Stretto di Hormuz, si ricomincia a sparare
Partita l'operazione militare americana per scortare le navi sottraendole al controllo iraniano. Reazione di Teheran, colpiti gli Emirati Arabi. Washington smentisce attacco a una sua nave da guerra.
Formalmente non è una ripresa dei combattimenti, ma di certo nello Stretto di Hormuz si spara e la tensione è salita notevolmente. Ieri il presidente americano Donald Trump ha lanciato l’operazione “Project Freedom” per liberare le centinaia di navi cargo bloccate a causa della chiusura dello Stretto di Hormuz, che è ormai diventato l’epicentro della crisi tra Stati Uniti e Iran. La situazione è molto confusa, per tutta la giornata si sono rincorsi annunci da una parte e dall’altra, poi smentiti puntualmente dalla controparte. Teheran aveva parlato in mattinata di una nave da guerra americana colpita da due missili, circostanza seccamente smentita dal comando americano. Dal canto suo Washington ha annunciato il passaggio nello Stretto di due navi commerciali statunitensi, ma qui è Teheran a smentire.
Per ora di certo c’è una esplosione e l’incendio a bordo di una nave sudcoreana, ma non si sa se sia stata vittima di un attacco o se abbia urtato una mina. E soprattutto ci sono stati diversi attacchi iraniani agli Emirati Arabi: è stata colpita una petroliera appartenente alla Compagnia petrolifera di Stato, mentre un attacco di droni ha provocato un grosso incendio nella zona dell’industria petrolifera di Fujairah, terminale di un oleodotto interno; altri missili diretti sul territorio emiratino sono stati bloccati, anche grazie ai sistemi di difesa forniti da Israele. Gli Emirati ritengono l’Iran «pienamente responsabile» di questi attacchi, si legge in un comunicato, e rivendica «il pieno e legittimo diritto a rispondere a questi attacchi».
Dal canto suo il comando militare degli Stati Uniti ha annunciato di aver colpito sei piccole imbarcazioni veloci iraniane.
Anche le dichiarazioni sono indice di una escalation: Teheran afferma che nulla è cambiato e che controlla lo Stretto di Hormuz così che può transitare solo chi ha il lasciapassare iraniano, e minaccia militarmente gli Stati Uniti se cercheranno di forzare questa situazione. Minaccia ricambiata da Trump che sebbene abbia dichiarato ieri sera che «l’operazione militare in Iran sta andando molto bene», ha anche detto che l’Iran sarà spazzato via se oserà attaccare le navi americane.
L’avvio di Project Freedom è comunque il segnale di una situazione molto complicata che spinge Trump a prendere iniziative rischiose per far girare la guerra a suo favore. Il nodo di Hormuz è emerso pochi giorni dopo l’avvio degli attacchi israelo-americani all’Iran iniziati il 28 febbraio. Pochi giorni dopo, il 4 marzo, Teheran chiudeva la libera circolazione attraverso lo Stretto, pretendendo anche il pagamento di un rilevante pedaggio dalle navi – solo da Paesi non ostili – in transito. Dopo oltre un mese, il 13 aprile, Trump ordinava il contro-blocco, ovvero il divieto alle navi di entrata e uscita dai porti iraniani, sperando così di portare rapidamente al collasso l’economia iraniana. Il che però non è ancora avvenuto e Trump si trova nella scomoda posizione di trovare iniziative in grado di sbloccare la situazione.
Anche perché nel frattempo il lungo stallo nello Stretto di Hormuz rischia di provocare una emergenza umanitaria: ci sono tra le mille e le duemila navi rimaste bloccate a causa della guerra, e 20mila circa sono i marinai coinvolti, molti di questi con problemi di approvvigionamento di cibo.
Il punto è che l’iniziativa di Trump è ad alto rischio e non è affatto scontato che ottenga il risultato voluto: impegnando 15mila militari nell’operazione di apertura dello Stretto, il presidente americano aumenta il rischio di perdite umane, il che avrebbe un pesante contraccolpo in termini di politica interna. Inoltre c’è da considerare che tentare di risolvere il caso di Hormuz soltanto con l’uso della forza potrebbe avere benefici, oltretutto parziali, in un periodo di tempo circoscritto, ma è altamente improbabile che possa essere questa la strada per una soluzione definitiva.
Infine, proprio per questo motivo il prezzo da pagare alle assicurazioni per tentare l’attraversamento dello Stretto si è moltiplicato al punto che diverse compagnie si trovano in difficoltà e rinuncerebbero così al transito fino alla conclusione della guerra.
D’altra parte è molto difficile capire quale sia la reale condizione del regime degli ayatollah. Si parla sempre di dissidi interni tra radicali e pragmatici, ma intanto non si ferma la macchina della repressione. Dall’inizio della guerra sono state eseguite almeno 21 condanne a morte: nove per la partecipazione alle dimostrazioni del gennaio scorso, 10 per la presunta adesione a partiti d’opposizione, 2 per spionaggio.
Per quanto Trump abbia dichiarato che il regime iraniano si «è ammorbidito» sotto i suoi colpi, l’impressione è che invece si sia irrigidito e che, a guerra finita, possa dedicarsi con maggiore ferocia alla repressione.

