Bonus ai divorziati, pietra tombale sulla natalità di Governo
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Il bonus affitti ai genitori divorziati è la conferma che uno dei “diritti civili” più importanti di cui ci si fa vanto (l’altro è l’aborto, l’eutanasia sarà il prossimo) genera povertà e se genera povertà è un male da disincentivare. Ma spegne anche le residue ambizioni nataliste del Governo.
Il Governo che sta per completare l’iter di attuazione del bonus affitti rivolto ai genitori separati o divorziati è lo stesso che ha vinto le elezioni presentandosi con un programma di rilancio delle politiche famigliari in chiave natalità? La domanda è d’obbligo se si pensa che la misura, approvata con la Manovra 2026 e pronta per entrare in vigore, destina quasi 20 milioni di euro per alleggerire il carico economico di quei genitori, che sono per lo più papà, “strangolati” dall’assegno di mantenimento dell’ex coniuge e dei figli e che versano in condizioni vicine alla soglia della povertà.
A prima vista potrebbe essere un provvedimento giusto, o per lo meno comprensibile, dato che secondo le ultime rilevazioni Istat le famiglie monogenitoriali sono tra le fasce più vulnerabili ed economicamente esposte mentre il rischio di povertà stimato per le famiglie con un solo genitore e figli a carico, sale al 31,6%.
Ma si tratta di dati che impongono una lettura che va nel solco dell’assistenzialismo di Stato a fronte di un problema oggettivo che è anche un problema sociale. Destinare fino a 500 euro al mese per 12 mesi, per un massimo di 6000 euro all’anno a quei papà che rientrano sotto la soglia di reddito di 35mila euro, non Isee, sicuramente alleggerisce il carico dei genitori alle prese con l’assegno di mantenimento per l’ex coniuge e i figli che viene disposto dal giudice e che in molti casi soffoca il genitore considerato più “forte” alle prese con due affitti o mutui e ad un raddoppio delle spese. Ma è una misura assistenziale, che non produce una spinta all’implementazione della strutturalità di interventi a sostegno della famiglia.
Però viene letta come una misura a sostegno della famiglia, ma non lo è non lo può essere. Anzi, è il contrario, semmai. E questo approccio andrebbe letto in parallelo con l’ammissione di Giorgia Meloni sui rimpianti di Governo a meno di un anno dalla fine della legislatura. Intervistata sabato scorso dal direttore del Foglio Claudio Cerasa, la presidente del Consiglio si è rammaricata di non aver fatto abbastanza per le famiglie: «Mi pesa non aver potuto fare di più per famiglie e imprese proprio rispetto al caro energia», ha detto. È una frase che limita il rammarico della Meloni soltanto all’aspetto del caro vita che ha colpito le famiglie in questi anni, ma che esclude del tutto ogni tipo di strutturalità economica dalle politiche del governo in carica.
Perché i conti e i fatti ormai parlano chiaro ed è arrivato il momento di fare un bilancio delle politiche nataliste messe in campo dal governo. Ed è un bilancio piuttosto magro, se non proprio deludente, soprattutto a fronte delle grandi aspettative elettorali. Politiche di bonus ne sono state fatte, ma limitate fortemente dal perverso meccanismo dell’Isee, che in cinque anni non si è riusciti a riformare seriamente né a modificare perché fosse davvero una fotografia oggettiva del benessere economico delle famiglie.
Qualche aumento, seppur circostanziato, all’assegno unico, che però nel suo impianto fondamentale è rimasto lo stesso licenziato dal Governo Draghi nel 2022 quando venne introdotto. E nessuna politica strutturale che costruisse la famiglia come architrave fondamentale su cui basare la società.
In compenso, però, assistiamo a misure come il bonus affitto ai genitori divorziati, che farà sicuramente presa presso quei settori della popolazione che vivono il divorzio come una nuova povertà, ma non promuovono un bene comune né costruiscono il futuro. Danno la sensazione che il fenomeno del divorzio sia un’ineluttabile sciagura piombata di improvviso addosso ai genitori, ma non riconoscono che se il divorzio è causa di povertà, allora non è una sciagura come un’alluvione o un terremoto per cui lo Stato deve intervenire, ma è il punto cruciale del problema. Hai voglia, poi, a lodare e a spellarsi le mani per le conquiste nel campo dei diritti civili portate a casa da Emma Bonino e dai Radicali come abbiamo assistito in questi giorni in occasioni delle esequie di Stato della leader radicale.
