Presunti fondi ad Hamas, Hannoun resta in carcere. Ecco perché
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Il Tribunale del Riesame di Genova ha deciso che Mohammad Hannoun e altri tre indagati dovranno restare in cella in regime di alta sicurezza in attesa del processo. Secondo i magistrati, l’accusa avrebbe dimostrato che i quattro hanno finanziato Hamas attraverso finte associazioni caritatevoli.
Il Tribunale del Riesame di Genova ha deciso: Mohammad Hannoun, Riyad Albustanji (detto «lo sceicco»), Raed Dawoud e Yaser Elasaly restano in carcere in regime di alta sicurezza. È la seconda pronuncia del collegio presieduto da Marina Orsini sugli stessi quattro indagati, arrestati il 27 dicembre 2025 con l’accusa di aver finanziato Hamas raccogliendo milioni di euro attraverso finte associazioni caritatevoli. L’Associazione benefica di solidarietà al popolo palestinese (Abspp), fondata dallo stesso Hannoun e da anni sotto i riflettori, è al centro dell’inchiesta.
La decisione arriva dopo un iter giudiziario tortuoso. A gennaio 2026 lo stesso Tribunale del Riesame aveva scarcerato altri tre indagati (Adel Ibrahim Salameh Abu Rawwa, Raed Al Salahat e Khalil Abu Deiah), misura confermata dalla Cassazione che aveva respinto il ricorso della Procura di Genova. Per i quattro indiziati principali, invece, la Cassazione aveva annullato con rinvio l’ordinanza di conferma del carcere, imponendo una rivisitazione complessiva del quadro probatorio: analisi puntuale delle fonti aperte, collocazione temporale precisa ed elementi concreti sulla consapevolezza degli indagati circa la finalità terroristica dei finanziamenti.
Il Riesame ha risposto con un’ordinanza dettagliatissima che blinda l’impianto accusatorio. Secondo i magistrati, infatti, l’accusa ha pienamente dimostrato che i fondi erano destinati a un’organizzazione terroristica, fornendo prove così circostanziate da escludere che chi effettuava i bonifici non ne conoscesse la reale destinazione. A pesare sulla conferma della custodia cautelare in carcere per Mohammad Hannoun sono anche le esigenze cautelari. Per i togati esiste un concreto pericolo di fuga in un Paese arabo: un’ipotesi suffragata dal fatto che, il giorno dell’arresto, l’attivista ProPal avesse già in tasca un biglietto aereo per la Turchia, dove lo avrebbero presto raggiunto i familiari. Non solo: i giudici ravvisano anche il rischio di inquinamento probatorio, dato che Hannoun aveva già incaricato uno degli altri arrestati di “ripulire il computer” dell’associazione.
I magistrati sono riusciti a ricostruire e analizzare nei minimi dettagli la figura di Osama Alisawi. E per capire davvero questa storia bisogna fare un salto indietro nel tempo. È il 1994 quando Osama Alisawi, alias Abu Obaida, fonda l’Abspp insieme ad Hannoun. Laureato in architettura a Venezia nel 1995, un master al Politecnico di Milano nel 2005, diventa in pochi anni l’uomo chiave dell’associazione in Italia, tanto da ottenere la delega a operare sui conti correnti tra il 2001 e il 2009. Ma il richiamo di Gaza è più forte. Nel marzo 2003 lascia l’Italia e si trasferisce stabilmente nella Striscia. È lì che la sua carriera esplode. Nel 2006, Hamas vince le elezioni e Alisawi scala rapidamente le gerarchie: diventa ministro dei Trasporti nel governo di Ismail Haniyeh, poi presidente del Blocco Islamico nell’Unione degli ingegneri e vicepresidente dei sindacati professionali di Hamas. Non ha però mai reciso il filo con l’Italia. Già nel 2003 un’intercettazione lo mostra mentre spiega a Hannoun e compagni come far arrivare i soldi «sul conto giusto». Un flusso di denaro che, secondo le indagini della Procura di Genova nell’inchiesta Domino, non si è mai interrotto. Alisawi è rimasto il collettore e il garante degli aiuti che dall’Italia arrivavano alla macchina di Hamas.
