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l'inchiesta domino

Quelle moschee "in odore" di Hamas tra Milano e Piacenza

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Il centro di preghiera di via Padova e quello nella cittadina emiliana, dove il 9% della popolazione è musulmana, ha avuto stretti rapporti con l'ABSPP, l’Associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese finita al centro dell'inchiesta sulla cellula di Hamas in Italia. 

Attualità 14_01_2026

Milano, via Padova 366: un indirizzo che da quasi due decenni rappresenta uno dei baricentri della vita musulmana cittadina. Qui sorge la moschea Mariam, fondata nel 2008, un centro culturale islamico che per anni ha scandito il ritmo religioso e sociale di una parte significativa della comunità milanese. Oggi, però, quello stesso indirizzo irrompe nelle cronache con tutt’altro peso specifico, perché emerge il suo legame con la ABSPP, l’Associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese, finita al centro dell’inchiesta sulla cellula di Hamas in Italia.

In alcune iniziative benefiche promosse dalla moschea compare, infatti, il logo dell’ABSPP. E non è un dettaglio secondario: la causale utilizzata per sollecitare donazioni presso il centro culturale era «Progetto pasti caldi», la stessa che ricorre negli atti dell’inchiesta come strumento di raccolta fondi attribuito ad Hannoun. Un filo sottile, ma persistente, che collega l’attività caritatevole dichiarata alle dinamiche investigative più sensibili.

A saldare ulteriormente il mondo della moschea milanese con la cellula di Hamas operante in Italia c’è poi un nome tutt’altro che marginale: Riyad Albustanji. Membro del comitato estero di Hamas in Italia e componente della cellula italiana, anche lui finito in manette nell’inchiesta Domino, Albustanji era una presenza frequente al centro culturale di via Padova, dove veniva spesso invitato a guidare le preghiere. Secondo quanto risulta dall’inchiesta il suo ruolo si muoveva su un doppio binario, tra propaganda e fundraising, attività svolte attraverso i suoi continui spostamenti tra l’Europa e l’Italia. È in questo intreccio di luoghi, simboli, nomi e causali che prende forma il legame tra Milano e Hamas.

Ma Riyad Albustanji non è un nome nuovo, né marginale. Già nel 2021, era finito al centro di un’interrogazione presentata all’Europarlamento che denunciava come il religioso giordano avesse più volte elogiato l’idea dei «martiri bambini» palestinesi e il martirio dei musulmani per la Palestina. In un’intervista all’emittente Al-Aqsa, trasmessa il 22 giugno 2012, Albustanji arrivò a rivelare di aver portato la figlia a Gaza affinché imparasse dalle donne palestinesi come educare i bambini al jihad.

Non si trattava di episodi isolati. Albustanji ha partecipato regolarmente alle preghiere del venerdì in numerose città italiane, dalla moschea Omar di Torino al Palasharp di Milano. E sempre nel 2021, una seconda interrogazione parlamentare, presentata questa volta alla Camera, lo indicava come uno dei predicatori più estremisti dell’Islam attivo in Italia, considerandolo protagonista di un primo filone d’inchiesta — già cinque anni fa — sui flussi di denaro che partono dal nostro Paese per finire nelle casse di associazioni ritenute vicine ad Hamas, attraverso le sigle riconducibili a Mohammad Hannoun.

Parliamo dello stesso soggetto che, ancora dieci anni fa, veniva considerato pericolosissimo. Quando, infatti, nel 2017, a Milano si tenne il XVIII Festival della Solidarietà con il Popolo Palestinese, organizzato dall’Associazione di Solidarietà con il Popolo Palestinese insieme all’Associazione dei Palestinesi in Italia, era sempre lui a dominare le cronache, imponendosi come la presenza più inquietante dell’intera iniziativa. La kermesse — antesignana di eventi che nel 2024 e 2025 sarebbero diventati la norma — ancora una volta era su iniziativa di Mohammad Hannoun, già all’epoca noto alle cronache giudiziarie per precedenti indagini su finanziamenti ad Hamas e per i legami con il circuito Ucoii. 

