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Maturità 2026

Prima prova: tracce belle, profonde e adatte agli studenti

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Da una poesia di Pavese a un brano di Brancati, dal saggio di Furedi sui confini a un discorso di Saragat: le tracce di quest’anno sono state un’occasione educativa, avendo chiesto agli studenti di mettersi in gioco e dire qualcosa di vero.

Cultura 19_06_2026
Studenti svolgono la prima prova, 18 giugno 2026 (LaPresse)

Quest’anno i giudizi sulle tracce della prima prova dell’esame di Stato oscillano tra chi le definisce belle e stimolanti e chi, al contrario, le considera inaccessibili e lontane dai programmi ministeriali. Come spesso accade, emerge un relativismo diffuso e l’apparente impossibilità di formulare un giudizio oggettivo.

Ma è davvero così? Sono convinto che la dissonanza delle opinioni dipenda da tre fattori: la lettura parziale delle tracce, spesso ridotte al nome dell’autore; la distanza dall’esperienza reale della scuola; la serietà — o meno — del lavoro svolto nel triennio.

La memoria e i sentimenti dei poeti nell’ambiente

Non si può sostenere che la tipologia A, con Cesare Pavese e Vitaliano Brancati, fosse lontana dai percorsi scolastici solo perché i due autori non compaiono stabilmente nei manuali e nei percorsi letterari. Al contrario, la loro presenza risponde a tre esigenze:

  • valorizzare la ricchezza del nostro patrimonio letterario;

  • verificare competenze di lettura e interpretazione su testi non preconfezionati;

  • premiare studio, impegno e sensibilità letteraria.

Chiunque abbia affrontato seriamente la storia letteraria del triennio possedeva gli strumenti per svolgere la traccia. La poesia di Pavese Passerò per Piazza di Spagna invitava a riflettere sul modo in cui gli artisti proiettano sentimenti e stati d’animo sull’ambiente. È un tema che attraversa l’Ottocento e il Novecento: Leopardi, Verga, Carducci, Pascoli, Saba, Montale, D’Annunzio, ecc.

Accanto a Pavese, il brano di Brancati tratto da I piaceri offriva una meditazione limpida sulla memoria come bene comune. L’immagine del vecchio che conserva nella mente la luce del sole dopo un secolo di cielo coperto — «sarà allora che l’intera umanità dovrà vegliare premurosa attorno al vecchio di centodue anni» — restituisce con immediatezza la funzione civile della memoria: ciò che ricordiamo non appartiene solo a noi, ma diventa patrimonio condiviso, condizione di speranza, possibilità di futuro.

Brancati, con la sua prosa essenziale, introduce così un tema che attraversa tutta la nostra tradizione: la memoria come luogo in cui si custodisce la luce, come spazio interiore che va sorvegliato, protetto, difeso: «Quale mano di ladro può essere così sacrilega come quella che si introduce nel più interno di noi stessi per rubarci i ricordi?».

La memoria, scrive Pavese nel Mestiere di vivere, permette di vedere le cose «per la prima volta». Montale, nei suoi versi, la rappresenta come un’immagine tremula che emerge dal pozzo; Foscolo la eleva a fondamento della civiltà nei Sepolcri; Manzoni la mostra come radice etica, capace di trattenere Renzo dal male attraverso il ricordo di Lucia e di fra Cristoforo. E Dante, nella Commedia, fa della memoria dell’esperienza vissuta — del suo «transumanar» — la condizione stessa per adempiere la propria missione: testimoniare la verità vista, per condurre gli uomini dalla miseria alla felicità.

La memoria come chiave della Maturità

La memoria, allora, non è un deposito di immagini sbiadite né un esercizio nostalgico: è la condizione stessa per comprendere la realtà. E l’esame di Maturità, nel suo significato più autentico, chiede proprio questo: attingere alla memoria viva, non come archivio di nozioni, ma come trama di esperienze, letture, incontri che hanno formato lo sguardo.

Se alcune tracce sembrano difficili, è perché interrogano ciò che uno studente ha davvero assimilato, non ciò che ha semplicemente ripetuto. La Maturità non misura la quantità di pagine studiate, ma la qualità della memoria formata, quella che permette di riconoscere un tema, di collegarlo, di farlo risuonare con ciò che si è diventati. In questo senso, la riflessione sulla memoria proposta dalle tracce non è un orpello culturale: è il cuore stesso dell’esame.

