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Prevost da Agostino: Cristo al centro in un mondo frammentato

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A Pavia e a Sant'Angelo Lodigiano Leone XIV ribadisce il «primato dell'interiorità» che illumina i problemi dell'evangelizzazione e le domande della ragione. Un'esigenza che riaffiora nella «dispersione del vivere» ed è il motore della missione, come dimostra l'anima contemplativa e attiva di santa Francesca Cabrini.

Ecclesia 22_06_2026

L’ultima volta che un Papa visitò Pavia, nell’aprile 2007, Benedetto XVI fu accolto dall’allora priore generale degli Agostiniani, padre Robert Francis Prevost. Quasi vent’anni dopo è Prevost il Papa tornato nella città che dall’VIII secolo custodisce le spoglie di sant’Agostino nella basilica di san Pietro in Ciel d’Oro, portate in salvo due secoli prima in Sardegna dopo le varie traversie legate alla conquista dei Vandali sulle coste nordafricane, dove sorgeva Ippona, sede vescovile di Agostino. Impossibile non cogliere una continuità tra la la tappa ad Annaba, l’antica Ippona, nel lungo viaggio apostolico compiuto da Leone XIV in Africa nell’aprile scorso e la visita di sabato 20 giugno a Pavia.

Luogo così familiare al Papa agostiniano che, entrando nel chiostro dei suoi confratelli ha detto: «se resto trenta secondi in più riconosco tanti di voi». Ad accoglierlo il suo attuale successore alla guida dell’Ordine, padre Kevin Joseph Farrell, e il vescovo di Pavia, mons. Corrado Sanguineti, che al Pontefice «figlio di sant’Agostino» ha presentato «una Chiesa antica, ricca di storia» e al contempo «viva, presente nel tessuto cittadino e nel territorio diocesano». Di qui ha preso le mosse l’omelia di Leone XIV nel corso della celebrazione della Parola, elogiando «una comunità di antica tradizione che rimane viva e presente nella città e nel territorio, attenta ai segni di questo tempo e alle sue sfide, senza lasciarsi scoraggiare dalle fatiche, dal contesto secolarizzato e dalle difficoltà nella trasmissione della fede». Sfide che, per non scoraggiarsi richiedono «uno sguardo animato dallo spirito della fede, che aiuti a leggere la realtà in modo più profondo rispetto a ciò che appare a prima vista».

Occorre ritrovare il «centro» – parola ricorrente nell’omelia del Papa – e il centro è «Cristo pietra viva», perché «essere costruiti e costruire in Cristo ci preserva dal rischio di disperderci e affaticarci in cose secondarie». Senza perdere di vista urgenze e impegni «si tratta di ricondurre tutto al centro», ribadisce, per «impedire che le nostre azioni risultino dispersive, centrate unicamente su noi stessi e sui nostri sforzi», spiega Leone XIV. Anche a sacerdoti e religiosi il Papa raccomanda di ritornare «sempre al centro» e unificare «tutto nella relazione con il Signore». Che è poi la vera risposta anche alle «problematiche odierne che riguardano la trasmissione della fede e la pratica religiosa».

Compito arduo ma ineludibile «in un tempo nel quale molte persone sembrano aver perduto il gusto spirituale», ma in cui «c’è sempre più bisogno, oggi, di accompagnare le persone alla scoperta o alla riscoperta della fede», al mistero che si rivela innanzitutto nell’intimo dell’uomo, come insegna sant’Agostino: «Non uscire fuori di te, ritorna in te stesso: la verità abita nell’uomo interiore». Il Papa proietta l’insegnamento del santo di Ippona sul «primato dell’interiorità» nel contesto odierno, dove «il bisogno di rientrare in sé stessi, di non disperdersi nella frammentazione esteriore, di cercare e trovare un senso che orienti la nostra vita e animi le nostre relazioni, è un’esigenza comune a tutti», che «riaffiora in modi diversi anche nella fretta e nella dispersione del vivere quotidiano».

