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IL CASO EMILIANO

Sinistra boicotta l’autonomia, ma se le fa comodo...

Autonomia regionale? Solo se fa comodo. Il presidente pugliese Emiliano da un lato auspica il ritiro del Ddl Calderoli sull'autonomia regionale, ma dall'altro fa approvare dal consiglio una legge per garantire dieci mesi di stipendio ai consiglieri in caso di fine anticipata della legislatura e stoppare così la corsa del suo rivale Decaro. 

Politica 05_01_2023

Autonomia regionale? Solo se fa comodo. Potremmo sintetizzare così il pensiero dei partiti di sinistra e di alcuni governatori che remano contro qualsiasi riforma autonomista, salvo poi decidere per conto loro su questioni che riguardano i propri privilegi. Il tema della casta che tende ad autoperpetuarsi è spesso trasversale agli schieramenti, ma in questo caso riguarda soprattutto il sud e la sinistra.

In varie circostanze il governatore campano di sinistra, Vincenzo De Luca aveva tuonato contro le regioni del nord e denunciato le presunte sperequazioni nei trasferimenti statali che - a suo dire - penalizzerebbero la Campania, anche e soprattutto in ambito sanitario.

Nelle ultime ore a impallinare il progetto autonomista del governo in carica ha pensato il Presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, del Pd, che ha auspicato il ritiro del disegno di legge presentato dal ministro degli affari regionali Roberto Calderoli sull’autonomia differenziata, definito un vero e proprio atto ostile.

Il diretto interessato, però, non le manda a dire e annuncia addirittura querele. «Se mi capiterà di leggere ancora frasi offensive e calunniose nei confronti del mio lavoro da ministro - ha tuonato Calderoli - frasi come queste sullo spacca-Italia, allora sarò costretto a procedere alle vie legali». In realtà il ministro ce l’ha anche con alcune testate giornalistiche, che avrebbero usato epiteti infelici per citare il suo disegno di legge.

Ma i nodi sono altri. Anzitutto il goffo tentativo di settori della sinistra di usare l’autonomia come grimaldello per scardinare gli equilibri di maggioranza e allargare il solco tra Fratelli d’Italia e Lega. Quest’ultima sull’autonomia si gioca una buona fetta di credibilità e di elettorato, mentre il partito della Meloni, avendo un radicamento al sud, frena su alcuni punti del testo presentato da Calderoli, e pare avere anche l’appoggio di Forza Italia, che non vuole darla vinta al Carroccio. E la sinistra, che è divisa praticamente su tutto, dalla politica estera al lavoro, dal reddito di cittadinanza al fisco, cerca di ricompattarsi proprio sull’autonomia differenziata, provando ad affossarla.

Il secondo nodo da sciogliere riguarda l’effettiva coerenza dei governatori, che da una parte puntano i piedi per far naufragare ogni disegno autonomista e di redistribuzione delle risorse tra centro e periferia, e dall’altra forzano la mano con provvedimenti discutibili e che appaiono esclusivamente funzionali alla perpetuazione dei privilegi della cosiddetta casta.

Un esempio in tal senso arriva dalla Puglia, dove i consiglieri regionali si sono fatti davvero un bel regalo sotto l’albero di Natale, approvando, tra il 20 e il 21 dicembre, un emendamento alla legge di bilancio regionale che garantisce loro la permanenza sulle poltrone e dunque il salario da circa 10.000 euro al mese, nel caso in cui la legislatura regionale dovesse interrompersi prima della fine naturale, prevista nel 2025. Dieci mesi e dieci stipendi in più anche se l’attuale governatore dovesse dimettersi, magari l’anno prossimo per candidarsi alle elezioni europee o per assumere altri ruoli.

La nuova legge è stata approvata a scrutinio segreto da quasi tutti i consiglieri presenti in aula, che evidentemente non hanno ritenuto opportuno metterci la faccia e non hanno mostrato coraggio nell’ammettere agli occhi dei cittadini di volersi assicurare quel lauto stipendio prolungando artificialmente la durata della legislatura in caso di scioglimento anticipato dell’assemblea regionale a seguito di eventuali dimissioni del Presidente Emiliano. Questa decisione altamente impopolare e quasi offensiva nei riguardi dei cittadini pugliesi potrebbe avere un movente tutto interno alla sinistra perché rischierebbe di danneggiare Antonio Decaro, attuale sindaco di Bari, considerato il successore naturale di Emiliano alla guida della Regione.

Il suo mandato alla guida del capoluogo pugliese scadrà a maggio 2024, circa un anno prima delle nuove elezioni regionali. Qualora però anche Emiliano decidesse di lasciare la sua carica in quel periodo, non ci sarebbero normali elezioni (che Decaro auspica) bensì la prosecuzione per altri 7 mesi (più 3 di campagna elettorale) dell’attuale consiliatura con un presidente reggente. Il che metterebbe “in naftalina” il candidato in pectore Decaro, facendogli probabilmente perdere il passo giusto verso la conquista della poltrona di governatore. Regolamenti di conti interni alla sinistra che si scaricano sul bilancio regionale, a spese di tutti i cittadini. E questo solo in Puglia, con un consiglio regionale che dunque si comporta come se fosse una Repubblica a sé, senza uniformarsi alle altre regioni, nessuna delle quali si era mai sognata di approvare una legge simile.

Quindi una qualche forma di autonomia torna utile ad alcune regioni per fare strappi di questo tipo rispetto al buon senso e alla pubblica decenza, mentre viene osteggiata in modo ideologico e pregiudiziale se prevede meccanismi di redistribuzione della ricchezza che si rendono necessari per combattere retaggi di assistenzialismo e parassitismo.

Intanto M5s e Pd, su base nazionale, chiedono a Calderoli di ritirare il testo e addirittura lo accusano di secessionismo. La vexata quaestio sulla quale rischia di impantanarsi il confronto istituzionale sull’autonomia differenziata riguarda la definizione dei livelli essenziali di prestazione (lep), ma il conflitto, oltre che territoriale, è anche politico. La sinistra vede l’autonomia differenziata come l’ultimo baluardo per frenare l’emorragia di voti, soprattutto al sud. Dunque farà le barricate, sia a livello nazionale che regionale. Difficile, quindi, ipotizzare un cammino agevole per il disegno di legge Calderoli, nonostante l’ampia maggioranza di centrodestra in Parlamento e l’alto numero di governatori di quella parte politica.