Santa Gemma e l’aiuto dell’Angelo custode
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La grande mistica lucchese, che soffrì le pene della Passione di Gesù, godette a lungo della compagnia visibile del suo angelo custode, che la consolava, la consigliava e talvolta la rimproverava. Vediamo qualche esempio, tratto dai suoi scritti, di questo rapporto speciale.
Sulla scorta delle Sacre Scritture e della Tradizione, il Catechismo della Chiesa Cattolica ricorda che l’esistenza degli angeli, esseri spirituali incorporei, è una verità di fede (CCC 328) e che la nostra vita terrena «è circondata dalla loro protezione e dalla loro intercessione» (CCC 336). Allo stesso tempo, chiaramente, gli uomini manteniamo la libertà di seguirne o meno le ispirazioni, le quali sono tutte rivolte a farci guadagnare la salvezza eterna e adempiere il più possibile il progetto di Dio su di noi.
Lo sapeva bene la santa di cui oggi ricorre la memoria liturgica, Gemma Galgani (1878-1903), che da quando aveva 16 anni ebbe la grazia particolare di vedere il proprio angelo custode: una grazia, quella dell’assistenza angelica non solo invisibile ma anche visibile, che incontriamo nelle vite di diversi altri santi. La frequente compagnia dell’angelo custode di cui godette Gemma era un segno della misericordia divina verso questa anima prediletta, che visse in modo speciale la spiritualità passionista, condividendo quanto provato da Gesù nella sua Passione: la santa sperimentò infatti misticamente il sudore di sangue, la flagellazione, la coronazione di spine, la crocifissione. L’8 giugno 1899 ricevette le stimmate – riconosciute autentiche dalla Chiesa – che si riaprivano ogni settimana alla sera del giovedì e si richiudevano dopo le tre del venerdì pomeriggio.
Ma come l’assisteva visibilmente il suo angelo custode? In svariati modi, di cui vi è ampia traccia in quei tesori che sono l’autobiografia e il diario che la santa scrisse – malgrado la sua ripugnanza a ciò, data la sua umiltà – in obbedienza al suo direttore spirituale, padre Germano di San Stanislao, un passionista, al secolo Vincenzo Ruoppolo (1850-1909), proclamato venerabile da san Giovanni Paolo II. «Babbo mio», lo chiamava Gemma, che all’inizio dell’autobiografia, scritta in forma di lettera a padre Germano, rivela di aver avuto istruzioni anche dall’angelo custode del proprio confessore: «Stia a sentire: io avevo proprio nell’idea di fare la mia confessione generale dei peccati senza aggiungerci altro, ma l’Angelo Suo mi ha rimproverato, dicendomi che obbedisca e faccia come un compendio di tutto ciò che mi è accaduto nella vita, buono e cattivo».
Nel prosieguo dello scritto autobiografico, santa Gemma ripercorre appunto le tappe più importanti della sua vita e spesso leggiamo di come il suo angelo custode la consigli, la consoli e anche la rimproveri ogni qual volta fa qualcosa di sgradito a Dio. Il tutto sempre con il fine di correggerla ed elevarla alla perfezione della vita cristiana. Gemma racconta ad esempio che un giorno, con suo padre ancora in vita, le era stato regalato un orologio d’oro con la catena, che suscitò la sua vanità. Al ritorno a casa, un angelo, che in seguito riconoscerà essere il proprio angelo custode, le disse: «Ricordati che i monili preziosi che abbellano una sposa di un Re Crocifisso, altri non possono essere che le spine e la croce». Poco dopo quelle parole, che di primo acchito le fecero paura, formulò questo proposito: «Propongo per amor di Gesù, e per piacere a Lui, di non portare più, e neppure parlare più di cose che sanno di vanità».
In Gemma crebbe il desiderio di soffrire per amore di Gesù e aiutarlo. Un giorno del 1896, dopo essere stata sgridata dal padre che da due mattine le impediva di andare a Messa, si rifugiò nella sua camera sfogando il proprio dolore con il Signore. E gli disse queste precise parole, poi ricordatele dall’angelo custode al momento di scrivere l’autobiografia: «Ti vo' seguire a costo di qualsiasi dolore, e ti vo' seguire fervorosamente; no, Gesù, non vo' più darti nausea con operare tepidamente, come ho fatto fino a ora: sarebbe venire da te e recarti disgusto. Dunque propongo: Orazione più devota, Comunione più frequente. Gesù, io voglio patire e patire tanto per te. La preghiera sempre sulle labbra. Cade spesso colui che spesso propone: che sarà di quello che propone di rado?».
I consigli dell’angelo custode toccavano ogni aspetto della vita spirituale di Gemma, in termini molto pratici. Si veda ad esempio quanto scrive la grande mistica lucchese a proposito della Settimana Santa del 1899. «L’Angelo Custode, dal momento che mi alzai [era Mercoledì Santo, ndr], cominciò a farmi da maestro e guida: mi riprendeva ogni volta che avessi fatto qualche cosa di male, m'insegnava a parlar poco e solo quando venivo interrogata. Una volta che quelli di casa parlavano di una persona e non ne dicevano tanto bene, io volli metterci bocca, e l'Angelo bello forte mi fece un gran rimprovero. M'insegnava a tener gli occhi bassi, e fino in Chiesa bello forte mi rimproverava, dicendomi: “Si sta così alla presenza di Dio?”. E altre volte mi gridava in questo modo: “Se tu non sei buona, io non mi farò più vedere da te”. M'insegnò più volte come dovessi stare alla presenza di Dio: ad adorarlo nella sua infinita bontà, nella sua infinita maestà, nella sua misericordia e in tutti i suoi attributi».
Leggiamo poi che il suo angelo custode pregava con Gemma e insieme, di Venerdì Santo, compativano Gesù e Maria nei loro dolori; la esortava a non nascondere nulla in Confessione e, ancora, a chiedere al confessore il permesso prima di iniziare nuove penitenze, così da unire la retta intenzione di soffrire qualcosa per Cristo all’obbedienza.
Tra i tanti altri esempi edificanti che si potrebbero citare, ci sono i suffragi per le anime del Purgatorio. L’angelo custode invitava Gemma ad avere una grande pietà per loro, così da aiutarle ad accedere il prima possibile alla visione di Dio. Basti questo episodio di cui si legge, stavolta, nel diario. 6 agosto 1900: la santa va a letto dopo aver terminato le preghiere. Il suo angelo le riappare e le chiede: «Quanto tempo è che non hai pregato per l’anime del Purgatorio? O figlia mia, ci pensi così poco!». E quindi le ricorda le sofferenze di Madre Maria Teresa di Gesù Bambino, una monaca passionista defunta, per la quale il Signore stesso le aveva in precedenza chiesto preghiere, così da liberarla dalle pene del Purgatorio (ne sarà liberata, volando in Paradiso, nella notte tra il 18 e il 19 agosto dello stesso anno, come scrive santa Gemma). Ma tornando a quel 6 agosto, da quanto tempo la santa non pregava per le anime purganti? Rivela lei: «Era dalla mattina che non avevo pregato per loro. [L’angelo] Mi disse che avrebbe piacere che ogni cosetta piccola che soffro, la regalassi alle anime del Purgatorio. “Ogni piccola pena, loro le solleva”». La bellezza della comunione dei santi.
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