Ai pavesi radunati in piazza Duomo Leone XIV ricorda la «bellezza esigente» della loro città, «eredità preziosa di un passato che diventa impegno per il presente», i cui monumenti «parlano di voi» e «parlano a voi». Quelli del passato e quelli del presente, che «in forme distinte attestano una medesima cura della persona-in-comunità». Tra le vie e le piazze di Pavia il Papa coglie «una bellezza carica di storia, non superficiale», «caratteristica delle città europee», che unisce «l’ingegno e il senso civico di chi le ha edificate» al «tessuto urbano» che ne sostiene la vita quotidiana. È una visione "agostiniana" e organica quella offerta dal Papa, attraverso una panoramica che riconduce sempre in interiore homine per scoprire infine che «la croce, che sta nello stemma della vostra città, è ben più che un simbolo araldico, è una sintesi culturale: ricorda che la storia di Pavia è ancorata al valore universale dell’amore cristiano».

«Il nome “città”, dal latino civitas, indica, oltre che un luogo, una condizione umana», è abitata non da singoli cittadini ma da «concittadini», perché «il popolo che la abita vi costituisce una società, cioè un organismo che dev’essere ben ordinato nelle sue relazioni e nelle sue leggi», in cui ciascuno si prenda cura della «bellezza del luogo» in cui abita come di «questa pianura così fertile, dove ogni campo e ogni fosso porta i segni del lavoro paziente di chi per secoli ha ascoltato il ritmo del creato».
Una cura che si estende dai campi ai banchi e dalla coltura alla cultura: Leone XIV menziona infatti l’«illustre tradizione accademica» di Pavia, per spiegare che «ad ogni sapere corrisponde una forma di cura: come la scienza medica provvede al corpo umano, così la giurisprudenza si preoccupa del corpo sociale e la filosofia considera il pensiero, da cui l’uomo sviluppa ogni sua arte. Tutto ciò che veniamo a sapere del mondo ci fa conoscere noi stessi e ci fa interrogare nuovamente sulla nostra esistenza, assetata di verità e di giustizia», come l’animo di Agostino, la cui figura, «mentre incarna il dialogo arduo e costante tra fede e ragione, testimonia la loro reciproca appartenenza», perché «non si può infatti credere senza pensare, né è possibile illuminare i quesiti più alti della ragione senza fede». Ed è la fede a impedire che le domande dell’uomo si chiudano nella rassegnazione di «un minuscolo frammento di storia che termina con la morte», in balia di «un fato anonimo», ma «sostenendo la certezza che Dio è creatore e salvatore della vita».

La centralità di Cristo ritorna infine nella vicina Sant’Angelo Lodigiano, dove nacque Francesca Saverio Cabrini, prima cittadina statunitense canonizzata da Pio XII e proclamata «celeste patrona degli emigrati». Accolto dal vescovo di Lodi, mons. Maurizio Malvestiti, il Papa americano rende omaggio alla sua connazionale acquisita, «morta a Chicago, la mia città natale, nel 1917», sottolinea Prevost, ricordando la risposta di Leone XIII alla religiosa che gli aveva chiesto dove indirizzare la sua opera missionaria: «Non all’oriente, ma all’occidente». Se quella fu la rotta, «al servizio delle migliaia di emigrati italiani in America», il cuore della missione fu la «passione per Gesù» che traspare da lettere, diari e appunti: «Chi conosce madre Cabrini ne rimane conquistato», afferma il Papa invitando a leggerne gli scritti: «La sua anima era nello stesso tempo contemplativa e attiva; era immersa nell’amore del Cuore di Cristo e questo le dava una capacità di lavoro e una forza d’animo straordinarie».
Il primato dell’interiore unisce il Santo di Ippona e Francesca Cabrini, ed è il messaggio che attraverso di loro Leone XIV lancia a un mondo frammentato che solo in Cristo può ritrovare il centro. 



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viaggio apostolico

Seconda giornata del Papa in Algeria all'insegna di Agostino

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SANTOS Y GASTRONOMÍA/ 23

Francesca Cabrini, una santa intransigente

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- LA RECETA