Satana non pervenuto, L'Osservatore Romano travisa la Genesi
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Sulle pagine di Donne, Chiesa, mondo (mensile legato al quotidiano vaticano) Marinella Perroni si lancia in una singolare esegesi del primo libro biblico e inciampa nel serpente antico. Il diavolo forse non c'è, la priorità è sradicare la «visione patriarcale della differenza sessuale».
L’occhiello di un articolo così suona: «Nella Genesi non c’è, alle origini di un equivoco», poi poco sotto il titolo incalza: «Il serpente, la donna e il frutto. E Satana?». Posta così la domanda, Dio sa quale sarà la risposta, in realtà mai formulata in modo chiaro da Marinella Perroni, che firma l’articolo in Donne Chiesa Mondo - Il Diavolo in noi - Mensile dell’Osservatore Romano, n. 157, luglio 2026 (qui). Al netto di che cosa significa voler essere come Dio, della questione femminile e della deriva del testo genesiaco «tutto ricondotto al sesso» a causa della «visione patriarcale della differenza sessuale», concentriamoci sulla domanda decisiva: il serpente è o non è il diavolo?
Al riguardo l’articolo ha dei passaggi molto chiari: a) «I protagonisti della storia sono (...) un serpente (...), una donna (...) e un frutto», per cui nel racconto del peccato originale «non c’è nessun diavolo»; b) a partire dal VI secolo e da una speculazione sugli spiriti sovrumani «il diavolo farà la sua apparizione come entità a sé stante: “per l’invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo e ne fanno esperienza coloro che le appartengono” (Sap 2,24)»; c) di conseguenza «i tre protagonisti del racconto genesiaco, il serpente, la donna, il frutto, diventeranno il diavolo, le donne, il peccato».
Immediatamente viene da domandarsi: che cosa significa “diventeranno”? che c’è stato un progresso nella rivelazione o che siamo stati noi a identificare il serpente con il diavolo?
In realtà la questione è complessa, come si evince dalla nota a Gen 3,1 della Bibbia di Gerusalemme, la quale ammette una lettura “umana” del racconto e cioè che l’intervento di un animale tentatore «è solo un modo per suggerire che l’uomo e la donna debbono incolpare solo se stessi della trasgressione» e che il dialogo tra Eva e il serpente sarebbe in realtà «ciò che è il risultato di un processo umano: l’attrattiva del frutto proibito porta alla trasgressione». Ma prima di questo, la nota precisa che «la tradizione sapienziale, poi il NT e tutta la tradizione cristiana [nel serpente] hanno riconosciuto l’avversario (o tentatore), il diavolo».
L’unione di questi due criteri significa che certo nella Scrittura bisogna partire dal senso letterale, ma «nella tradizione vivente di tutta la Chiesa» (CCC 113) e restando attenti «all’analogia della fede», cioè alla «coesione delle verità della fede tra loro e nella totalità del progetto della Rivelazione» (CCC 114). Altrimenti detto, sono possibili tutte le interpretazioni che si vogliono dal punto di vista letterale, ma in un testo bisogna anche accogliere le fasi storiche successive della rivelazione e il suo rapporto con l’insieme del mistero cristiano: questi elementi sono determinanti per la sua comprensione e non si può elaborare una teologia e una pastorale senza tenerne conto, come sembra suggerire l’articolo in questione.
Prima però di rivolgersi alla Bibbia e alla tradizione cristiana, sarà utile guardare fuori della Bibbia, ad esempio all’Epopea di Ghilgamesh, che era un patrimonio comune diffuso in Medio Oriente più o meno dal tempo dei patriarchi e che conteneva già il racconto del diluvio con Noè – sotto il nome di Utnapištim – e un serpente che alla fine guastava tutto. Ghilgamesh con un viaggio ultramondano trovò una pianta «che ridà a un uomo la gioventù perduta» (VI), nonostante ne fosse stato dissuaso da una divinità inferiore che gli disse: «Non troverai mai la vita che cerchi. Quando gli dèi crearono l’uomo, gli diedero in fato la morte, ma tennero la vita per sé» (IV). Tornato però nel nostro mondo, vide un pozzo di acqua fresca e vi scese a bagnarsi, lasciando evidentemente a riva l’albero della vita, «ma nel profondo dello stagno giaceva un serpente, e il serpente sentì la dolcezza del fiore. Esso uscì dall’acqua e lo ghermì e subito si spogliò della pelle e ritornò nel pozzo. Allora Ghilgamesh si sedette e pianse» (VI). Ora l’autore biblico ha preso l’immagine del serpente, ma l’ha profondamente modificata: il serpente non è uno che ruba l’albero della vita in concorrenza all’uomo, ma è un suo interlocutore ingannevole proprio quanto al rapporto con Dio. Tenendo conto di questa modifica, è così semplice dire che si trattava solo di un serpente?
Torniamo alla Bibbia e alla tradizione cristiana per comprendere che l’affermazione “non c’è nessun diavolo” nel racconto genesiaco in una lettura cristiana è inopportuna e deviante e non vera. Non c’è bisogno di elencare tutti i testi che parlano dell’esistenza del demonio, piuttosto è preferibile verificare che a diversi livelli vi sono testi e prassi che si riallacciano al racconto genesiaco come a loro fondamento, per cui, se non si ammette che il serpente è veramente il diavolo, cadono i testi e le prassi.
