11 settembre, 25 anni dopo l'America non si riconosce più
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A 25 anni dall'11 settembre, i Talebani sono di nuovo al potere in Afghanistan e New York ha un sindaco musulmano, figlio di un professore marxista che giustificava i terroristi. Mentre l'eroe Giuliani è in disgrazia. Un problema di memoria, oltre che di identità.
- Intanto il jihad si è spostato in Africa di Anna Bono
Venticinque anni dopo l’attacco di Al Qaeda a New York e Washington dell’11 settembre 2001, la realtà ha superato alcune delle peggiori previsioni. Quattro aereo passeggeri dirottati e trasformati in proiettili, quasi 3mila vita distrutte in una mattina. Fu un omicidio-suicidio di massa, di proporzioni apocalittiche. Gli Usa e il mondo, da quel momento, non furono più gli stessi.
Ma oggi? In Afghanistan, soprattutto, dove i Talebani sono di nuovo al potere, come se l’11 settembre, la guerra e la presenza della Nato nel paese asiatico non fossero mai avvenuti. A New York, invece, il sindaco eroe Rudolph Giuliani è caduto in disgrazia, politicamente e professionalmente. Stando a quanto ha annunciato ieri, non sarà neppure presente alla cerimonia dell’anniversario. Il sindaco in carica, invece, è Zohran Mamdani, musulmano e di estrema sinistra, il primo ad aver aperto la sede del comune a una cerimonia religiosa (islamica, la cena di fine Ramadan) e che prende voti anche dalle comunità più radicalizzate.
Se in Afghanistan è una tragedia, a New York è una farsa. Ma una farsa dolente. Cosa è avvenuto in questi venticinque anni? Il libro Da Giuliani a Mamdani scritto a quattro mani dai giornalisti Maria Teresa Cometto e Glauco Maggi, che al momento dell’attacco erano proprio a Manhattan, abitando nei pressi delle Torri Gemelle, rievoca l’atmosfera di unità e solidarietà nazionale dei momenti e dei giorni immediatamente successivi al crollo delle due Torri Gemelle. La coppia di giornalisti, l’una del Corriere della Sera e l’altro de La Stampa, dovette abbandonare la casa in cui viveva da un anno, venne accolta da una collega al vicino Greenwich Village. Furono ospitati, rifocillati, rivestiti, confortati. La scuola frequentata dalla figlia, evacuata anch’essa, fu interamente assorbita da un’altra scuola pubblica. Gli scolari, tutti traumatizzati, vennero accolti come in famiglia.
La macchina della burocrazia funzionò con puntualità e cortesia. I due giornalisti ottennero subito una visita di un funzionario della Fema, l’equivalente americano della nostra Protezione Civile. Ebbero in pochi mesi tre successivi assegni che coprivano le spese del trasloco e del disagio. E un questionario chiese loro se l’impiegato fosse stato abbastanza cordiale e puntuale con loro. Ricevettero anche un altro aiuto, dalla Croce Rossa, con l’unica causale: “L’America vi vuole bene”.
La New York di allora si riempì di volontari, da tutti gli Usa. Non c'erano repubblicani o democratici, americani della costa o dell'interno, del sud o del nord, ma americani uniti per rispondere a un attacco esterno. Pur respirando quella vera e propria nube tossica che si era levata al posto degli edifici crollati, migliaia di volontari lavorarono alla messa in sicurezza del ground zero, il luogo del crollo, al ripristino di tutti i servizi essenziali e poi alla ricostruzione. Giuliani, sindaco alla fine del suo secondo mandato, noto per essere il “sindaco della tolleranza zero” che aveva riportato l’ordine in città, divenne un eroe nazionale. Pur compromettendo la sua salute (tuttora ha problemi polmonari), non si allontanò mai dal ground zero, coordinò gli aiuti federali, diresse i lavori, rimase vicino ai sopravvissuti, ispirò coraggio ai soccorsi. Il Time gli dedicò la copertina, da uomo dell’anno, il “Sindaco del mondo”.
Fa impressione constatare quanto le percezioni siano cambiate. La figura di Giuliani è stata totalmente demolita, da quando, svolgendo la sua professione, è stato l’avvocato di Donald Trump. Ha perso le cause sulle frodi elettorali del 2020, è stato rovinato dalle spese legali e dalle querele. Nel 2023 ha dichiarato bancarotta personale. Alla vigilia di questo 11 settembre, dalle colonne di Newsmax, ha lanciato il suo monito sul pericolo della nuova classe dirigente di sinistra, islamo-comunista, fra cui proprio il suo successore Mamdani. Nessun media mainstream ricorda di averlo eletto uomo dell’anno nel 2001, oggi passa solo per un “vecchio complottista”, da non prendere sul serio.
Mamdani, in compenso, ha deciso di usare proprio la ricorrenza dell’11 settembre per mettere di nuovo sotto accusa Giuliani e la classe dirigente newyorkese repubblicana: sapevano dei fumi tossici di ground zero e non hanno avvertito soccorritori e popolazione. Questa è l’accusa, che si basa su decine di migliaia di casi di tumori e malattie croniche. Ma che viene usata come leva giustizialista per spostare l’attenzione su un nemico interno, quasi a far dimenticare chi, quella catastrofe, l’ha provocata.
Quella che ci appare oggi è una New York divisa, con una leadership estranea alla sua storia. Zohran Mamdani, nato a Kampala e americano d’adozione, aveva 9 anni nel 2001 ed è figlio di un docente ugandese della Columbia University che allora giustificava o relativizzava il terrorismo islamico, quando, nel 2004, invitava a considerare i terroristi suicidi «come una forma di violenza politica moderna, piuttosto che stigmatizzarla come un marchio di barbarie». La moglie di Mamdani, Rama Duwaji, al momento del pogrom di Hamas del 7 ottobre, approvava o rilanciava sul suo account dei post come: “Rompere le mura dell’apartheid e dell’occupazione militare. 7 ottobre 2023”.
Mamdani è stato votato dal 75% dei giovani dai 18 ai 29 anni, nati immediatamente prima o dopo l’11 settembre. E dall’81% di chi non è nato a New York, ma vi si è trasferito da meno di dieci anni. È gente che non ha memoria diretta degli eventi. Ma quale storia è stata loro tramandata? L’anello che manca alla catena della coscienza americana è proprio quello di chi deve tener viva la memoria: insegnanti, operatori dei media, opinionisti, artisti di tutte le arti. Il loro lavoro di demonizzazione delle vittime e di assoluzione dei carnefici ha avuto molto successo, evidentemente. Oggi la nuova generazione, secondo un sondaggio Gallup, non va affatto fiera di essere americana. Il dato sul patriottismo americano è il più basso (33%) da quando l’istituto di ricerca ha iniziato a misurarlo 25 anni fa.


