Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
Natività di san Giovanni Battista a cura di Ermes Dovico
CALIFORNIA

Salvano bambini dall’aborto: rischiano multe da 20 milioni di dollari

Ascolta la versione audio dell'articolo

Inizia oggi il processo intentato dal procuratore generale della California contro due organizzazioni pro vita che salvano bambini invertendo la procedura dell’aborto farmacologico. Un caso giudiziario che rischia di stabilire un precedente pericoloso.

Vita e bioetica 24_06_2026

Obbligate ad abortire. Fuor di cavilli giuridici, è questo che lo Stato della California sta cercando di ottenere con la causa intentata dal procuratore generale Rob Bonta, democratico, contro due organizzazioni pro vita – Heartbeat International e Real Options – che offrono alle donne, tra le varie alternative a difesa dei nascituri, una specifica possibilità: l’inversione della procedura dell’aborto farmacologico. Bonta, democratico, chiede al tribunale di infliggere sanzioni pari nel complesso a oltre 20 milioni di dollari. Più di preciso: 19,86 milioni per Hearbeat International, 640 mila dollari per Real Options. Sanzioni che se dovessero essere effettivamente inflitte potrebbero portare al fallimento delle due organizzazioni, entrambe senza scopo di lucro, che vivono di libere donazioni.

Il processo inizia oggi, 24 giugno, davanti al giudice Patrick McKinney, presso la Corte superiore della contea di Alameda. La causa è stata presentata già nel settembre 2023 dal procuratore Bonta, che fa leva sulla legge statale sulla pubblicità ingannevole e su quella sulla concorrenza sleale. Ma per la Thomas More Society, che difende le due organizzazioni pro vita, si tratta di accuse strumentali, a partire dal fatto che quelle leggi si applicano solo alla comunicazione commerciale, come ammette lo stesso procuratore della California, mentre Hearbeat International e Real Options sono mosse da un’ispirazione cristiana e aiutano le donne che chiedono aiuto senza domandare loro alcun compenso.

Il cavillo è che lo Stato considera “comunicazione commerciale” le testimonianze e in generale tutte le storie di successo che le due organizzazioni pro vita divulgano nei loro appelli rivolti ai potenziali donatori. La Thomas More Society (TMS) osserva che se il tribunale riconoscesse la natura non commerciale della comunicazione sulla suddetta procedura di inversione il caso sarebbe chiuso. Al contrario, rischia di tramutarsi in un precedente estremamente pericoloso. Questa controversia giudiziaria in California va infatti oltre il singolo caso, perché potrebbe intaccare la libertà di espressione di tutte le organizzazioni ispirate dalla fede e pro vita della nazione, nonché in generale delle organizzazioni non-profit.

Ma in cosa consiste la procedura di inversione dell’aborto farmacologico? Intanto, va ricordato che questo si fonda solitamente sull’assunzione di due pillole. La prima, a base di mifepristone (Ru486), ha l’effetto di bloccare i recettori del progesterone nella donna, in particolare nell’utero, privando l’embrione del nutrimento necessario alla sua sopravvivenza, cioè letteralmente affamandolo. La seconda, il misoprostolo, serve a causare contrazioni uterine, così da espellere l’embrione. Ma se non si assume la seconda pillola e si interviene in tempo con somministrazioni di progesterone (sono stati riscontrati buoni risultati entro le prime 72 ore dalla prima pillola, meglio ancora entro il primo giorno), ci sono discrete possibilità di salvare il bambino, perché proprio il progesterone agisce come un antidoto, funzionale a ‘riattivare’ il nutrimento dello stesso bambino nel grembo.

Di certo, si tratta di una questione medica ad oggi dibattuta. Da un lato, l’efficacia di questa procedura può contare, come sintetizza la TMS, «su studi sottoposti a revisione tra pari, sulla scienza di base e sulla posizione dei professionisti dell’ostetricia, tra cui oltre 10.000 membri di associazioni professionali come l’Associazione americana dei ginecologi e ostetrici pro vita [AAPLOG, nell’acronimo in inglese]». Ma il fronte associativo abortista, con in testa il Collegio americano di ostetrici e ginecologi (ACOG), scredita questo metodo, sostenendo che non sia sicuro e che perpetui lo «stigma» verso le donne che abortiscono.

La realtà dice che solo negli Stati Uniti sono migliaia i bambini salvati attraverso questa procedura, alla quale sono le stesse donne – pentite di aver preso la prima pillola abortiva, che non di rado assumono dietro costrizione di uomini irresponsabili – a ricorrere volontariamente. A proposito vanno notati due fatti importanti. Primo, il procuratore generale non afferma che l’inversione dell’aborto farmacologico sia illegale, piuttosto prende di mira – come accennato – la comunicazione delle due organizzazioni pro vita e chiede fino a 5.000 dollari di multa per ogni donna che le ha contattate. Una richiesta spropositata. Secondo punto, anche più importante: a quasi tre anni dall’inizio della causa lo Stato della California non è riuscito a fornire nemmeno una denuncia concreta, nella fattispecie non dispone cioè di nessuna prova contro i due gruppi pro vita. «A seguito delle indagini preliminari e di un’approfondita fase istruttoria, lo Stato – scrive la TMS – non ha individuato una sola donna che affermi di aver subito danni, di essere stata fuorviata o anche solo insoddisfatta. Ciò che questo caso ha invece rivelato sono madri felici».

In breve, la democratica California sta cercando di silenziare delle organizzazioni benefiche che la pensano diversamente da chi è al governo nello Stato, puntando al loro fallimento. E sta cercando di farlo contro le proprie stesse leggi, perché anche il Reproductive Privacy Act (la legge che regola l’aborto nella California) sulla carta protegge chi aiuta una donna incinta a esercitare i propri diritti, compreso evidentemente il diritto (naturale) a portare avanti la gravidanza. Ma come avviene da noi in Italia e ad ogni altra latitudine, quando si parla di gravidanza l’unico “diritto” che l’ideologia abortista riconosce è quello a sopprimere la persona umana dentro il grembo materno.



DATI INCORAGGIANTI

RU486, il progesterone può annullarne gli effetti. Uno studio conferma

26_08_2023 Ermes Dovico

Uno studio su ratti, pubblicato su Scientific Reports, mostra un’efficacia del progesterone pari all’81% nell’invertire gli effetti abortivi del mifepristone, salvando quindi la gravidanza. Una pratica che si va diffondendo grazie a una rete di medici pro vita.

L'INTERVISTA

Puccetti: "L'antidoto alla RU 486 possibile anche in Italia"

02_12_2018 Ermes Dovico

"Qualsiasi medico in possesso del ricettario regionale potrebbe prescrivere le iniezioni o le compresse di progesterone a carico del Sistema Sanitario pubblico per contrastare l'azione della RU 486 e interrompere l'aborto". Renzo Puccetti spiega alla NuovaBQ che pur non esistendo in Italia una Abortion Pill Rescue, basata su un protocollo che prevede la somministrazione di progesterone per capovolgere gli effetti della pillola abortiva e mantenere quindi la gravidanza, ogni medico potrebbe fare questa prescrizione salvavita.

LA STORIA

Pillola abortiva "fa cilecca", la vita vince sulla RU-486

14_01_2018 Ermes Dovico

Una donna del Michigan si reca in clinica per abortire con la pillola RU-486, ma dopo una settimana il feto è ancora vivo. Così decide di portare a termine la gravidanza contro il parere dei medici e vince: da una gravidanza rifiutata e poi accolta nasce l'esperienza delle cliniche che aiutano le donne a contrastare gli effetti di quello che Lejeune chiamava il pesticida umano.