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L'ANNIVERSARIO

Beato Rolando, il martire che ci parla oggi

Il 13 aprile di 77 anni fa i partigiani rossi uccidevano il seminarista Rolando Rivi, martire e beato della Chiesa. Il suo sacrificio ci parla oggi. 

Libertà religiosa 13_04_2022

Il 13 aprile si fa memoria del martirio del beato Rolando Rivi, seminarista martire ucciso dai partigiani comunisti nel 1945 a soli 14 anni.

La sua figura è di grande importanza e di esempio, in particolare per una società come la nostra che ha ormai gettato via ogni valore e il senso profondo del sacrificio che trova significato solo nel grande Sacrificio di Cristo.

La vita di Rolando testimonia la grandezza di Dio e di come Egli compia meraviglie attraverso gli umili e i piccoli. Fin da bambino nutre un sincero amore verso il Signore e il desiderio di diventare suo servitore. La Fede gli viene trasmessa dai suoi genitori, Roberto Rivi e Albertina Canovi, contadini nelle terre di San Valentino in provincia di Reggio Emilia.

Intelligente e vivace, il piccolo Rolando conduce una vita da bambino santa e gioiosa nei giochi, nello studio e nell’aiuto ai suoi cari, mostrando già le virtù che contraddistingueranno tutta la sua vita.

La preghiera e il raccoglimento che accompagnano le sue giornate lo rendono sempre più forte di spirito, facendolo crescere in virtù e sapienza, tanto da essere pronto per grazia divina ad accogliere il martirio, segno dell’amore vivo e vero dell’uomo per il suo Creatore.

La vicinanza alla sua parrocchia e l’esempio del suo parroco, don Olinto Marzocchini, figura di grande importanza per la sua ricchissima vita interiore, gli fanno presto maturare un’autentica vocazione al sacerdozio e il desiderio di diventare missionario.

A undici anni sente chiaramente nel suo cuore il Signore dirgli “Vieni e seguimi”, chiamandolo così a diventare suo umile servitore. Nel 1942 Rolando entra nel seminario di Marola nel Comune di Carpineti (Reggio Emilia) vestendo l’abito talare, quell’abito che a testimonianza della sua piena appartenenza a Gesù non lascerà fino alla morte.

“Anch’io ora voglio essere soldato e difensore di Gesù, amarlo, rendergli onore con la mia vita”. Parole che sgorgano dal suo cuore puro e tutto del Signore e che lo accompagneranno lungo la sua breve esistenza fino al martirio, dove darà prova di essere un vero soldato di Cristo, pronto a morire per Lui, per rendergli onore con la sua vita, senza mai pensare minimamente di rinnegarlo.

L’immagine del Sacro Cuore in cui Gesù viene rappresentato con il Suo Sacratissimo Cuore in mano, mentre lo indica e lo consegna a chi lo vuole seguire e amare, raffigura pienamente l’abbandono di Rolando nelle mani del Suo Signore, che accoglie realmente il Suo invito: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua.  Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà” (Mc 8,34-35).

E sarà proprio il martirio a fargli guadagnare la Vita eterna e ad aprirgli subito le porte del Paradiso.

In quegli anni in Italia infuoca la guerra che continua a mietere vite e ad aumentare la povertà delle persone. Rolando si mostra sempre caritatevole verso i suoi compagni di seminario più bisognosi, privandosi molto spesso e sempre nel silenzio del cibo e delle coperte da donare agli altri, offrendo sacrifici e sofferenze a lode e gloria di Dio.

Con la guerra inizia anche la lotta partigiana che, assieme ad altri orrori, vede un odio feroce verso sacerdoti e seminaristi.

Durante l’estate del 1944, il seminario di Marola dove studia Rolando viene occupato dai soldati tedeschi che ne scacciano i seminaristi e i sacerdoti. Inizia così la grande prova per il giovane, che nonostante il dolore di lasciare il luogo della sua formazione, si abbandona completamente in Dio e continua a adoperarsi per il Signore offrendoGli ogni patimento.

