All'Europa non bastano i "valori europei", occorre la verità
Il protagonismo del Vecchio Continente passa per la difesa dei suoi valori e in particolare la libertà religiosa e il diritto a non emigrare, ha affermato al Meeting l'on. Carlo Fidanza. Auspicio politicamente comprensibile, ma che a monte lascia irrisolto il nodo su ciò che è vero, giusto e degno di essere difeso di per sé.
Quando al Meeting di Rimini per l'amicizia tra i popoli l'on. Carlo Fidanza afferma che l’Europa potrebbe tornare protagonista soltanto difendendo i propri "valori”", richiamando in particolare la libertà religiosa e il diritto a non emigrare, formula un’esigenza certamente comprensibile sul piano politico, ma filosoficamente lascia irrisolta proprio la questione decisiva, dal momento che, prima di domandarsi quali valori l’Europa debba difendere, occorrerebbe stabilire che cosa renda un valore vero, giusto e degno di essere difeso. È qui che il lessico contemporaneo dei "valori" mostra tutta la propria anfibologia.
Nel pensiero classico il bene non è anzitutto qualcosa che l’uomo attribuisce alle cose mediante una valutazione soggettiva, quanto ciò verso cui la natura tende in quanto corrispondente alla sua perfezione. Il bene, dunque, possiede un fondamento ontologico prima ancora che assiologico. Nel linguaggio moderno dei valori, invece, questo rapporto tende a capovolgersi, perché non è più evidente se qualcosa valga in quanto è bene oppure sia bene semplicemente perché qualcuno, una maggioranza, una cultura o un ordinamento lo considera un valore.
La differenza è radicale. Se il valore non riceve la propria misura dall’essere e dalla natura delle cose, esso diventa inevitabilmente relativo al soggetto che valuta. A quel punto anche due concezioni contraddittorie dell’uomo possono presentarsi entrambe come portatrici di "valori", senza che il linguaggio stesso dei valori contenga più il criterio per stabilire quale delle due corrisponda al vero. Si può, allora, proclamare contemporaneamente il valore della famiglia e quello della sua radicale ridefinizione, il valore della vita e quello della disponibilità della vita, il valore della libertà e quello dell’autodeterminazione senza limite, poiché la categoria assiologica, privata di un fondamento ontologico, è sufficientemente elastica da accogliere anche ciò che reciprocamente si esclude.
È precisamente da questa dissoluzione del criterio che nasce l’indifferentismo. Non si tratta della legittima tolleranza politica verso chi pensa diversamente, che appartiene a tutt’altro ordine, bensí della convinzione teorica secondo cui, non essendovi un bene oggettivamente conoscibile dalla ragione, le diverse concezioni del bene debbano essere considerate ultimamente equivalenti. La società non giudica più le scelte alla luce di una verità sull’uomo, limitandosi a garantire che ciascuno possa perseguire la propria, purché formalmente compatibile con quella altrui. La libertà, che nella concezione classica è facoltà ordinata al bene, viene così trasformata nel potere di determinare autonomamente che cosa debba essere considerato bene.
Ed è proprio qui che il richiamo ai "valori europei" rischia di diventare filosoficamente fragile. Quali valori? Stabiliti da chi? In forza di quale concezione dell’uomo? E soprattutto, mediante quale criterio potremmo affermare che un determinato valore debba prevalere su un altro quando entrano in conflitto? Se a queste domande non si risponde, la formula finisce per presupporre ciò che dovrebbe dimostrare e consegna paradossalmente i valori alla stessa volontà politica dalla quale vorrebbe proteggerli. Il diritto naturale classico procede in senso opposto, perché non prende le mosse dalla volontà che attribuisce valore, ma dalla realtà che la ragione riconosce. Esiste una natura umana intelligibile, esistono beni che la perfezionano e mali che la contraddicono, esiste, quindi, una misura del giusto che precede sia il legislatore sia la maggioranza. È precisamente perché il diritto positivo non crea il giusto dal nulla che esso può essere giudicato giusto o ingiusto.
Se l’Europa vuole davvero ritrovare un fondamento, dunque, non dovrebbe limitarsi a proclamare i propri valori, quanto tornare a interrogarsi sulla verità che li rende tali. Il suo fondamento non può essere un catalogo assiologico continuamente ridefinibile, bensì il logos, la natura razionale dell’uomo, il bene comune e quella legge naturale che costituisce la misura prepolitica del potere. Perché quando il bene viene ridotto a valore, il valore finisce nelle mani di chi valuta. Quando invece il bene è riconosciuto come fondato nell’essere, anche il potere incontra finalmente qualcosa che non può creare, modificare o abolire.