A livello della Scrittura, già è stata citata Sap 2,24. Gesù nei testi della tradizione giovannea dice che colui che pecca «viene dal diavolo, perché da principio il diavolo è peccatore» (1Gv 3,8), perché era «omicida fin da principio e non stava saldo nella verità» (Gv 8,44): i due testi legano il peccato a un inizio del peccato e al demonio, ma se nel primo peccato il serpente era solo un serpente, le parole di Gesù non hanno senso. L’Apocalisse poi per due volte nomina il demonio come drago e serpente antico (cf. Ap 12,9; 20,2): ma questo serpente “antico” non può essere che quello di Gen 3,1-5 e, se non è un diavolo, l’Apocalisse si basa sul nulla.
A livello del Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC) il discorso è più complesso e approfondito. Quando dopo la creazione il CCC tratta del posizionamento delle creature verso Dio, mette in scena non solo l’uomo e la donna, ma anche gli angeli e i demoni che li hanno preceduti e cita il Concilio Lateranense IV del 1215: «Il diavolo e gli altri demoni sono stati creati da Dio naturalmente buoni, ma da se stessi si sono trasformati in malvagi. L’uomo poi ha peccato per suggestione del demonio» (DH 800; CCC 391); parla poi del «peccato degli angeli» (CCC 392, cf. 2Pt 2,4) e della loro «nefasta influenza» sull’opera della salvezza, nonché del fatto che l’azione più grave di questa nefasta influenza «è stata la seduzione menzognera che ha indotto l’uomo a disobbedire a Dio» (CCC 394). In senso più esplicito, «dietro la scelta disobbediente dei nostri progenitori c’è una voce seduttrice, che si oppone a Dio (...). La Scrittura e la Tradizione della Chiesa vedono in questo essere un angelo caduto, chiamato Satana o diavolo» (CCC 391), il quale, «in conseguenza del peccato dei progenitori, ha acquisito un certo dominio sull’uomo» (CCC 407). Tutte affermazioni che si riallacciano come a loro fondamento al serpente/diavolo degli inizi, ma se questo è solo un serpente, tutte le affermazioni sono fasulle.
Inoltre «Satana tenta [Gesù] tre volte» e Gesù «respinge tali assalti che ricapitolano le tentazioni di Adamo nel Paradiso» (CCC 538): ma se il serpente era solo un serpente, questo parallelismo non ha più senso. Anche quando tratta del peccato di invidia, il CCC osserva che «è per l’invidia del diavolo che la morte è entrata nel mondo» (2538), ciò che ripete nel commento al Padre nostro: «è a causa sua [del demonio] che il peccato e la morte sono entrati nel mondo» (CCC 2852), sempre presupponendo che il serpente fosse veramente il diavolo, altrimenti le affermazioni si basano solo su di un’immagine senza realtà.
A livello di esorcismi per due volte il demonio da scacciare è nominato “serpente antico”. Rivolgendosi a Dio, l’esorcista così prega: «Ascolta, Dio misericordioso, la preghiera della beata Vergine Maria: il Figlio Gesù, morendo sulla croce, ha schiacciato il capo dell’antico serpente» (Rito degli Esorcismi, Formula invocativa, n. 61). Rivolgendosi invece direttamente al demonio, l’esorcista comanda: «Ti ordino, serpente maledetto: nel nome del Signore nostro Gesù Cristo abbandona questa creatura di Dio» (ivi, Formula imperativa, n. 84). Va precisato che in questo secondo caso il termine “serpente” è attribuibile alla traduzione italiana, in quanto il testo tipico latino ha “draco / drago”, tuttavia “serpente” è legittimo in quanto, come già visto, Ap 12,9 e 20,2 identificano drago e serpente antico. Ma se il serpente “antico” non può che essere quello di Gen 3,1-5 e se lì, come spiega l’articolo, “non c’è nessun diavolo”, l’esorcismo che cosa scaccia? un serpente che adesso non c’è? un’immagine? un genere letterario? Via, siamo seri...
Quand’ero giovane, gasato dal “pregare la Parola” e dalla consapevolezza che la Chiesa era tornata alla Bibbia - in realtà si prega Dio attraverso la Parola e la Chiesa non si era mai allontanata dalla Bibbia -, rimasi sconcertato da un testo di Giordano da Pisa († 1311), il quale - lo rendo in italiano corrente -, riguardo al suo ministero della predicazione, così diceva ai fedeli: «io scopro la cisterna [delle Scritture] per avere dell’acqua, ma poi la ricopro in modo che voi non ci caschiate dentro, cioè tralascio di dirvi le cose sottili e profonde, perché tanto non le capireste» (citato in R. Rusconi, Predicazione e vita religiosa nella società italiana. Loescher, Torino 1981, p. 157). Adesso che sono vecchio, ritengo che avesse ragione e, a leggere l’articolo citato all’inizio, non solo si rischia di non capire, ma di cadere in errore.
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