Autonomia differenziata, anche per adeguare i salari al costo della vita
Non solo magistratura: procede anche la riforma dell'autonomia differenziata. Oggi un passaggio importante al governo. Devono essere regionalizzati anche i livelli degli stipendi, perché il costo della vita cambia da una regione all'altra.
Oggi il Consiglio dei ministri segnerà un passaggio che può diventare storico per il futuro istituzionale ed economico del Paese: alla presenza dei governatori di Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto verranno portati all’esame gli schemi delle quattro pre-intese sull’autonomia già sottoscritte con il Governo. Un passaggio che il ministro per gli Affari regionali e le autonomie, Roberto Calderoli ha definito frutto di piena sintonia istituzionale e che rappresenta la prima tappa formale di un percorso destinato a incidere in profondità sull’assetto della Repubblica.
Le materie coinvolte – dalla protezione civile alle professioni, dalla previdenza complementare e integrativa alla tutela della salute fino al coordinamento della finanza pubblica – non sono dettagli tecnici ma leve strategiche che incidono sulla qualità dei servizi e sulla competitività dei territori. Ed è proprio qui che il dibattito sull’autonomia differenziata smette di essere uno scontro ideologico e diventa una questione concreta di sviluppo, equità e responsabilità, perché la vera riforma capace di rilanciare il Paese nel mondo e di frenare ingiustizie e disuguaglianze è quella che consente ai territori di governare direttamente le proprie priorità, misurandosi sui risultati.
Il tema si intreccia inevitabilmente con la necessità sempre più pressante di regionalizzare la gestione di alcuni servizi, a partire dai livelli degli stipendi, come sottolinea l’assessore regionale allo sviluppo economico della Lombardia, Guido Guidesi, che richiama l’attenzione su un dato sotto gli occhi di tutti: il costo della vita tra Nord e Sud è diverso e l’inflazione, specie quella alimentare ed energetica, sta colpendo con particolare intensità le aree più produttive del Paese.
Basta un esempio semplice e quotidiano per comprendere la portata del problema, quello del buono pasto, benefit ormai diffuso nei contratti di lavoro, che consente di acquistare un pranzo nei locali vicini al luogo di impiego. È evidente che con lo stesso valore nominale non si ottiene lo stesso paniere di beni a Milano o in una città del Mezzogiorno, e il divario si accentua nelle grandi aree urbane dove gli affitti commerciali e residenziali hanno registrato aumenti significativi, con il risultato che a parità di stipendio il potere d’acquisto reale cambia in modo sostanziale.
Se a ciò si aggiunge l’impennata dei costi energetici che ha attraversato tutte le filiere produttive, incidendo su servizi e prodotti, il quadro è quello di una compressione progressiva dei redditi che rischia di tradursi in una perdita di competitività per le imprese e in una riduzione della qualità della vita per i lavoratori, soprattutto in territori ad alta intensità produttiva come la Lombardia, dove la dinamica dei prezzi si è fatta sentire in modo particolarmente marcato.
In questo contesto l’autonomia non è una bandiera, ma uno strumento, perché consentire alle Regioni di modulare politiche salariali e contrattuali in relazione al costo della vita significa introdurre un principio di equità sostanziale, superando l’idea che l’uguaglianza formale coincida con l’uniformità, quando invece trattare in modo identico situazioni profondamente diverse finisce per generare nuove disuguaglianze.
La procedura delineata – dall’approvazione preliminare in Consiglio dei ministri al passaggio in Conferenza Unificata, fino all’esame delle Camere e alla successiva legge di ratifica – garantisce il coinvolgimento di tutte le istituzioni e dimostra che il percorso è pienamente dentro il perimetro costituzionale. Ma ciò che conta politicamente è il cambio di paradigma: governo e Regioni che lavorano insieme per attribuire ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia non per dividere il Paese, bensì per renderlo più efficiente, responsabile e competitivo.
L’esperienza di questi anni ha mostrato che i modelli centralistici faticano a rispondere con tempestività alle esigenze differenziate dei territori, mentre una maggiore responsabilizzazione regionale può favorire politiche più mirate in materia di sanità, formazione professionale, previdenza complementare e gestione delle emergenze, con un impatto diretto sulla capacità di attrarre investimenti e talenti. Del resto, in un contesto globale segnato da competizione serrata tra sistemi economici, l’Italia non può permettersi di restare imbrigliata in assetti che rallentano le decisioni e appiattiscono le specificità, perché sono proprio le eccellenze territoriali a costituire il motore dell’export, dell’innovazione e dell’occupazione.
L’autonomia, se accompagnata dalla definizione chiara dei livelli essenziali delle prestazioni e da meccanismi trasparenti di perequazione, può diventare la leva per ridurre i divari anziché ampliarli, responsabilizzando chi governa e rendendo più leggibile il nesso tra risorse raccolte e servizi erogati.
In questa prospettiva la richiesta di adeguare gli stipendi al diverso costo della vita non è una rivendicazione figlia del pregiudizio ma un’esigenza di giustizia economica, perché senza strumenti flessibili il rischio è che le aree più dinamiche vedano erodersi il proprio vantaggio competitivo e che lavoratori e imprese paghino il prezzo di una rigidità normativa incapace di cogliere le differenze reali.
Oggi, dunque, non si discuterà soltanto di schemi di intesa, ma di una visione del Paese che punta a valorizzare le autonomie come fattore di crescita e coesione, superando contrapposizioni ideologiche e scommettendo sulla responsabilità dei territori. E’ una sfida che riguarda non solo le quattro Regioni coinvolte ma l’intera Italia, chiamata a scegliere se restare ancorata a un modello che ha mostrato i suoi limiti o imboccare con decisione la strada di una riforma che può rilanciarne la competitività nel mondo e offrire risposte più eque ai suoi cittadini.