Quattro anni prima della manifestazione filo-Hamas, Albustanji, era stato invitato dalle moschee milanesi a guidare, come personaggio di spicco, il Ramadan all’Arena civica davanti a diecimila musulmani — salutate anche da un rappresentante dell'ex sindaco — e i giornali ne parlarono per giorni: era appena scoppiato il caso per l’intervista in cui enfatizzava «il martirio religioso».

Un nome che racconta come tutto ciò non abbia nulla di inedito, ma sia una trama che affonda le radici in Italia e che lega questi ambienti ad Hamas da oltre dieci anni.

E dopo quanto emerso attorno alla moschea Mariam di via Padova, a Milano, il quadro si arricchisce di un nuovo elemento: anche la moschea di Piacenza avrebbe avuto rapporti con l’ABSPP. Un passaggio che rende la vicenda ancora più sensibile, perché chiama in causa una comunità riconducibile a Yassine Baradai, piacentino d’adozione e appena eletto alla guida dell’Ucoii.

Un video individuato dall’europarlamentare leghista Anna Maria Cisint, indicato come riscontro, documenterebbe il collegamento. Una campagna di aiuti a Gaza dello scorso settembre, infatti, mostrava i legami con l’Associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese con le stesse dinamiche del centro islamico di via Padova. Nel messaggio diffuso sui social, con il logo ABSPP in evidenza, si annunciava la preparazione di cibo da parte dei volontari dell’Associazione orfani di Gaza, con il sostegno della moschea Mariam di Milano, nell’ambito del «Progetto pasti caldi a Gaza», pensato per trasformare «la solidarietà di Milano in speranza concreta». A rafforzare il quadro c’è infine un video del 12 aprile 2023, nel quale la comunità islamica afferma che «le donazioni e le raccolte della moschea di Piacenza sono giunte ai bisognosi della città di Gaza», ringraziando l’ABSPP per aver reso possibile l’invio degli aiuti verso la «martoriata Gaza».

È qui che le carte giudiziarie stringono il cerchio. Nell’ordinanza del gip si parla di 168 bonifici verso l’estero, disposti tra il 2017 e il settembre 2023, per oltre 4,5 milioni di euro. Più di 738 mila euro sarebbero stati inviati a 16 enti palestinesi, formalmente caritatevoli, con causali umanitarie — orfani, pacchi viveri, Ramadan, e pasti caldi — ma che, secondo gli investigatori, risulterebbero solo collegati ad Hamas. 

I fili si intrecciano in una ragnatela riconoscibile: tornano gli stessi nomi, le stesse sigle, gli stessi predicatori. Una rete che, secondo questa ricostruzione, opera sotto traccia, usando la beneficenza come copertura, le moschee come snodi, l’ideologia come collante. 

L’esito definitivo delle indagini dovrà chiarire la destinazione reale dei fondi, intanto non è un caso che Piacenza emerga come uno dei nodi centrali. Da anni è un polo dell’islam organizzato, città in cui risiede stabilmente Yassine Baradai, neo presidente dell’Ucoii, e dove opera anche l’imam Yassine Ben Thabit, legato all’Istituto Bayan di Verona e quindi all’area della Fratellanza musulmana, e dove ha sede un centro islamico inaugurato nel 2016 alla presenza nientemeno che di un esponente della famiglia reale del Qatar

I numeri spiegano il contesto: circa il 9 per cento della popolazione di Piacenza è musulmana, una presenza radicata che si riflette anche nel mondo del lavoro e nel sindacato, in particolare nel comparto dei Cobas, fortemente radicato nella logistica, settore strategico e ad alta concentrazione di manodopera immigrata. È su questo terreno che si muove una strategia di lungo raggio dove le moschee di casa in Italia fungono da laboratori per progetti più grandi.