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GUERRA IN UCRAINA

Rimpasto ai vertici russi, una mossa di politica interna

Il rimpasto dei vertici militari russi, con l'assegnazione al generale Gerasimov delle operazioni in Ucraina, è motivata da questioni di politica interna. Non si placa la rivalità fra la Wagner, di Prigozhin e l'esercito regolare. Surovikin ridimensionato perché ormai idolo dei nazionalisti. Putin media fra le parti e appare come il più moderato. 

Esteri 16_01_2023
Putin e Gerasimov

Quanto pesano le schermaglie interne alla leadership russa rispetto alla guerra in Ucraina che vedono protagonisti politici, vertici militari, il capo della compagnia militare privata Wagner e, sopra le parti, il presidente Vladimir Putin? Diversi eventi degli ultimi giorni, in coincidenza con la vittoria militare russa nel settore di Soledar, in Donbass, permettono di evidenziare i punti salienti di questa schermaglia.

Evgheny Prigozhin, alla testa del gruppo Wagner, aveva già in passato criticato i vertici militari russi per gli scarsi risultati ottenuti, accusa incapacità e corruzione e aveva plaudito all'assegnazione del generale Sergey Surovikin al comando delle operazioni in Ucraina. Prigozhin ha cercato in ogni modo di accreditare la vittoria a Soledar come un successo targato esclusivamente Wagner e non c’è dubbio che i suoi uomini abbiano avuto un ruolo determinante nella battaglia che ha scardinato uno dei capisaldi delle difese ucraine a Donetsk.

Prigozhin aveva annunciato per due volte la caduta della città facendosi riprendere in uniforme militare con i suoi uomini nelle miniere di sale di Soledar e, per due volte, Cremlino e ministero della Difesa avevano replicato negando che la caduta della città fosse già avvenuta. Prigozhin aveva risposto attaccando le forze all'interno della Russia che stanno cercando di rubare le vittorie ai suoi volontari per sminuire i loro meriti. Dopo l’annuncio ufficiale di Mosca della caduta della città, Prigozhin ha elogiato i suoi uomini distribuendo loro medaglie per "aver guidato l'assalto ai quartieri della città occupati dalle forze di Kiev ". Il ministero della Difesa russo, del resto, aveva reso omaggio agli uomini della Wagner nella battaglia lodandone "il coraggio e l'altruismo" precisando però che alla battaglia avevano preso parte anche le truppe aviotrasportate dell’esercito russo (unità d’élite già impiegate a Kherson) e le milizie ucraine filo-russe della Repubblica popolare di Donetsk.

Ma il capo del Gruppo Wagner, che da tempo cerca di ritagliarsi un ruolo politico alla testa dei gruppi ultra-nazionalisti, non è stato l’unico a finire nel mirino delle massime istituzioni russe. Il 13 gennaio, mentre Soledar cadeva in mani russe, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov ha bocciato la proposta del Presidente della Duma, Vyacheslav Volodin, di confiscare i beni a chi ha lasciato la Russia (inclusi coloro che sono espatriati per sottrarsi al richiamo in servizio come riservisti), critica il governo o le forze armate. Il tema "è molto complesso" e bisogna fare attenzione, ha aggiunto, a "non aprire un vaso di Pandora. I nemici sono nemici, dobbiamo combatterli, ma gli altri sono nostri cittadini e devono rimanere tali", ha spiegato Peskov senza dubbio interpretando il parere di Putin. Il presidente del resto ha spronato tutti i ministri e i le aziende private e pubbliche a lavorare al massimo per fornire quanto necessario alle truppe ma anche per produrre gli aerei civili necessari alle compagnie aeree russe, tema sul quale ha rimproverato un suo fedelissimo come il ministro dell'Industria Denis Manturov.

L’impressione è quindi che Putin si erga al di sopra delle parti, pretende efficienza ma vuole evitare estremismi: un ruolo già emerso chiaramente nelle scorse settimane quando aveva dichiarato che la produzione bellica va potenziata ulteriormente, ma senza militarizzare l’intera economia. Del resto proprio ieri, commentando gli ultimi dati, Putin ha dichiarato che "la situazione nell'economia è stabile, molto meglio di quello che non solo i nostri avversari ma anche noi avevamo previsto". Putin quindi difende la guerra in Ucraina e intende continuare a combatterla, ma riducendo al minimo l’impatto sulla società come dimostra anche la rinuncia a perseguire chi ha lasciato la Federazione Russa.

