• LO SCENARIO

Un vescovo denuncia la tragedia della Nigeria

Monsignor Gopep, vescovo ausiliare di Minna, dipinge la drammatica situazione della Nigeria. Non solo per il dilagare della violenza, ma soprattutto per l’inazione del governo nazionale e di quelli statali, responsabili di una situazione da tempo fuori controllo. E denunciando un terribile, ma realistico sospetto...

«Non ci troviamo più solo di fronte ai terroristi di Boko Haram ma a gruppi di banditi, pastori fulani armati che fanno irruzione nelle comunità per rubare mandrie di bestiame, uccidere persone e violentare donne e anche bande di rapitori dediti a sequestri di persona a scopo di estorsioni finanziarie e materiali. In poche parole, l'attuale situazione in Nigeria è andata oltre la violenza e gli scontri a sfondo religioso. È molto di più e molto complesso. Ad esempio, i rapimenti non riguardano solo i cristiani perché anche i musulmani e i tradizionalisti africani sono vittime dei rapimenti». 

A delineare questo quadro dello stato del Paese che, con 218 milioni di abitanti, è il più popoloso dell’Africa, è monsignor Luka Sylvester Gopep, vescovo ausiliare di Minna, città capoluogo dello stato di Niger. La sua diocesi si trova nella Middle Belt, la fascia centrale dove confluiscono e convivono, da sempre scontrandosi per il controllo di territori fertili, pascoli e punti d’acqua, i nigeriani del nord, musulmani, tradizionalmente dediti alla pastorizia, e quelli del sud, cristiani e animisti, per tradizione agricoltori. 

«Nella mia diocesi – spiega monsignor Gopep in una lunga intervista rilasciata all’agenzia di stampa Fides e pubblicata il 5 agosto – ci sono 16 parrocchie che sono costantemente soggette a pesanti attacchi da parte di bande di rapitori. I banditi arrivano anche in pieno giorno, catturano intere famiglie, lasciano solo i bambini e portano via gli adulti. Quindi contattano i parenti dei rapiti per chiedere il riscatto. In alcuni casi, alcuni dei rapiti vengono uccisi mentre altri rimangono mutilati a causa delle ferocie subite nelle mani dei rapitori. Durante il periodo in cui i banditi portano via le persone, i loro figli vengono lasciati soli nelle loro case e comunità. Come Chiesa ci assumiamo il compito e la responsabilità di prenderci cura di questi bambini, fornendo loro cibo, assistenza medica e psicologica. Se il riscatto viene pagato i rapiti vengono rilasciati. Ma se non viene pagato nulla, i rapitori uccidono le loro vittime. Ad esempio, due sacerdoti dell'arcidiocesi di Kaduna sono stati uccisi dai loro rapitori. Tra le nostre donne e ragazze rapite, alcune sono state date in sposa ai rapitori, alcune violentate e altre vendute ad altre bande per schiavitù sessuale. Tra le nostre comunità alcune sono state saccheggiate dagli incessanti attacchi dei banditi. La situazione ha creato campi di profughi in diverse parti della diocesi di cui sono vescovo ausiliare. La Chiesa della diocesi di Minna ha assunto il compito di fornire assistenza umanitaria e interventi di emergenza a questo nostro popolo, indipendentemente dalla sua appartenenza religiosa».

Monsignor Gopep non solo descrive il dilagare della violenza in Nigeria, nella sua diocesi e in tutti i 36 stati della federazione. Senza mezzi termini denuncia l’inazione del governo nazionale e di quelli statali, responsabili di una situazione da tempo fuori controllo. Noi vescovi cattolici «attraverso i nostri comunicati annuali, gli incontri con i leader politici e le parti interessate, l'invio in momenti diversi di delegazioni al governo – spiega – abbiamo continuato ad ammonire delle calamità che si abbattevano sul nostro paese. In risposta, i leader nazionali e statali avevano promesso di prendere atto dei nostri avvertimenti e suggerimenti, ma non hanno mantenuto le loro promesse. Alla fine i nostri appelli sono caduti nel vuoto».

