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omelia

Bustillo a Pisa: san Ranieri scoprì «la profondità del cuore»

Un santo laico del XII secolo: grazie all'incontro con un eremita corso, il mercante pisano «fece quello che il giovane ricco del Vangelo non riuscì a fare». Così il cardinale di Ajaccio rievoca i legami tra l'isola e l'antica repubblica marinara che ieri ha celebrato il patrono.

Borgo Pio 18_06_2026

Nonostante l'indiscussa "impennata" degli ultimi decenni, legata all'aumento di canonizzazioni e a un maggiore focus sulla santità familiare, anche nel Medioevo c'erano santi laici, alcuni dei quali divenuti patroni o compatroni della loro città. Per citare due recentissime ricorrenze liturgiche, il 6 giugno Monza ha celebrato il compatrono san Gerardo de' Tintori, vissuto tra il 1134 e il 1207, della cui opera a favore dei malati resta traccia anche nel nome dell'ospedale cittadino. Quasi contemporaneo di san Gerardo è il patrono di Pisa, san Ranieri Scacceri, nato nel 1118 da una ricca famiglia mercantile pisana, divenuto penitente e pellegrino in Terra Santa e infine morto nella sua città all'età di 43 anni.

«A ventitrè anni Ranieri fece quello che il giovane ricco del Vangelo non riuscì a fare: vendette tutto, dette il ricavato ai poveri e partì per la Terra Santa», ha detto il cardinale vescovo di Ajaccio, François Xavier Bustillo, che ieri, 17 giugno, ha celebrato il pontificale in onore del santo nella cattedrale pisana con l'arcivescovo Saverio Cannistrà e altri presuli originari della diocesi. Presenza non di circostanza quella del porporato, alla luce dei legami tra l'isola e l'antica repubblica marinara – rievocati dal cardinale – nel mezzo dei quali si colloca la "svolta" di Ranieri e proprio grazie a un religioso originario della Corsica. «Suo padre Gandolfo era un mercante e Pisa in quel secolo era una delle potenze commerciali del Mediterraneo. Ranieri crebbe con la musica, gli amici, i commerci del porto. Non era un giovane malvagio», osserva, «era semplicemente un giovane che viveva in superficie, senza domandarsi troppe cose».

L'incontro che «cambiò tutto» fu quello con Alberto, eremita del monastero pisano di San Vito che dalla natia Corsica aveva portato con sé «il silenzio e l’austerità delle montagne corse, quella capacità di stare davanti a Dio senza artifici, nella semplicità, con quel desiderio di autenticità». La vicenda di Ranieri e di Alberto offre un'inquadratura ravvicinata all'interno di quella reciproca «relazione profonda, commerciale, politica e spirituale» che legava Pisa e la Corsica: «L’incontro tra il giovane pisano un po’ spensierato e l’eremita corso è uno di quegli incontri che cambiano la storia. Non con grandi discorsi, ma con la vita» – quella di Alberto, grazie alla quale, «Ranieri, guardandolo, capì che esiste un’altra profondità, oltre quella del mare: la profondità del cuore, della vita».