Intanto, in Italia, Mohammad Hannoun – presidente dell’Api, l’Associazione dei Palestinesi in Italia – tesse una rete internazionale che affonda le radici nei primi anni Duemila. Già nel 2001, stabiliva contatti con il referente austriaco dell’ambiente. Nel 2003, dopo che la Germania aveva sciolto – il 5 agosto 2002 – la fondazione Al-Aqsa di Aachen per i suoi legami con Hamas e i finanziamenti alle famiglie degli attentatori suicidi, Hannoun continuava a dialogare con esponenti di quell’ambiente. Le indagini italiane hanno ricostruito rapporti consolidati anche con referenti olandesi, belgi e francesi: un filo rosso che, secondo i giudici, collega stabilmente l’Abspp a soggetti inseriti in circuiti pro-Palestina vicini all’organizzazione terroristica. Il flusso di denaro si è via via strutturato e professionalizzato. Secondo gli inquirenti, attraverso Osama Alisawi — definito dallo stesso Elasaly, uno dei gestori della sede milanese tra gli arrestati lo scorso dicembre, «nostro rappresentante ufficiale a Gaza» — sono transitati, secondo i giudici del Riesame di Genova che hanno confermato le misure cautelari, numerosi finanziamenti destinati ad associazioni di Gaza e della Cisgiordania. Il capitolo più inquietante risale al maggio 2021, nel pieno dell’offensiva israeliana che provocò circa 250 morti palestinesi. In quei giorni l’Abspp finanziò l’adozione a distanza di 21 orfani, figli di nove «martiri di guerra»: terroristi suicidi delle Brigate al-Qassam, il braccio armato di Hamas, e non civili innocenti. I nomi e le date di morte coincidono perfettamente con quelli pubblicati sui canali ufficiali delle Brigate.
Il sistema era rodato e meticoloso. Alisawi rendicontava tutto su file Excel salvati sul server, denominati «Osama 2025», indicando importi in dollari o in valuta locale. Il meccanismo era lineare ma efficace: l’Abspp produceva un documento che attestava il prossimo invio di denaro destinato a una organizzazione specifica per il sostegno agli orfani. Alisawi registrava sul file Excel quanto ricevuto, specificando l’organizzazione destinataria, poi smistava il denaro a organizzazioni locali che facevano da schermo. A quel punto l’ente beneficiario emetteva una sorta di ricevuta. Tutto catalogato in apposite cartelle, inclusa quella «martiri 2021».
Poi arriva il 7 ottobre, e mentre Hamas lancia il suo attacco contro Israele, Osama Alisawi posta sui profili a lui riconducibili il messaggio «Allah è il più grande». Uno dei tanti messaggi che, per i magistrati, testimoniano la piena adesione alla linea militare dell’organizzazione. Sui dispositivi e sui server sequestrati emergono conversazioni rivelatrici. Raed Dawoud, parlando con Elasaly della necessità di cancellare dati prima di eventuali perquisizioni, afferma: «Questo è il file più pericoloso che c’è! Questo ci porterà… a 25 anni di carcere». Si riferiva proprio alle rendicontazioni legate ad Alisawi.
Secondo i giudici, gli indagati condividono obiettivi e metodi di Hamas, senza averne mai preso le distanze. L’inchiesta, condotta dal pm Marco Zocco — finito sotto tutela come forma di misura preventiva — con il supporto di Digos, Guardia di Finanza e antiterrorismo, ha smantellato l’intera struttura attraverso un lavoro esclusivamente italiano, durato anni e senza alcun apporto del Governo israeliano, come inizialmente paventato.
Così i quattro restano in cella in attesa del processo. Non si tratta solo di soldi. È la storia di un’associazione nata in Italia, cresciuta su una rete europea ramificata e trasformatasi – per l’accusa – in uno dei canali privilegiati attraverso cui Hamas ha incassato milioni di finanziamenti.
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