Perché l’Odissea interessa tanto al mondo del cinema
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Possono esserci diverse ragioni del perché il cinema nutra tanto interesse verso il celebre poema greco. Di certo, una è che l’Odissea è uno dei principali canoni letterari occidentali. E si articola in tre dimensioni (natura, trascendenza, storia) che verranno poi informate dal cristianesimo.
Odissea. Senza contare i film “liberamente tratti da”, sono circa una decina gli adattamenti cinematografici del celeberrimo poema greco che per alcuni studiosi fu scritto da Omero e per altri, forse più numerosi, fu la sintesi di diversi canti tramandati oralmente. A questa decina di film di recente si è aggiunta la muscolare pellicola Odissea (The Odyssey) di Christopher Nolan, uscita in Italia lo scorso 16 luglio, e in cui «quell'uom di multiforme ingegno» di nome Ulisse ha preso il volto di Matt Damon.
Il reiterato interesse del mondo del cinema per le epiche avventure del re di Itaca può avere diverse motivazioni. Vogliamo qui metterne in evidenza una. L’Odissea è uno dei principali canoni letterari occidentali. Ciò vuol dire che in esso troviamo il cardo e il decumano di quella che è stata la civiltà occidentale e che oggi è diventata un ospizio per ospiti ormai morenti. I topos letterari in essa presenti travalicano il recinto dell’epica e diventano cultura. Non la cultura odierna così effimera, della consistenza del polistirolo e che ha la dignità di uno scarabocchio, ma un organico, esteso e articolato sapere che si è fatto esistenza, costumi, tradizioni e religione, le cui altezza e profondità hanno modellato, insieme all’apporto del cristianesimo e del diritto romano, la nostra forma mentis. In breve l’Odissea è una potente cosmogonia dell’universo occidentale e, pur sordi per lo stridore della vacuità del sentire contemporaneo, anche oggi riusciamo a percepire, seppur in modo ottuso, il fascino e l’imperituro valore di questo poema. Hollywood di certo si è buttata su Omero per penuria di idee, ma, almeno così ci piace pensare, anche perché ha riconosciuto nella sua opera, seppur inconsapevolmente, l’eco di un idem sentire, ha riconosciuto una serie di archetipi che sono così incardinati e incarnati nella coscienza collettiva che ormai sono patrimonio dell’umanità anche senza certificazione Unesco.
Lo spazio narrativo dell’Odissea si potrebbe articolare lungo tre dimensioni, tre dimensioni che sono sparite invece dal nostro spazio vitale odierno. La larghezza: questa è data dalla natura umana. I greci, ben prima delle riflessioni di Aristotele, avevano intuito che c’era una legge interiore, anzi, intima che ci governa, ma che possiamo infrangere. Un paradigma morale riconoscibile da tutti. Il periglioso viaggio di Ulisse si snoda allora tra giustizie e ingiustizie: pensiamo all’intervento degli dei per ripristinare l’ordine e, di contro, per seminare la zizzania del caos; tra amicizie contratte e odi profondi: ricordiamo l’ospitalità offerta ad Ulisse dai genitori di Nausicaa e, all’opposto, l’ira di Poseidone verso di lui; tra tradimenti e fedeltà: i Proci da una parte e Penelope dall’altra; tra seduzioni e legami familiari: citiamo la ninfa Calipso e il legame imperituro verso il figlio Telemaco e la sposa Penelope. Il lettore e prima ancora l’uditore di questi canti comprendevano senza ambiguità dove fioriva il bene e dove allignava il male nelle avventure di Odisseo. C’era una moralità condivisa e indiscussa. C’era il riconoscimento implicito di un’unica natura che era il metro di misura dell’etica e che legava tra loro i popoli del Mediterraneo e addirittura gli dei antropomorfi. C’era una metafisica. Nella nostra contemporaneità, invece, l’unica natura riconosciuta è quella che si esprime nei fiori di campo e nei pesci del mare.
La seconda dimensione dello spazio dell’Odissea è l’altezza. La storia di Ulisse è terrena, ma anche ultraterrena. La sua biografia è impastata di terra e di cielo. Gli dei non sono spettatori, ma attori delle sue vicende: intervengono, assecondano, ostacolano, incoraggiano, siglano accordi, salvano. L’aldilà si fa aldiquà anche quando Ulisse incontra molti spiriti di persone defunte o quando è oggetto di magie e sortilegi. In breve il suo mondo non è come il nostro che è piattamente ateo, ma è innervato di trascendenza, seppur il destino degli uomini sia in mano all’imprevedibile Fato – più potente di Zeus – e non alla cristiana Provvidenza.
La profondità è la terza dimensione dell’Odissea ed è data dalla storia. L’Odissea è un viaggio storico, ossia intessuto di riti, di consuetudini, di leggi non scritte, di tradizioni indissolubili, di popoli con i loro costumi sublimi o terribili: tutti elementi sedimentati lungo i secoli. Il viaggio di Ulisse è proiettato nel futuro, ma il suo futuro è un ritorno, un ritorno al passato e il suo passato è la casa. La cultura occidentale ha una dinamica storica lineare: nasce da alfa e termina in omega (ed è per questo che Cristo è alfa e omega, ossia è il Re della storia). Il tempo scorre in avanti. La cultura orientale è invece circolare: gira a vuoto su se stessa come le lancette di un orologio perché non ha uno scopo ultimo universale che invece il Dio cristiano ha rivelato. Questa linearità della cultura occidentale è identica a quella sperimentata da Ulisse: come lui è partito da casa per farvi ritorno, così noi tutti siamo usciti dalla casa del Padre per farvi ritorno. “Nostos” in greco significa “ritorno”. La nostalgia profonda e ultima dell’umanità, che esiste anche se non percepita, è quella verso Dio. Ma per sperimentarla, occorre riscoprire le nostre radici, che sono cristiane. Non c’è ritorno senza storia. Se Ulisse avesse dimenticato Penelope non avrebbe mai fatto ritorno. Noi, invece, abbiamo lasciato che i Proci mettessero piede nella casa di Ulisse e abusassero di sua moglie e quel che è peggio è che ne abbiamo gioito.
Lo spazio tridimensionale dell’Odissea costruito lungo le dimensioni della natura, della trascendenza e della storia verrà poi informato dal cristianesimo, che lo eleverà a quelle vette che solo la grazia divina può raggiungere e così lo purificherà, lo perfezionerà. Questa tridimensionalità della cultura occidentale che ne strutturava la sua identità è ormai tramontata, inabissata in quel mare che per Ulisse era solo pericolo e morte. Oggi Ulisse non troverebbe più la strada di casa perché non vorrebbe più farvi ritorno.
