Attacco Usa in Venezuela: l'illusione che a risolvere sia la forza
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Una vera guerra lampo quella lanciata da Trump sul Venezuela per arrestare il presidente Maduro e processarlo già oggi a New York. Nessuna simpatia per un dittatore criminale, ma la domanda fondamentale da porsi è se il fine giustifichi i mezzi. E la risposta è negativa.
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Non era difficile prevedere l’epilogo della crisi apertasi tra Stati Uniti e Venezuela, ne avevamo parlato giusto un mese fa. È stata una guerra lampo quella lanciata dal presidente americano Donald Trump all’alba del 3 gennaio e si è conclusa nel giro di poche ore con l’arresto del presidente venezuelano Nicolas Maduro e la sua deportazione a New York dove già oggi dovrebbe comparire a processo. Se “l’operazione antiterrorismo” – come l’ha definita Trump, anche per aggirare l’altrimenti necessaria approvazione del Congresso – è stata rapida, bisognerà attendere per capire come evolverà la situazione in Venezuela e non solo.
Ovviamente in queste ore si sprecano le analisi e gli approfondimenti, e anche noi ne facciamo (qui e qui), ma prima di tutto c’è una domanda che non può essere evitata davanti a un intervento militare del genere: il fine giustifica i mezzi? Ammesso che un fine sia legittimo - come l’abbattimento di un regime criminale che estende i suoi danni anche al di fuori dei confini nazionali - è lecito qualsiasi mezzo per raggiungere l’obiettivo, inclusa la violazione delle più elementari norme di diritto internazionale?
La risposta non può che essere negativa.
Nessuna simpatia – e i nostri lettori lo sanno bene - per il regime socialista bolivariano instaurato dal presidente Hugo Chavez a partire dal 1999 e proseguito dopo la sua morte con il delfino Maduro. Un regime che ha ridotto alla fame il Venezuela, con oltre sei milioni di rifugiati all’estero; ha creato una feroce macchina repressiva, con migliaia di arresti arbitrari; ha trasformato il Paese in una centrale del narcotraffico; ha dato ospitalità a gruppi terroristi (vedi le colombiane Farc ma anche Hezbollah) puntando a destabilizzare soprattutto altri Stati latino-americani. E poi ha perpetuato il potere truccando le elezioni, incluse le ultime del luglio 2024 quando Maduro è stato proclamato presidente al posto di quello che gli osservatori stranieri ritengono il vero vincitore, il candidato delle opposizioni Edmundo González Urrutia (dopo l’esclusione di Maria Corina Machado, recente premio Nobel per la Pace).
Comprensibile quindi la gioia di moltissimi venezuelani alla notizia dell’arresto di Maduro; ma a parte le incertezze su quello che accadrà ora, rimane la questione di fondo.
Non solo perché chiaramente i motivi veri dell’intervento statunitense non hanno a che fare con la democrazia e il rispetto dei diritti umani (peraltro non è scontato che l’arresto di Maduro porti automaticamente a una transizione democratica), e primariamente neanche con narcotraffico e petrolio. È chiaro che la guerra lampo in Venezuela rientra nel più ampio disegno di una risistemazione degli equilibri mondiali fondata su zone d’influenza, o sulla definizione e rispetto dei “cortili di casa” delle grandi potenze. E il recente documento dell'amministrazione Trump sulla strategia di sicurezza nazionale considera chiaramente tutto il continente americano cortile degli Stati Uniti.
Si potrebbe dire che non è niente di nuovo, le grandi potenze da sempre cercano di esercitare la loro influenza sui Paesi strategicamente importanti, ed è vero. Ma il punto è che l’intervento militare, l’aggressione, non può essere un mezzo accettabile anche quando il fine può essere considerato buono.
Del resto è anche un’illusione, più volte dimostrata dalla storia, quella di poter creare condizioni di pace attraverso la guerra. Le guerre creano solo altre guerre, il riarmo chiama il riarmo. L’esperienza anche recente suggerisce che il dopo-Maduro potrebbe non essere per nulla pacifico e democratico; e inoltre l’intervento americano in Venezuela non è un episodio isolato: altri Paesi sono già nel mirino di Trump, Cuba e Iran su tutti. Non bisogna poi dimenticare il contesto internazionale, l’Ucraina “cortile di casa” della Russia e la Cina così incoraggiata e pronta ad annettersi Taiwan, solo per citare i casi più eclatanti che promettono di moltiplicare conflitti e tensioni.
Nel messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, papa Leone XIV ha affrontato proprio questo punto, invitando a rovesciare questa mentalità e ricordando che la pace non è una méta lontana ma «una presenza e un cammino» che vanno accolti e riconosciuti: «Quando trattiamo la pace come un ideale lontano, finiamo per non considerare scandaloso che la si possa negare e che persino si faccia la guerra per raggiungere la pace», dice il Papa, che aggiunge: «Nel rapporto fra cittadini e governanti si arriva a considerare una colpa il fatto che non ci si prepari abbastanza alla guerra, a reagire agli attacchi, a rispondere alle violenze». È la descrizione precisa del clima culturale in cui siamo immersi, in cui la guerra a tutti i livelli non solo appare inevitabile ma addirittura desiderabile; liquidare il cattivo di turno senza badare troppo alla forma viene chiamato giustizia; e l’uso della violenza e il cinismo vengono considerati realismo politico.
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