«Roma svincolo del destino del Libano, ma Hezbollah non entri in conflitto»
Ascolta la versione audio dell'articolo
«I negoziati di Roma in corso nonostante la nuova escalation in Iran suggerisce che Washington intende tenere la questione libanese separata dai conflitti regionali più ampi. Ma Hezbollah non deve farsi trascinare nel conflitto». Intervista al politologo Edmond Chammas.
Inizialmente previsto il 15 e 16 luglio, si è aperto ieri, martedì 14, presso l'ambasciata americana di Roma un nuovo tavolo diplomatico tra Libano e Israele con il coinvolgimento attivo degli Stati Uniti. Dalla sessione precedente, tenutasi a Washington il 25 e 26 giugno scorsi, è scaturito un «accordo quadro tripartito» che avrebbe dovuto portare la pace nel Paese dei Cedri - rimasto sostanzialmente sulla carta.
La decisione di spostare la sede dei negoziati a Roma, confermata solo all'ultimo momento, genera una serie di interrogativi circa le alleanze degli Stati Uniti nello scacchiere mediorientale, soprattutto con la ripresa del conflitto tra USA e Iran. La Nuova Bussola Quotidiana ha chiesto una lettura di questi ultimi fatti ad Edmond Chammas, ingegnere, imprenditore ed analista economico e geopolitico libanese esperto di Libano e medioriente.
Dottor Chammas, per la prima volta il negoziato tra Israele e Libano si svolge a Roma e non a Washington. A suo avviso che signicato ha questo cambiamento?
Personalmente ritengo che abbia un significato politico che, però, non deve essere interpretato come una diminuizione della leadership americana. Gli USA rimangono i principali sponsor e garanti del processo di pace, con Roma che serve da sede diplomatica aggiuntiva e Washington che probabilmente resta destinata agli incontri di livello più alto. La scelta di Roma potrebbe riflettere un ruolo più ampio dell'Europa, in particolare dell'Italia, che ha una lunga esperienza sul campo grazie al suo contributo di vecchia data al corpo di pace UNIFIL. Potrebbe anche indicare un passaggio dei principi dell'accordo del 26 giugno - tra cui il previsto ritiro di Israele dalle “zone pilota” e il dispiegamento al suo posto dell'esercito libanese - dalla teoria all'implementazione. Tenere i colloqui in una Capitale europea può normalizzare l'impegno diplomatico sostenuto senza implicare una formale “normalizzazione” politica dei rapporti tra Libano e Israele. Infine, l'importanza di Roma si misurerà dal fatto se ci saranno o no progressi effettivi; altrimenti, il cambio di sede resterà solo simbolico.
A suo parere l'ultimo summit della NATO in Turchia può segnalare una progressiva sostituzione di Tel Aviv con Ankara come principale alleato degli USA in Medioriente?
Secondo me no; piuttosto, il summit ha messo in luce un'aumentata importanza della Turchia all'interno del piano americano per il medioriente. Gli apprezzamenti di Trump a Erdoğan, la discussione circa l'attenuazione delle sanzioni ad Ankara e la rinnovata cooperazione riguardo agli F-35 puntano in questa direzione. La Turchia offre vantaggi strategici: appartiene alla NATO, ha una posizione geografica ottimale, esercita la sua influenza sulla Siria e sul mar Nero, ha connessioni sia con l'Europa che con il mondo islamico. Piuttosto che abbandonare Israele, Washington sembra voler costruire una rete regionale più vasta in cui la Turchia eserciti un ruolo più eminente di bilanciamento degli equilibri.
La morte del senatore repubblicano Lindsey Graham, uno dei maggiori sponsor di Israele negli USA, cambierà la postura di Donald Trump nei confronti di Benjamin Netanyahu?
Graham era un sostenitore influente di Israele, un alleato fidato sia di Trump che di Netanyahu e aveva acquisito un potere inusuale perché rivestiva tre ruoli: stretto alleato di Trump, uno dei più forti difensori di Israele a Washington, e uno dei “falchi” politicamente più accaniti nei confronti di Iran, Hezbollah e Paesi del medioriente. Se la sua scomparsa riduce l'influenza politica diretta di Netanyahu a Washington, è improbabile che da sola cambi la politica americana nei confronti di Israele. Le decisioni di Trump continueranno a dipendere in primo luogo da un fatto: se Netanyahu agevolerà o complicherà i suoi più vasti obiettivi regionali. L'assenza di Graham potrebbe tuttavia rendere più facile a Trump il compito di neutralizzare e mettere all'angolo la carriera politica di Netanyahu e adottare un approccio più indipendente nei confronti di Israele, in caso le priorità strategiche dei due Paesi divergano.
Che ricadute avrà il rinnovato conflitto tra USA e Iran sul Libano?
Certamente aumenterà i rischi per il Paese dei Cedri, ma ne aumenterà l'importanza a livello diplomatico. La conferma dei negoziati di Roma nonostante la nuova escalation regionale suggerisce che Washington intende tenere la questione libanese separata dai conflitti regionali più ampi. Il fattore chiave rimane la risposta di Hezbollah: se la milizia sciita evita il coinvolgimento diretto, il conflitto USA Iran potrebbe rafforzare l'autorità dello Stato libanese e favorire l'implementazione dell'accordo quadro. Se viceversa Hezbollah si unisce nuovamente al conflitto i negoziati potrebbero stagnare e assisteremo a una nuova escalation militare.