Il bonus affitti ai genitori divorziati è la conferma che uno dei “diritti civili” più importanti di cui ci si fa vanto (l’altro è l’aborto, l’eutanasia sarà il prossimo) genera povertà e se genera povertà allora è un male e non un diritto civile. Né è una ineluttabile sciagura come un terremoto, per il quale ogni governo cerca di stanziare fondi a favore delle vittime.
Ma soprattutto è la prova che anche con questo Governo, le politiche nataliste di struttura sono state sacrificate sull’altare della necessità prima di tutto perché nessuno ha mai avuto il coraggio di ammettere che per valorizzare, promuovere e sostenere la famiglia, è bene prima di tutto definire che cosa è famiglia e che cosa non lo è.
Se si è equiparata l’unione civile al matrimonio, se anche i gay civiluniti sono considerati alla stregua di chi ha costruito una famiglia naturale, non c'è da stupirsi poi se si considera famiglia anche il padre separato. Ma un divorziato non è famiglia, perché famiglia è soltanto il nucleo stabile retto dal matrimonio.
Non si tratta di colpevolizzare i papà e le mamme separate, i quali – è vero – spesso vivono dei veri e propri drammi alle prese con decisioni giudiziarie spesso ingiuste che tendono a premiare l’ex moglie, ma si tratta di riconoscere che gli aiuti di Stato vanno dati quando lo Stato ha un interesse a darli per promuovere la sua struttura sociale. Destinarli ai divorziati, i quali potranno così avere ossigeno per pagare l’affitto e di conseguenza erogare il mantenimento e magari non essere in sofferenza economica tutti i mesi e poter vivere la loro nuova vita con meno pensieri, significa darli a chi ha rotto il vincolo famigliare che è il solo vincolo per il quale lo Stato ha interesse a politiche di sostegno per la sua stessa sopravvivenza.
Perché lo Stato non fa mai l’elemosina, ma riconosce, premia e sostiene chi sa che può dare continuità al suo architrave. Pagare l’affitto a chi, invece, per varie ragioni, ha rinunciato a essere dentro questo patto, dà ossigeno, ma non genera nessun volano di crescita per il futuro del Paese. Sostenere il bonus affitti significa sostenere il divorzio, che invece andrebbe disincentivato. E' questa la pietra tombale sull'ambizione di costruire politiche famigliari in Italia.
Ed è la fotografia migliore di un Paese che ha smesso di fare figli mentre lo Stato ti dà pure una mano se ti chiami fuori dal patto che avevi siglato con lo Stato, sposandoti. Inoltre, crea una categoria sociale nuova di clientes a libro paga dello Stato, i quali hanno maturato evidentemente una coscienza di classe sufficiente per diventare un interlocutore e avanzare richieste.
Ma che lo sguardo sul favor familiae manchi nelle politiche del Governo, è confermato anche dall'approvazione di ieri del decreto che sospende per un anno il bollo auto. Il Presidente del Forum delle Associazioni Famigliari Adriano Bordignon, pur lodando l'intervento ha fatto notare che il provvedimento rischia di penalizzare proprio i nuclei più numerosi perché il Dl consente una sola volta al nucleo famigliare di godere della sospensione. Ma che fare con i nuclei più numerosi che hanno più auto intestate e soprattutto auto superiori a 80 kW come appunto quelle a sette posti? Servirà un passaggio parlamentare per correggere quella che ha tutta l'aria di essere una beffa, l'ennesima, proprio per le famiglie numerose che per natura sono le più fragili.
Tornando al bonus per i divorziati. Allora perché non destinare quei 20 milioni a quegli insegnanti della scuola statale che sono entrati di ruolo in città lontane da casa e che rinunciano al posto fisso a causa dell’insostenibilità degli affitti? Eppure, tra loro, ci sono anche papà e mamme che lasciano le famiglie al paese e si sobbarcano grandi sacrifici per il lavoro. Perché per i papà divorziati c’è questa attenzione e per altri papà, che invece devono trasferirsi per mantenere col lavoro la loro famiglia, no? Semplice: perché il divorzio è un diritto civile mentre il favor familiae in tutte le politiche, anche quelle abitative, come in questo caso, una utopia.


