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Pensioni, una riforma inevitabile

Il dibattito politico degli ultimi giorni
- centrato sul "convincere Bossi" -
è surreale, tanto è evidente la necessità di mettere mano al sistema.

PENSIONI

Negli ultimi giorni la politica italiana è sembrata dare il peggio di sè. Il dibattito che si è innescato dopo il vertice europeo ha infatti toccato livelli di astrattezza politicante mai raggiunti prima.

Già l’avvio non era stato da manuale con un presidente del Consiglio che era torna da Bruxelles affermando esplicitamente di avere avuto un mandato preciso: quello di varare in due giorni ulteriori misure per contenere le spese insieme al tanto decantato, ma mai presentato, decreto sullo sviluppo. Con una disarmante dichiarazione di Berlusconi: “Dovrò convincere Bossi ad accettare la riforma delle pensioni”.


Tutta la politica italiana si è così concentrata su questo tema: riuscirà il Cavaliere a far mutare posizione alla Lega? Una Lega che negli ultimi mesi ha sempre trasformato in un punto d’onore il proprio slogan: “Le pensioni non si toccano”.

Con i moniti dell’Europa da una parte e il braccio di ferro sulle questioni di principio dall’altra è rimasto così molto poco spazio per guardare alla realtà dei problemi, per affrontare i veri nodi strutturali del Paese, per offrire soluzioni di lungo periodo ai problemi del debito e della mancata crescita.


Ma perché il problema delle pensioni e della loro riforma è continuamente al primo posto del dibattito politico e delle polemiche dentro e fuori la maggioranza?

Essenzialmente perché le pensioni ai pensionati di oggi e di domani non possono essere garantite semplicemente da una legge, da un decreto, da un provvedimento amministrativo, e nemmeno dagli slogan, ma dovranno trovare le risorse in un’economia sana, in crescita, un’economia capace di creare ricchezza e nuova occupazione. Nella stessa prospettiva il sistema pensionistico, che ora assorbe oltre il 15% del prodotto interno lordo, deve mantenersi in equilibrio adattando i propri impegni ai cambiamenti demografici e in particolare al sensibile (e positivo) allungamento della vita media.


In Italia la politica pensionistica ha avuto due periodi: quello della generosità spensierata e populista fino all’inizio degli anni ’90 (guarda caso gli stessi in cui è esploso il debito pubblico) e quello delle riforme fortemente graduali negli ultimi due decenni. Nel primo periodo si è inventata la formula tutta italiana delle pensioni “di anzianità” per indicare quelle pensioni che potevano (e possono tuttora) essere ottenuti indipendentemente dall’età una volta raggiunti i 30 anni di contributi. E per di più con trattamenti non legati ai contributi versati, ma calcolati con il sistema retributivo, cioè sulle base delle ultime annualità di stipendio.


Nel secondo periodo, in particolare con la riforma Dini del 1995, si è iniziato un lentissimo cammino di riforma: soprattutto innalzando a 35 anni i contributi necessari per l’anzianità e introducendo progressivamente il metodo di calcolo contributivo (cioè una pensione calcolata sull’insieme dei contributi versati). Con quelle regole tuttavia bisognerà attendere il 2020 perché tutte le pensioni siano calcolate con questo sistema.

Altre piccole riforme si sono poi aggiunte come il cosiddetto “scalone Maroni” in cui si stabiliva che dal 2008 l’età minima per le pensioni di anzianità passasse da 57 a 60 anni, una riforma che tuttavia è stata fortemente depotenziata dal Governo Prodi poche settimane prima che diventasse esecutiva.


Il problema di fondo, per mantenere una spesa equilibrata e dare un esempio di equità, è ora  quello di anticipare i tempi per il superamento completo delle pensioni di anzianità, per l’introduzione definitiva del metodo di calcolo contributivo e per la parificazione tra uomini e donne (senza dimenticare che queste ultime peraltro vivono in media quattro anni più degli uomini). Niente di rivoluzionario quindi: semplici operazioni di manutenzione per un sistema fondamentale per gli equilibri sociali. Ma operazioni importanti per dare più risorse ai giovani e alle famiglie, per ridurre gli oneri sulle nuove assunzioni, per rendere più equa la distribuzione della ricchezza, per dimostrare che la politica si può interessare anche di equità sociale e non solo di privilegi.

Ma il dramma è che su questi temi bisogna “convincere Bossi”. 

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