Alemanno va con Vannacci e cerca la rivincita. Spina nel fianco della Meloni
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Dopo quasi due anni di carcere, Gianni Alemanno torna in libertà, ottenendo molta visibilità mediatica (interessata) ed entra nel partito di Vannacci. Altra spina nel fianco del centrodestra.
La scarcerazione di Gianni Alemanno è stata accompagnata da un clamore mediatico che merita qualche riflessione critica. Non tanto per contestare il diritto dell'ex sindaco di Roma di tornare in libertà dopo avere scontato la pena prevista dalla legge, quanto per evitare che il racconto pubblico finisca per trasformare una vicenda giudiziaria complessa in una narrazione semplificata, nella quale il protagonista assume i panni del martire perseguitato dal sistema.
Prima di tutto occorre ricordare perché Alemanno è finito in carcere. L'ex ministro ed ex sindaco di Roma è stato condannato in via definitiva a un anno e dieci mesi per traffico di influenze illecite nell'ambito di uno dei filoni dell'inchiesta "Mondo di Mezzo". In quel procedimento è stato assolto dalle accuse più gravi, ma la condanna per traffico di influenze è rimasta definitiva. Successivamente la pena era stata convertita in una misura alternativa alla detenzione, con l'affidamento ai servizi sociali. Tuttavia, secondo quanto accertato dalla magistratura di sorveglianza, Alemanno violò ripetutamente le prescrizioni previste dal regime alternativo, il che portò alla revoca del beneficio e al suo ingresso nel carcere di Rebibbia alla fine del 2024. Tra le contestazioni vi erano uscite non autorizzate, il mancato rispetto degli orari e altre condotte incompatibili con gli obblighi imposti dalla misura alternativa.
Questo aspetto viene spesso rimosso nel dibattito pubblico. Alemanno continua a proclamarsi innocente, come è suo diritto, ma resta il fatto che una condanna definitiva esiste e che l'ingresso in carcere non è avvenuto per un improvviso accanimento giudiziario. È avvenuto perché, una volta ottenuto un regime più favorevole rispetto alla detenzione ordinaria, non ne ha rispettato le regole. La vicenda richiama un tratto ricorrente della politica italiana: l'idea, più o meno consapevole, che le norme valgano per tutti ma possano essere interpretate con una certa elasticità quando riguardano personalità pubbliche di primo piano.
Da questo punto di vista colpisce il contrasto tra la rappresentazione che Alemanno offre di sé e i fatti. Da un lato il racconto dell'uomo che avrebbe subito un'ingiustizia; dall'altro la realtà di una persona che ha perso una misura alternativa proprio per avere violato gli obblighi che ne regolavano il funzionamento. Non è necessariamente una contraddizione insanabile sul piano umano, ma certamente lo è sul piano politico e comunicativo.
C'è poi il tema della sua nuova collocazione politica. Uscendo dal carcere, Alemanno ha immediatamente rivendicato il proprio rapporto con Roberto Vannacci e con l'area che si sta organizzando attorno a lui, indicando nel generale un punto di riferimento per il futuro della destra italiana. Le sue dichiarazioni contengono anche una chiara sfida a Giorgia Meloni e all'attuale gruppo dirigente del centrodestra.
È difficile non leggere in questa scelta anche una componente di rivincita personale. Per anni Alemanno è stato sostanzialmente rimosso dalla scena politica nazionale. Molti di coloro che avevano condiviso con lui percorsi e militanze hanno preferito prendere le distanze. Oggi l'ex sindaco torna sulla scena con il desiderio evidente di dimostrare che il suo peso politico non è esaurito. Ma chi rientra dopo una lunga marginalizzazione raramente accetta un ruolo secondario. È dunque plausibile che Alemanno chieda visibilità, influenza e spazi decisionali all'interno del nuovo contenitore politico.
Qui emerge un parallelo interessante con Vannacci. Entrambi coltivano una narrazione fondata sull'idea di essere stati ostacolati dalle élite e di rappresentare una voce autentica contro il sistema. Entrambi parlano a un elettorato che si percepisce trascurato. Tuttavia, quando più figure costruiscono il consenso sulla centralità della propria persona, la convivenza diventa inevitabilmente complicata. La politica italiana è ricca di esempi di alleanze nate sulla base di un comune risentimento e finite rapidamente in conflitti per leadership e potere.
Un altro elemento riguarda la battaglia che Alemanno ha condotto dal carcere sul tema del sovraffollamento e delle condizioni detentive. Si tratta di una questione reale e seria. Lo stesso tribunale di sorveglianza gli ha riconosciuto una riduzione della pena proprio per condizioni di detenzione ritenute non conformi agli standard previsti dall'ordinamento. Tuttavia questo tema non sembra occupare un posto centrale nell'agenda politica di Vannacci, la cui comunicazione è orientata prevalentemente verso immigrazione, identità nazionale e sicurezza.
Nasce quindi una contraddizione politica interessante. Alemanno tenta di accreditarsi come ex detenuto che ha conosciuto dall'interno i problemi delle carceri italiane e che denuncia il sovraffollamento. Nello stesso tempo si colloca accanto a un leader la cui immagine pubblica è legata soprattutto a parole d'ordine come remigrazione, rigore securitario e contrasto all'immigrazione. Non è impossibile tenere insieme questi due registri, ma certamente non è semplice. La figura del "martire del sistema penitenziario" si concilia con difficoltà con quella del sostenitore di una linea politica fortemente identitaria e repressiva.
Alla fine la domanda è se Alemanno rappresenti davvero una risorsa per il centrodestra oppure un nuovo fattore di tensione. La storia recente suggerisce la seconda ipotesi. La sua presenza può intercettare una parte dell'elettorato nostalgico della destra sociale e post-missina, ma rischia anche di alimentare divisioni già esistenti. Se Vannacci continuerà a costruire una struttura politica autonoma e se Alemanno rivendicherà un ruolo significativo al suo interno, il risultato potrebbe essere una pressione costante su Meloni da destra.
In questo senso il problema per il centrodestra non è la scarcerazione di Alemanno in sé. In uno Stato di diritto una pena si sconta e, una volta terminata, il cittadino torna libero. Il problema è piuttosto la costruzione di una narrazione che tende a trasformare una vicenda giudiziaria segnata da una condanna definitiva e dalla violazione delle regole dell'affidamento in prova nella storia di un perseguitato che torna a chiedere il risarcimento politico della propria marginalizzazione. E, come spesso accade nella politica italiana, i conti con il passato rischiano di diventare molto più ingombranti del passato stesso.

