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REPUBBLICA ISLAMICA

Trump vuole aiutare la rivolta iraniana, ma non dice come

"L'aiuto è in arrivo" per la rivolta in Iran contro gli ayatollah. Lo ha dichiarato ieri Trump per ben due volte. Darà seguito alla promessa? E come? Intanto imponendo sanzioni su chi fa affari con il regime. Ma anche l'opzione militare è sul tavolo.

Esteri 14_01_2026
Manifestazione di dissidenti iraniani a Londra (AP)

Trump interverrà militarmente contro il regime iraniano? La domanda diventa legittima, dal momento in cui Teheran ha passato la “linea rossa”. Alla vigilia del raid di Caracas, per prendere Maduro, Trump aveva avvertito l’Iran: «Se l'Iran spara e uccide violentemente manifestanti pacifici, come è sua abitudine, gli Stati Uniti d'America verranno in loro soccorso». Ebbene, il regime islamico sta sparando da giorni sui manifestanti pacifici e, soprattutto dall’8 gennaio, da quando ha letteralmente spento Internet, ha scatenato il massimo della forza letale, con pasdaran, paramilitari e milizie sciite arrivate dall’Iraq. Stando a tutte le fonti, anti-governative e governative, i morti sono ormai nell’ordine delle migliaia: dalle 2mila alle 12mila a seconda delle stime.

In ben due occasioni, ieri, il presidente americano ha dichiarato che “l’aiuto è in arrivo” per i dissidenti iraniani. Giornata strana, quella di ieri, per l’inquilino della Casa Bianca. Avrebbe dovuto partecipare a una riunione di gabinetto sull’Iran, assieme ai segretari alla Guerra e di Stato, ma l’appuntamento è saltato. Avrebbe potuto incontrare il principe Reza Ciro Pahlavi, aspirante futuro presidente di un Iran libero, ma ha smentito che fosse mai esistito l’appuntamento. In compenso, sia sui social che in un suo comizio a Detroit, Trump ha parlato di intervento armato in Iran come di una opzione sul tavolo, possibile e realizzabile. “Make Iran Great Again!” è lo slogan che ha lanciato agli operai della Ford, a Detroit, usando il suo stesso motto elettorale. Definisce la situazione nel paese mediorientale “molto fragile” e poi ha sollecitato gli americani che ancora si trovano in territorio iraniano a lasciare il paese.

Nella conferenza stampa sul volo di ritorno per Washington Trump ha risposto di non essere preoccupato per le ritorsioni militari minacciate da Teheran in caso di nuovi bombardamenti americani. Ha invitato a vedere i risultati della Guerra dei 12 Giorni del giugno scorso, per mostrare tutta la debolezza dell’apparato militare iraniano. Ha dichiarato di non conoscere quanti siano i morti nella repressione «Ho sentito cinque stime differenti», ma «Vedete… un morto sarebbe già troppo». Comunque esclude una ripresa dei negoziati sul nucleare con il regime di Teneran: «Ho cancellato tutti gli incontri con i funzionari iraniani, almeno finché non cesseranno le uccisioni senza senso dei manifestanti».

Le opzioni possono essere sia militari che non militari. Una misura non militare, ma commerciale, è stata annunciata ieri dal governo americano: tariffe punitive del 25% a tutti i paesi che commerciano con l’Iran. Una sanzione secondaria, dunque, che mira a colpire tutti gli eventuali complici del regime islamico. La possibilità di un attacco aereo, come a giugno, secondo quanto dichiarato ieri dalla portavoce Karoline Leavitt, è «una delle molte, molte opzioni» di intervento.

È possibile che all’interno della stessa amministrazione Usa si sia aperto un dibattito fra interventisti e isolazionisti, pro e contro l’aiuto all’insurrezione. JD Vance, il vicepresidente, sarebbe il capofila dei non-interventisti, come di consueto, considerando che era anche contrario all’intervento contro gli Houthi nello Yemen e non si è neppure presentato alla conferenza stampa del governo dopo il raid di Caracas del 3 gennaio scorso.

Da un punto di vista militare l’intervento appare ancora come un’opzione difficile. Lo schieramento di forze navali nei Caraibi, per mantenere una forte pressione sul Venezuela, drena risorse per un eventuale raid contro l’Iran. Nel Golfo Persico, gli Usa mantengono tre cacciatorpediniere lanciamissili, ma nessuna portaerei che garantisca la copertura aerea. Se nessun raid americano parte senza almeno una portaerei nelle vicinanze, la più vicina è attualmente la Uss Lincoln, che naviga nel Mar Cinese Meridionale. Le occorrerebbe una settimana per portarsi a portata dell’Iran. Si registra un rafforzamento dei contingenti americani in Iraq, da cui potrebbero partire, volendo, anche raid aviotrasportati contro la stessa Teheran. E un bombardamento dei bombardieri strategici B2, come quello di giugno, è sempre possibile, considerando che quegli aerei possono fare letteralmente il giro del mondo. Una cosa è certa: la finestra di opportunità si chiuderà a breve. Se Trump vuole veramente aiutare gli insorti iraniani, lo deve fare entro la settimana. Dopo potrebbero essere stati tutti uccisi, arrestati, intimiditi da un regime che non si fa scrupolo a usare tutta la forza letale a sua disposizione per restare al potere.



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