno. Passano le settimane, i mesi, gli anni, ma cresce in lui il sospetto che non vi siano frontiere. Sta per inviare l’ultimo messaggero che lui non rivedrà più. La conclusione, tutta contrassegnata dalla speranza, ricorda il celebre Dialogo di Cristoforo Colombo e di Pietro Gutierrez di Giacomo Leopardi. Scrive il protagonista: «Vado notando come di giorno in giorno, man mano che avanzo verso l’improbabile meta, nel cielo irraggi una luce insolita quale mai mi è apparsa, neppure nei sogni; e come le piante, i monti, i fiumi che attraversiamo, sembrino fatti di una essenza diversa da quella nostrana e l’aria rechi presagi che non so dire. Una speranza nuova mi trarrà domattina ancora più avanti». Questo viaggio instancabile ricorda quello dell’Ulisse dantesco, quello del Cristoforo Colombo leopardiano. Non è una fatica inutile, come quella di cui, invece, scrive Albert Camus nel saggio Il mito di Sisifo. Non dominano lo scetticismo e il cinismo, ma quella luce, quella speranza che sembrano non venire mai meno.

Così accade anche nel racconto Le mura di Anagoo. La città non è segnata su alcuna carta geografica, tanto che il protagonista pensa che sia una delle tante leggende. Seguendo una guida indigena, giunge, però, di fronte alle mura, ove sono accampate tante persone, in attesa che vengano aperte le porte. «Battono», dice la guida, «affinché quelli di Anagoor, udendo i colpi, vengano ad aprire. È infatti generale persuasione che se non si bussa nessuno mai aprirà». Bisogna domandare e mendicare nella vita, bisogna cercare per trovare una risposta. Ci sono i segni che la città sia abitata. Proprio lì davanti agli occhi del visitatore si levano dei fumi che «promettono ai riguardanti una felicità nuova». Lui, però, diffida e pensa che potrebbero non essere causati da uomini. La guida Magalon lo rassicura del fatto che le porte un giorno si sono aperte e vi è entrato un pellegrino. Il visitatore è ormai stanco di aspettare. Ha atteso per ventiquattro anni e ora ha deciso di tornare a casa. Chi è attendato lo rimprovera con queste parole: «Eh, amico, quanta furia! […] Un minimo di pazienza, diamine! Tu pretendi troppo dalla vita».

La natura umana è strutturata come desiderio, come attesa di un compimento delle esigenze di felicità, di verità, di giustizia del proprio cuore. Quale intensità avrebbero le nostre giornate se vissute come attesa! In questa attesa trepidante risiede la vera Grandezza dell’uomo, come recita il titolo di un bellissimo racconto di Buzzati. Un mercante che vive per le ricchezze, uno scienziato tutto dedito al sapere, un guerriero di forza ineguagliabile, un uomo che adora Dio sono messi a confronto. «La grandezza dell’uomo» emerge alla fine della storia «sta nell’umiltà della carne e nell’elevazione dello spirito». Il guerriero deve «ammettere che non» ha «mai visto un essere umano più sereno, contento e probabilmente felice» di quell’uomo che con semplicità e umiltà vive la dipendenza da Dio e Gli rende gloria.