• NIGERIA

Boko Haram "sconfitto" rapisce altre ragazze

È trascorsa una settimana e ancora non si hanno notizie delle 110 studentesse rapite il 19 febbraio in Nigeria a Dapchi, nello Yobe. Le difese della città erano state sguarnite un mese fa. D'altra parte, il governo considerava Boko Haram "tecnicamente sconfitto" già dal 2015. E invece...

La scuola di Dapchi, dopo il rapimento delle studentesse

È trascorsa una settimana e ancora non si hanno notizie delle 110 studentesse rapite il 19 febbraio in Nigeria a Dapchi, nello Yobe, uno dei tre stati della federazione nigeriana ancora sotto la minaccia di Boko Haram. Come quattro anni fa a Chibok, dove i jihadisti hanno portato via 276 allieve di una scuola superiore, i rapitori, anche in questo caso quasi sicuramente dei miliziani Boko Haram, sono entrati in città dopo il tramonto. A bordo di una dozzina di automezzi si sono aperti la strada sparando e lanciando ordigni esplosivi, diretti verso il loro obiettivo, il Collegio governativo femminile di scienza e tecnica. Nessuno li ha fermati. Il mese scorso l’esercito ha rimosso i blocchi stradali fino ad allora posti a protezione della città e se ne è andato.

La gente, impaurita, si è barricata in casa o è fuggita. Anche gli insegnanti e le allieve del collegio, sentendo gli spari e le urla, hanno cercato di mettersi al sicuro nella vicina boscaglia. Non tutti ci sono riusciti. Quando i jihadisti, all’arrivo delle forze di sicurezza, si sono ritirati hanno portato con sé 110 studentesse. Ma le autorità nigeriane hanno ammesso il loro rapimento soltanto due giorni dopo e quindi solo il 22 febbraio truppe di rinforzo e aerei militari sono stati mandati a Dapchi per iniziare le ricerche.

Il governatore dello stato federale e i vertici militari avevano dapprima rassicurato la popolazione dicendo che le ragazze erano ancora nascoste nella boscaglia e sarebbero tornate a casa presto. Poi hanno diffuso la notizia che erano state sì rapite, ma che quasi tutte erano state liberate dall’esercito. Purtroppo due ragazze erano morte, ma 76 erano state portate in salvo e solo 13 erano ancora date per disperse.

Infine, di fronte all’evidenza, non è più stato possibile nascondere la verità. Decine di famiglie in apprensione chiedevano notizie delle figlie che non erano tornate nè a casa nè in collegio. Tutti sanno in Nigeria che fine fanno le ragazze rapite: costrette a convertirsi all’islam se sono cristiane, sposate a forza ai miliziani, usate come bombe umane fatte esplodere nei mercati, nelle stazioni degli autobus e in altri luoghi affollati. Dopo quattro anni più di 100 delle studentesse rapite a Chibok sono ancora nelle mani di Boko Haram. “Se penso a quelle ragazze, mi vien da piangere – diceva una mamma affranta, intervistata dalla Bbc – preferirei che mi fosse riportata cadavere per poterle dare una degna sepoltura piuttosto che saperla prigioniera di Boko Haram”.

Il governo di Yobe ha riconosciuto di “aver commesso un errore” e si è scusato con i famigliari. Ai parenti delle ragazze rapite però le scuse non bastano. Il 22 febbraio un convoglio governativo è stato preso a sassate da alcuni genitori. Non li ha placati neanche il presidente della repubblica, Muhammadu Buhari, che il 23 febbraio ha preso la parola per confermare l’invio di ulteriori truppe e assicurare che tutto il possibile sarà fatto per liberare le studentesse e punire i responsabili. “Tutto il paese è con voi – ha detto rivolgendosi alle famiglie, al governo e alla popolazione dello stato di Yobe – condividiamo il vostro dolore. Questa è una catastrofe nazionale”. 

Ma sfiducia e collera nei confronti delle autorità, a tutti i livelli, sono sentimenti radicati. Governo ed esercito sostengono da più di due anni che la guerra contro Boko Haram è finita ed è stata vinta. Nel novembre del 2015 la vittoria era stata data per imminente e alla fine di quell’anno il presidente Buhari aveva annunciato che i jihadisti erano stati “sconfitti tecnicamente”. In realtà, grazie soprattutto all’intervento dell’esercito del Ciad, Boko Haram era stato costretto a ritirarsi dai territori conquistati nel 2014, proclamati Califfato quando il leader Abubakar Shekau aveva deciso di aderire all’Isis, lo Stato Islamico. Da allora i jihadisti hanno però moltiplicato gli attentati dimostrando di essere ancora forti, in grado di condurre una guerra del terrore. Finalmente un anno fa l’esercito ha dichiarato di aver conquistato l’ultima base di Boko Haram nella foresta di Sambisa e di aver distrutto tutti i suoi nascondigli. La foresta sarebbe diventata una base militare rendendo impossibile il ritorno dei jihadisti. Lo scorso novembre il governo dello stato di Borno ha espresso l’intenzione di trasformare la foresta in un centro turistico e l’abitazione del fondatore di Boko Haram in un museo. Poi quest’anno, all’inizio di febbraio, l’esercito ha annunciato che era iniziata la costruzione di una strada attraverso la foresta. 

Ma in tutto questo tempo gli attacchi, le aggressioni e gli attentati sono continuati, intensificandosi a tratti. “Sono le ultime disperate azioni di un gruppo allo sbando” continua a ripetere il governo. L’ultima “azione disperata” di Boko Haram prima del rapimento di Dapchi risale al 16 febbraio. Tre attentatori suicidi si sono fatti esplodere a Konduga, una cittadina di circa 14.000 abitanti nel Borno, a circa 25 chilometri dalla capitale Maiduguri. Due attentatori sono saltati in aria in un mercato del pesce e il terzo nei suoi pressi provocando la morte di almeno 18 persone.

Dona Ora