Andando oltre, monsignor Gopep dà coraggiosamente voce al sospetto, sempre più diffuso tra la popolazione, che delinquenti comuni e terroristi non solo agiscano incontrastati, ma abbiano complici tra le autorità politiche, civili e militari. «In alcuni casi sospettiamo che ci siano membri dell’esercito e della polizia che stanno colludendo con i banditi, mentre alcuni sono solidali con loro – denuncia – e alcuni (cittadini) si sono persino chiesti ad alta voce se forse alcuni funzionari del governo siano parte dei problemi di rapimento e di insicurezza che ci assediano».  

Certo è che i metodi con cui le autorità nigeriane pensano di contrastare il crimine autorizza a sospettare se non altro della loro reale determinazione. Ecco alcuni esempi. Di solito terroristi e delinquenti comuni mettono a segno attentati e rapimenti spostandosi in moto (il 20 luglio una stazione di polizia è stata attaccata da circa 300 uomini armati a bordo di motociclette). Pertanto il governo sta pensando di proibirne l’uso, provvedimento già adottato da due stati. Migliaia di nigeriani vengono rapiti a scopo di estorsione. Per scoraggiare i sequestri di persona, a maggio il senato ha approvato una legge che proibisce di pagare riscatti e prevede il carcere fino a 15 anni per chi contravviene. È attualmente in discussione alla Camera. Centinaia di studenti sono stati rapiti mentre erano a scuola in poco più di un anno.

La risposta delle autorità è chiudere le scuole nelle città e nelle regioni più a rischio. Ne sono state chiuse alcune persino nella capitale Abuja. Gli sforzi di contrasto alla delinquenza delle forze dell’ordine e militari danno risultati scarsi o nulli. Quindi i governatori di alcuni stati invitano i cittadini ad armarsi e a difendersi da soli, cosa che molte comunità hanno incominciato a fare anche senza permesso. «Abbiamo notato – osserva monsignor Gopep – che attualmente molte comunità stanno formando gruppi locali di autodifesa senza ricorrere alle autorità statali o federali. Questa è una conseguenza dell'incapacità del governo di garantire la sicurezza dei cittadini e, idealmente, è una violazione della legge. Quando le popolazioni locali formano milizie di autodifesa significa che il governo sta perdendo legittimità e controllo del monopolio della forza. Se questo continua, il paese è sulla via della disintegrazione».  

Monsignor Gopep non usa la parola corruzione, ma è sottesa, implicita. La corruzione, che indebolisce le istituzioni e persino le rende complici di atti illegali e criminali, è presente a ogni livello e in ogni ambito e fa danni enormi anche in altri settori della vita del paese, quello economico prima di tutto. La Nigeria è il primo produttore di petrolio del continente africano. Nel 2016 l’ente statale che gestisce la vendita del greggio, da cui dipendono circa due terzi degli introiti nazionali, ha “dimenticato” di versare nelle casse statali 16 miliardi di dollari. È il dato più recente disponibile sui fondi che l’ente omette di consegnare al governo. Sono aggiornati invece i dati relativi al furto di greggio che le autorità, proprio come la violenza,  non riescono, non sanno o non vogliono contrastare. Nel primo trimestre del 2022 sono arrivati ai terminali di esportazione solo 132 milioni di barili di petrolio, su 141 milioni estratti. Nove milioni di barili sono andati persi: un danno per le casse dello stato di circa un miliardo di dollari. 

Per inciso, la notizia è del 2 luglio scorso. Due giorni dopo, il 4 luglio, l’Unione Europea ha deliberato di fornire alla Nigeria 1,3 miliardi di dollari per aiutare il Paese a diversificare la sua economia. Qualcuno a Bruxelles dovrebbe leggere la denuncia di monsignor Gopep prima che la delibera dell’UE diventi attuativa.

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