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CONTINENTE NERO

Strage in Nigeria, frutto di uno scontro di civiltà

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Vigilia di Natale, più di 140 persone sono state assassinate in Nigeria. Gli stragisti sono Fulani, nomadi e musulmani. Le vittime sono agricoltori, cristiani.

Libertà religiosa 28_12_2023
Nigeria, sfollati dai villaggi colpiti (La Presse)

Una strage ha funestato la vigilia di Natale in Nigeria. La sera del 24 dicembre uomini armati di fucili e machete hanno attaccato almeno 15, forse più di 20 villaggi uccidendo 140 persone, ferendone più di 300 e dando alle fiamme molte abitazioni prima di dileguarsi. Il bilancio delle vittime è provvisorio e sicuramente destinato ad aumentare perché tante persone risultano tuttora disperse a distanza di tre giorni. Una parte degli abitanti che erano riusciti a fuggire potrebbero essere stati inseguiti, raggiunti dagli aggressori e anch’essi uccisi. Alcuni dei villaggi sono ancora deserti, nessuno finora è tornato indietro.

È successo nel Plateau, uno degli Stati della Middle Belt, la regione centrale dove entrano in contatto, costrette a convivere, le popolazioni del nord del paese appartenenti alla grande famiglia etnica dei Fulani, di fede islamica e tradizionalmente nomadi, dediti alla pastorizia, e quelle meridionali che praticano l’agricoltura e sono per lo più cristiane. Gli scontri armati tra pastori e agricoltori, come del resto in tutta l’Africa, sono frequenti, caratterizzano nei secoli la loro storia. I pastori, in cerca di pascoli e punti d’acqua per le loro mandrie, invadono le terre coltivate e compiono razzie di bestiame e raccolti. Gli agricoltori si difendono e se riescono contrattaccano, ma, soprattutto negli ultimi anni, spesso soccombono perché i Fulani sono meglio armati e addestrati a combattere. In Nigeria però, ai fattori che oppongono le etnie per il controllo di risorse vitali, si aggiunge come elemento ulteriore di scontro l’appartenenza religiosa: divisiva tanto più da quando negli ultimi decenni l’integralismo islamico ha fatto proseliti nel continente e i governi africani hanno permesso che gruppi jihadisti affiliati ad Al Qaeda e all’Isis si costituissero e insediassero, minacciando territori sempre più estesi.

Sebbene non vi siano state rivendicazioni, si ritiene che gli autori della strage siano appunto una o più bande di pastori nomadi e siccome Bokkos e Barkin-Ladi, le aree colpite, sono abitate in prevalenza da cristiani, le vittime sono in gran parte se non tutte cristiane. «Gli attacchi sono stati ben coordinati – ha dichiarato Monday Kassah, il presidente ad interim dell’area governativa di Bokkos dove sono già stati ricuperati 113 cadaveri – è l’episodio di violenza più cruento dal 2018 quando più di 200 persone furono uccise». Allora però c’erano stati morti da entrambe le parti. I Fulani avevano attaccato di notte diversi villaggi, cogliendo gli abitanti nel sonno. Nei giorni successivi i superstiti avevano istituito dei posti di blocco uccidendo chiunque fosse sospettato di essere di etnia Fulani e musulmano.

Il governatore dello stato di Plateau, Caleb Mutfwang, ha confermato l’elevato numero di morti. Ha aggiunto che i danni materiali sono ingenti perché sono state bruciate case, automobili e motociclette. È un inaccettabile caso di «violenza insensata e immotivata», ha dichiarato. Il presidente della repubblica Bola Tinubu ha definito gli attacchi «primitivi e crudeli», ha incaricato le forze di sicurezza di «perlustrare ogni tratto della regione, rintracciare i colpevoli e arrestarli» perché quanto è accaduto non deve assolutamente restare impunito. Inoltre ha ordinato la «mobilitazione immediata dei soccorsi per i sopravvissuti e una pronta assistenza medica per i feriti».

I vertici dell’esercito hanno affermato di aver avviato “operazioni di bonifica” alla ricerca di persone sospette, con la collaborazione di altre agenzie di sicurezza. Abdullsalam Abubakar, che comanda l’operazione di intervento speciale dell’esercito nel Plateau e negli stati vicini, ha detto che le sue forze “non si fermeranno” finché non troveranno i responsabili. Sono però le stesse dichiarazioni di sempre, ogni volta che un episodio di violenza particolarmente grave colpisce il paese. La soluzione dei problemi di sicurezza – il jihad, la violenza comune, i sequestri di persona… che i suoi predecessori non erano riusciti o non si erano curati di affrontare – era stata una delle promesse, delle priorità del presidente Tinubu, in carica dallo scorso maggio, durante la campagna elettorale. «Ma ancora deve spiegare come intende affrontare la questione», dicono i suoi avversari.

I sopravvissuti alla strage sostengono che ci sono volute più di 12 ore prima che le forze di sicurezza rispondessero alla loro richiesta di aiuto. Tutto è iniziato alle 18.00 del 24 dicembre, ma i primi soccorsi sono arrivati solo alle 7 del mattino dopo. In effetti quella della lentezza degli interventi da parte di esercito e polizia è una delle costanti che la popolazione esasperata e terrorizzata denuncia da sempre: che si tratti di Boko Haram e Iswap, i gruppi jihadisti del nord est, delle bande armate che sequestrano a scopo di estorsione intere scolaresche e persino, nel 2022, un treno sulla linea ferroviaria che collega la capitale Abuja a Kaduna, capitale dell’omonimo stato, dei Fulani nella Middle Belt, e al sud dei secessionisti Igbo.

Adesso poi alcuni esperti e molti politici nigeriani dicono che la conflittualità etnica e l’intolleranza religiosa sono esacerbate dal cambiamento climatico. Il nord della Nigeria è sempre più arido e soggetto a siccità e inondazioni e quindi i pastori si spingono sempre più a sud. Così scaricano su presunti, inconsueti e imprevedibili eventi atmosferici la causa di tanta violenza. Invece i pastori nomadi si spingono a sud perché si sono moltiplicati, e i capi di bestiame con loro, mentre gli agricoltori del sud, cresciuti di numero anch’essi, bonificano e coltivano sempre più terre. La verità è che il paese primo produttore di petrolio e prima economia del continente africano, dall’indipendenza, ottenuta nel 1960, è stata ostaggio di dittature fino al 2000 e poi di governi eletti, ma altrettanto corrotti e irresponsabili. Nessuno ha seriamente pensato di attuare le politiche economiche e sociali indispensabili a governare una popolazione in crescita – ormai oltre 226 milioni – che da straordinaria, preziosa, invidiabile risorsa si è trasformata in fattore di conflitto