Allah in Comune, l'islamo-sinistra prepara le amministrative
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Da Venezia a Lecco proliferano i candidati musulmani sotto l'egida di sigle progressiste. Non è un fenomeno spontaneo ma un'operazione capillare che punta a mutare gli equilibri delle istituzioni partendo dai consigli comunali. La prova generale si è già vista al referendum.
L’ombra di un’onda verde si allunga sulle istituzioni italiane, e non ha nulla a che fare con l’ecologia, ma con l’islam. Non è più un’ipotesi da politologi visionari. Parlano le urne e con esse le liste di candidati in tutto lo Stivale.
Per anni, da queste colonne, vi abbiamo raccontato il caso Francia preannunciando il destino italiano. Oggi, l’islamo-gauchisme, quel patto d’acciaio tra la sinistra estrema, ma non solo, e l’islam politico, è sbarcato ufficialmente nel Belpaese. A sinistra il sogno di una società multiculturale ha mostrato fin da subito la strategia di trasformare i “nuovi italiani” in un cavallo di Troia per occupare lo spazio politico: il contributo dei voti delle comunità musulmane, un’operazione che si nasconde dietro lo slogan dell’integrazione ma che punta a vincere le elezioni prendendo il voto di chi vuole imporre un’altra cultura tra invocazioni ad Allah e manifesti in arabo.
Al momento, il laboratorio più avanzato di questa strategia risulta Venezia, dove il Partito Democratico ha candidato in blocco sette esponenti della comunità bengalese. Parliamo di una compagine fortissima nel veneziano: a Mestre è in ballo un’operazione che potrebbe a breve trasformare un’ex segheria — oggi ritrovo di tossicodipendenti — in una moschea da circa 8000 metri quadrati. I lavori di sgombero e pulizia sono iniziati pochi mesi fa e sono stati finanziati proprio dalla comunità bengalese, in attesa che possa arrivare l’attesa variante di destinazione d’uso da commerciale a luogo di culto. Occorrerà anche il parere favorevole delle Ferrovie dello Stato per la vicinanza alla linea ferroviaria, ma la cosa non li preoccupa minimamente. L’anno scorso la fondazione di riferimento ha firmato il preliminare d’acquisto per l’ex segheria, versando un anticipo di 150.000 euro su un totale di 1,5 milioni. Oggi, aspettano solo una nuova amministrazione compiacente.
A febbraio, Prince Howlader, presidente dell’associazione “Giovani per l’umanità” e promotore del progetto per i connazionali musulmani di Mestre e Marghera, dichiarava al Gazzettino: «Faremo tutti i passi con calma, rispettando le normative. Ora ci sono le elezioni e non ha senso presentare nulla, ma con la prossima amministrazione andremo avanti». Ed eccola, puntuale, la lista che in nome di Allah chiede di sostenere i sette candidati per le comunali del prossimo 23 e 24 maggio: volantini in lingua, il sogno della nuova moschea e le invocazioni ad Allah per l’ascesa al consiglio comunale di Venezia.
Nell’ultimo decennio i bangla arrivati in Veneto hanno comprato case, riaperto centinaia di vetrine chiuse: Via Piave, via Cappuccina e Corso del Popolo a Mestre si sono popolati dei loro negozi di frutta e verdura; vivono a ridosso della Fincantieri, dove molti lavorano. Una comunità che conta quasi 20mila persone e che, per la prima volta, vuole dire la sua alle urne. Essendo la realtà straniera più numerosa in laguna, con 3500 aventi diritto al voto, la loro influenza è tangibile.
Ma la laguna veneziana è solo la punta di diamante di un mosaico che si va componendo, tessera dopo tessera, su tutto il territorio nazionale. Se a Mestre la strategia si gioca sulla solidità economica e sulle grandi strutture, altrove il baricentro si sposta sulla simbologia e sull’identità islamica. È il caso di Agrigento, dove si sono candidati Khezar Adnane, imprenditore marocchino noto in città, e Carmela Lombardi, cittadina italiana convertita all’islam, che ha scelto di farsi ritrarre con lo hijab e una scritta in arabo: «Dio è uno solo: Allah per il musulmano, Dio per il cristiano, ma sempre lo stesso unico creatore». Risalendo la penisola fino a Lecco, troviamo già dieci candidati musulmani pronti alla sfida delle comunali, tra cui spicca Hicham Bouraghba, figura di riferimento legata al Centro Islamico Culturale cittadino e schierato nelle liste di Alleanza Verdi e Sinistra.
Questa proliferazione di candidati sotto l’egida di sigle progressiste non è però un fenomeno spontaneo o disorganizzato. Ha un teorico e un obiettivo temporale chiarissimo. Francesco Tieri, detto Abd al-Haqq — figura centrale del neonato partito islamico “Musulmani per Roma” e con un passato nelle file di Demos a sostegno di Gualtieri nella Capitale — ha tracciato la rotta in una lettera che è un vero e proprio manifesto politico. Tieri, osservando con attenzione proprio il laboratorio di Lecco, ha lanciato una sfida aperta a tutti i musulmani d’Italia attraverso una lettera sui social. Il calcolo è ambizioso quanto preciso: assicurando almeno dieci candidati per ognuno dei 2000 comuni che tra 2026 e 2027 torneranno alle urne, «potremo vedere 20mila musulmani trasformarsi in soggetti politici in tutta Italia».
Il vero traguardo è dunque fissato per quella data, con un progetto che punta alla capillarità assoluta. Una mobilitazione di massa capace di portare una legione di esponenti dell’islam politico a sedere contemporaneamente nelle istituzioni locali, mutando definitivamente gli equilibri e trasformandoli nell’ago della bilancia politica in ogni angolo del Paese.
Il primo vero segnale di questa forza d’urto si è palesato con l’esito del referendum sulla giustizia. Quel ‘No’ che ha sbarrato la strada alla riforma della Giustizia non è stato un semplice atto politico, ma il battesimo della cosiddetta “Generazione Gaza”: giovani motivati e mobilitati dalle piazze pro-Pal, che hanno trasformato il risentimento ideologico in voti pesanti. I due milioni di scarto che hanno deciso il quesito corrispondono quasi perfettamente al peso della comunità islamica avente diritto di voto. Una coincidenza? Per Davide Piccardo i musulmani d’Italia hanno semplicemente deciso di dare un segnale immediato al Governo, fungendo da ago della bilancia. «È una mobilitazione massiccia, organizzata e motivata», spiega.
Il partito islamico si organizza e il caso Venezia è solo l’ultimo dei tanti. È la strategia dell’islam politico, che punta all’istituzione della shari’a in Italia. Per farlo, occorre entrare nelle istituzioni, contaminarle e coltivare gradualmente il germe dell’islamismo.
In questo scenario, da tempo la sinistra fa da apripista per far penetrare l’islamismo nei Comuni: a Monfalcone, per esempio, conta già un consigliere che si occupa degli interessi dei bengalesi e dell’islam. Il vero obiettivo resta la sovversione del nostro sistema.
I dati, d’altronde, delineano un quadro eloquente: secondo le stime, solo nel quinquennio 2021-2024 sono state registrate 114.953 nuove cittadinanze a persone provenienti da Paesi musulmani. Se guardiamo poi in prospettiva alla percentuale di musulmani tra i nuovi nati, soprattutto nelle regioni del Nord, il destino dell’Italia appare già scritto tra le pieghe di una demografia che si fa destino politico.
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