Iniziativa che tiene conto probabilmente del mutato atteggiamento dell’opinione pubblica rispetto al conflitto in Ucraina. Se inizialmente molti russi mostravano perplessità e critiche per la guerra contro un popolo “fratello” come quello ucraino, oggi il patriottismo e la priorità di difendersi dalla minaccia Usa e Nato vengono percepiti molto più chiaramente che in passato. Frutto non solo dell’enorme mole di aiuti militari inviati dall’Occidente a Kiev (e ampiamente documentati dai media russi) ma anche della massiccia campagna politica e d’informazione che Usa ed Europa hanno varato contro la Russia, che sta favorendo Putin consolidandone il consenso interno. 

Anche sul piano militare gli ultimi rimpasti alla guida della “operazione militare speciale” in Ucraina annunciati dal ministro della Difesa, Sergei Shoigu, sembrano indicare che Putin vuole che tutti i vertici militari “mettano la faccia” in questa guerra. Il generale dell’esercito Valery Gerasimov, capo di stato maggiore delle forze armate, è stato nominato comandante delle truppe che combattono in Ucraina. Alle sue dipendenze operano tre vice: il comandante dell’Aeronautica generale Sergei Surovikin (fino a ieri alla guida delle operazioni in Ucraina), il comandante dell’esercito generale dell’esercito Oleg Salyukov e il vice capo di stato maggiore delle forze armate generale Alexei Kim

Il nuovo assetto del comando russo delle operazioni belliche ha suscitato diverse valutazioni in Ucraina e in Occidente, per lo più di tipo propagandistico. L’ambasciatore ucraino nel Regno Unito, Vadim Pristaiko, ha parlato di “gesto disperato” affermando ironicamente che “il prossimo passo vedrà Putin a comandare le proprie truppe a causa dei colpi che stanno subendo”. Per il portavoce del Pentagono, generale Patrick Ryder, ”i persistenti problemi della Russia in Ucraina hanno probabilmente portato all’ultimo scossone nella leadership militare”. Per il portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale Usa, John Kirby, “tutti questi cambiamenti sono il tentativo di superare le difficoltà che hanno avuto in questa guerra. Difficoltà che rimangono”.

Il ministero della Difesa britannico ha commentato la nomina di Gerasimov definendola un segno della “crescente gravità della situazione che deve affrontare la Russia”, nonché un “chiaro riconoscimento che la sua campagna non raggiungerà gli obiettivi strategici previsti”. Secondo l’intelligence militare di Londra, che pubblica ogni giorno le sue valutazioni, la nomina di Gerasimov “indica la crescente gravità della situazione che sta affrontando la Russia e una chiara ammissione che la campagna non è all’altezza degli obiettivi strategici russi”. Per gli 007 di Sua Maestà l’iniziativa sarà probabilmente accolta con estremo malcontento da gran parte della comunità ultranazionalista e dei blogger militari, che hanno sempre più spesso preso di mira Gerasimov per la cattiva conduzione della guerra mentre Surovikin è stato invece ampiamente lodato da questa comunità per aver sostenuto un approccio più realistico. Come nuovo vice comandante, la sua autorità e influenza è quasi certamente grandemente ridotta”.

In realtà il Cremlino sembra voler impedire scarichi di responsabilità tra i diversi comandanti mentre l’innalzamento del livello di leadership militare va abbinato anche all’ampliamento delle operazioni contro un nemico che per i russi è ormai la Nato più che le truppe di Zelensky. Il generale Surovikin, che ha ben condotto la fase di ripiegamento e consolidamento del fronte russo e ha varato con successo la campagna di bombardamenti in profondità contro le infrastrutture ucraine (specie quelle energetiche) e la ripresa dell’iniziativa sui fronti del Donbass, non viene né rimosso né declassato. Al vertice delle operazioni è stato posto un suo superiore, Gerasimov, che è anche il militare più alto in grado della Russia ed era anche prima l’uomo a cui Surovikin rendeva conto. Questo non esclude che uno degli obiettivi del rimpasto fosse anche di limitare la fama di Surovikin, non tanto per ostilità nei suoi confronti quanto perché il generale era diventato l’idolo dei gruppi ultra-nazionalisti riunitisi intorno a Prigozhin.

In questo senso il rimpasto ai vertici dell’operazione in Ucraina sembra avere anche una valenza politica interna, come sembrerebbe dimostrare anche un elemento finora sottovalutato in Occidente, ma che meriterebbe maggiore attenzione: in Russia Putin rappresenta le forze più moderate, mentre le alternative alla sua leadership appaiono molto più radicali e oltranziste.