Tornato a casa continua i suoi studi da seminarista sotto la guida del parroco, dando per la sua fede e carità grande testimonianza per le persone del posto che in lui scorgevano l’intima amicizia con Gesù.

Rolando non lascia mai l’abito talare perché esso è segno della sua appartenenza a Gesù, anche se rappresenta un rischio per lui a causa dell’odio che imperversa tra coloro che attaccano la Chiesa e i suoi ministri. Anche i genitori gli consigliano di nasconderla per non attirare l’attenzione dei partigiani comunisti, ma lui con fermezza e amore afferma: “Io non ho paura. Non posso nascondermi, appartengo al Signore”.

Quanto amore e fortezza caratterizzano la sua vita! Rolando sa bene di essere in pericolo, ma sull’esempio di Gesù, che si lascia catturare dai suoi persecutori, anche lui non rinnega ciò che gli viene chiesto: la piena fiducia in Dio e la testimonianza fino alla morte.

Il suo amore per l’abito, inoltre, ricorda quanto sia importante per il sacerdote identificarsi in Cristo in tutto e per tutto, staccandosi dalle cose e dalle vanità del mondo, per essere proprio come Lui, riproducendo nella sua vita, l'intera vita di Gesù: verginale, povera, crocifissa.

Ormai preso di mira da un gruppo di partigiani comunisti della zona, per Rolando si compie l’ora della prova suprema. Un giorno, mentre con il permesso del padre si reca a studiare in un prato vicino a casa, gli viene tesa un’imboscata per catturarlo.

I suoi carnefici non hanno alcuna pietà verso di lui, ai genitori lasciano solo un biglietto con scritto: “Non cercatelo: viene con noi partigiani”.

Sequestrato e fatto prigioniero a Piane di Monchio, nel Comune di Palagano sull’Appennino modenese, Rolando viene rinchiuso in un casolare per tre giorni, dove è sottoposto costantemente a percosse e torture. Gli viene chiesto di rinnegare Gesù, ma lui, deciso e senza scendere a compromessi, risponde che gli appartiene.

Giunge il giorno del martirio, il 13 aprile 1945. Dopo essere stato spogliato a forza della sua veste talare di cui gli assassini fecero una palla da prendere a calci, Rolando viene trascinato in un bosco dove verrà ucciso senza pietà. Sottoposto ad altre umiliazioni, torture, insulti e percosse, i carnefici gli fanno scavare da solo la fossa e, fattolo inginocchiare sul bordo, gli sparano due colpi di rivoltella, uno al cuore e uno alla fronte. Rolando aveva solo 14 anni.

Il giovane martire apre le braccia al supplizio per amore e fedeltà, quelle stesse braccia che desideravano innalzare il Corpo del suo Signore sull’altare e che ora si aprono per accogliere Gesù e la Vergine Maria che lo accompagneranno direttamente in Paradiso.

Io sono di Gesù”. Queste le parole che Rolando disse prima di morire e dopo aver pregato per i suoi genitori e per la conversione dei suoi persecutori. Erano circa le tre del pomeriggio, ora in cui Gesù moriva sulla croce.

La vita di Rolando ci richiama alla memoria il brano del Vangelo per cui “Se il chicco di grano caduto in terra muore, produce molto frutto”. Così la sua testimonianza che rimane viva nei nostri cuori ci ricorda come, in questo tempo di grande odio verso Dio e la Creazione, dove il sacrificio viene rinnegato, la Chiesa e i suoi ministri attaccati e provati dal demonio che ne rende molti indegni, la dignità dell’uomo calpestata a causa dell’allontanamento dalla Fede, sia necessario ritornare alla Verità che è Dio stesso, senza compromessi con il male, ma con piena fiducia e abbandono in Lui, pronti anche al sacrificio.

I frutti del martirio di Rolando sono numerosi, sta a noi raccoglierli e riseminarne i semi.