Una prospettiva educativa

Tracce come quelle di quest’anno non sono un ostacolo, ma un’occasione educativa. Chiedono agli studenti di mettere in gioco sé stessi, di non limitarsi a ricordare, ma di comprendere; di non cercare la «traccia facile», ma quella che permette di dire qualcosa di vero. Una scuola che educa alla lettura profonda, alla pazienza dello studio, alla capacità di riconoscere un tema anche quando non porta il nome rassicurante dell’autore studiato, prepara a questo tipo di prova.

La tipologia B3 offriva un brano tratto dal saggio di Frank Furedi I confini contano. Perché l’umanità deve riscoprire l’arte di tracciare frontiere. Nel mondo contemporaneo — osserva Furedi — viene idealizzata la puerilità «per la banalissima ragione che molti si sgomentano al pensiero di vivere l’alternativa: maturità, responsabilità e impegno incontrano solo una debole convalida da parte della cultura contemporanea».

In un contesto in cui «il confine tra infanzia ed età adulta» si fa sempre più incerto, la domanda diventa inevitabile: che cosa rende davvero mature le persone? «Essere adulti non è sempre desiderabile»: questo è ciò che i giovani percepiscono dal mondo degli adulti. È una riflessione quanto mai attuale, che interpella non solo gli studenti, ma soprattutto gli adulti, o meglio, gli adultescenti, coloro che faticano ad assumersi responsabilità e impegni.

Imparare di nuovo la meraviglia

La tipologia C1 proponeva una riflessione sulla meraviglia attraverso un brano della giornalista tedesca Wenke Husmann, tratto dall’articolo Funziona a meraviglia. Husmann osserva come, a partire dall’Illuminismo, la scienza abbia progressivamente spiegato ogni fenomeno naturale: l’aurora boreale non è più un messaggio mitologico, ma la collisione tra elettroni e atomi dell’atmosfera; i colori dei fiori non esprimono più gli umori degli dèi, ma derivano dalla combinazione dei geni.

Eppure, mentre guarda la figlia giocare sul prato gelato, l’autrice confessa una nostalgia — forse addirittura un’invidia — per quella capacità infantile di stupirsi. La domanda che ne scaturisce è semplice e radicale: possiamo imparare di nuovo la meraviglia? Esiste una versione adulta dell’incanto? Husmann suggerisce che la conoscenza non dovrebbe spegnere lo stupore, ma trasformarlo: non più un incanto ingenuo, ma una meraviglia consapevole, capace di riconoscere la bellezza anche dentro ciò che sappiamo spiegare. Anzi la conoscenza scaturisce dallo stupore.

La tipologia C2, con il brano tratto dal saggio Alzarsi all’alba di Mario Calabresi, riportava invece l’attenzione sul tema della fatica. Calabresi denuncia la diffusione dell’idea che si possano ottenere risultati senza sacrificio. È un’illusione coltivata e alimentata, mentre la realtà quotidiana di molti continua a essere segnata da lavori ripetitivi, orari impossibili, responsabilità che non concedono tregua. La fatica, dunque, non è un residuo del passato: è la condizione concreta di chi tiene in piedi il mondo.

Uno sguardo alle altre tracce

Per completare il quadro delle sette proposte, meritano almeno un cenno la tipologia B1, con il discorso del 26 giugno 1946 del presidente Giuseppe Saragat all’Assemblea Costituente, e la tipologia B2, con il brano Storie di creatività scientifica tratto da Te lo dico con parole tue. La scienza di scrivere per farsi capire di Piero Bianucci. Due testi diversi, ma accomunati dalla stessa esigenza: invitare gli studenti a confrontarsi con la complessità del reale attraverso parole chiare, pensiero rigoroso e responsabilità civile.

La possibilità di abitare le domande

Le tracce di quest’anno non hanno solo superato la prova: meritano un applauso coloro che le hanno pensate e costruite. La prima prova scritta di Maturità diventa così un banco di verifica non solo delle conoscenze, ma della maturazione personale: la capacità di interpretare, di collegare, di dare forma a un pensiero proprio. È questo, in fondo, ciò che la scuola dovrebbe consegnare: non un repertorio di risposte, ma la possibilità di abitare le domande.

Ecco perché le tracce di quest’anno non sono lontane dagli studenti: sono lontane solo da chi non ha coltivato la profondità. La Maturità non chiede di sapere tutto, ma di riconoscere ciò che conta.